di Gianni Giusti

C’è un momento, nella storia del blues, in cui il genere attraversa gli Stati Uniti, arriva sulla West Coast e cambia abito. Non perde il blues, naturalmente, ma lo porta in un altro paesaggio: più luminoso, più elegante, spesso più vicino al jazz e allo swing. È il blues di T-Bone Walker e Charles Brown, quello che sembra avere imparato a stare in giacca e cravatta senza per questo rinunciare alla strada. Una linea che, molti anni dopo, ritroviamo in musicisti come Tommy Castro, Kirk Fletcher e soprattutto Robben Ford.
Ford, del resto, non ha bisogno di presentazioni: la sua storia è già una piccola enciclopedia della musica americana. Ha iniziato con i fratelli nella Charles Ford Band, dedicata al padre, e nel corso degli anni ha incrociato mondi apparentemente lontani, arrivando a suonare accanto a Joni Mitchell e Miles Davis. In mezzo, una quantità impressionante di blues, jazz, rock, fusion e ascolti che hanno finito per sedimentarsi in un modo di suonare immediatamente riconoscibile.
A settantacinque anni, Ford sembra avere ancora voglia di aprire porte invece di chiuderle. Two Shades of Blue nasce come omaggio a Jeff Beck, ma durante il percorso cambia forma. Sessioni tra Stati Uniti e Regno Unito, musicisti diversi, arrangiamenti che si aggiungono e idee che prendono il sopravvento: più che un progetto nato a tavolino, sembra il risultato di un musicista che continua a seguire la musica dove questa decide di portarlo.
E forse è proprio questo il senso di quelle due sfumature di blue del titolo. Perché cercare una separazione netta sarebbe quasi inutile. Qui il blu cambia continuamente tonalità: a volte è profondo, notturno e sporco di blues; altre volte si apre, prende luce e si avvicina al jazz. Non ci sono muri, ma passaggi.
L’inizio è tutt’altro che contemplativo. Make My Own Weather entra in scena con un groove che mette subito le cose in chiaro: basso profondo, batteria compatta, tastiere e una chitarra che non ha nessuna intenzione di stare in disparte. Rob Malarkey e Jonny Henderson costruiscono un tappeto ritmico sul quale Ford può muoversi con assoluta libertà. E mentre la canzone sogna le northern lights e il southern Mexico, viene quasi voglia di seguirla, mollare tutto e mettersi in viaggio.
Poi arriva Jealous Guy. La canzone di Lennon è una di quelle che possono facilmente diventare intoccabili, prigioniere della propria storia. Ford invece la prende, la osserva da vicino e la riporta nel proprio mondo. Non è una rilettura che cerca di stupire a tutti i costi: è semplicemente una bella versione, suonata con misura.
Con Perfect Illusion cambia ancora il paesaggio. È una ballata rock luminosa, costruita su quella sottile linea che separa la malinconia dalla speranza. Non è il brano più sorprendente del disco, e probabilmente non vuole esserlo. Ha qualcosa di familiare, quasi di già ascoltato, ma Ford sa che una canzone non deve necessariamente inventare un nuovo linguaggio per arrivare da qualche parte. A volte basta suonarla bene. E qui la precisione, il suono e il controllo fanno il resto.

Poi arriva Black Night e il disco si fa improvvisamente più scuro. La scelta di riprendere Charles Brown è perfetta per Ford. Il brano del 1951 viene rivestito senza essere travestito: l’introduzione apre una finestra sulla Big Band, gli ottoni entrano in dialogo con la voce e la chitarra torna a occupare il centro della scena. È uno dei momenti in cui si capisce davvero perché Ford sia ancora un riferimento per tanti chitarristi. Non per la quantità di note, ma per il modo in cui sa farle pesare. E da qui il disco cambia definitivamente pelle. Le parole scompaiono e arrivano Two Shades of Blue, The Fire Flute, The Light Fandango e Feeling’s Mutual. È la parte più libera e, per certi versi, più interessante dell’album. Qui Ford lascia emergere il musicista che guarda al jazz con la stessa naturalezza con cui guarda al blues. E qui torna anche Jeff Beck, non come presenza da imitare, ma come stimolo, come punto di partenza per ragionare ancora una volta su cosa possa fare una chitarra quando smette di essere semplicemente una chitarra.
È forse questo l’aspetto che mi convince di più di Two Shades of Blue: Ford non sembra avere alcun bisogno di dimostrare qualcosa, a settantacinque anni potrebbe tranquillamente limitarsi a celebrare la propria storia, ripercorrere i territori che conosce meglio e consegnarci un disco impeccabile. Invece prova ancora a spostare qualche confine, anche quando il risultato non è sempre sorprendente. Perché no, ragazzi… questo non è il capolavoro di Robben Ford. E probabilmente non è nemmeno il disco che ricorderemo alla fine dell’anno come quello destinato a cambiare qualcosa. Ma sarebbe un errore chiedergli questo.Two Shades of Blue è un disco di mestiere nel senso migliore della parola: elegante, solido, suonato magnificamente e soprattutto suonato da qualcuno che il blues non lo conosce soltanto, ma lo ha attraversato per tutta la vita. E quando Ford prende la chitarra, anche nei momenti in cui il disco procede su sentieri già conosciuti, c’è sempre quella piccola deviazione, quel fraseggio, quella nota lasciata respirare un istante più del previsto che ci ricorda perché siamo ancora qui ad ascoltarlo.
Forse le due sfumature di blu sono proprio queste: ciò che Ford ha già vissuto e ciò che continua ostinatamente a cercare. Al giorno d’oggi non è poco!
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