di Gianni Giusti

Angela Autumn si è costruita negli anni un reputazione in area Nashville, dove vive, fino a guadagnarsi il soprannome di Rosa degli Appalachi: un’immagine che tiene insieme le origini familiari negli Allegheny e la sua riconoscibile familiarità con il banjo. È una definizione suggestiva, forse persino troppo, perché Believer, il suo secondo album, sembra fare di tutto per sfuggire all’idea rassicurante della cantautrice appalachiana immersa nella natura e intenta a tramandare antiche memorie.
Autumn, del resto, dichiara fin dall’inizio di voler fondere diversi aspetti di sé stessa e, soprattutto, di voler dare al disco più spinta. Un’intenzione che accompagna anche una delle sue dichiarazioni più curiose: Molti miei amici sono ballerini e spogliarellisti. Mi piace quindi creare musica che permetta loro di muoversi. Prendere sul serio una frase del genere sarebbe probabilmente un errore: meglio leggerla come una dichiarazione d’indipendenza da quella certa idea di folk e da una certa America a stelle e strisce che pretende compostezza, autenticità e camicia a quadri anche quando non servono.
Per trovare la materia prima delle sue canzoni, Autumn ha scelto però un percorso tutt’altro che urbano. Boschi del Tennessee, una casa sull’albero nei dintorni rurali di Asheville, un magazzino a Chattanooga trasformato in dormitorio improvvisato, con tanto di notti trascorse sul pavimento di cemento. Una forma di eremitaggio creativo che potrebbe facilmente scivolare nel cliché del cantautore che deve soffrire un po’ per scrivere qualcosa di vero. Lei stessa ammette: Mi piace mettermi in situazioni estreme per scrivere. E in effetti brani come Jesus Heist e In The South sembrano nascere proprio da questa necessità di azzerare il rumore circostante. Senza la terra, probabilmente non avrei alcuna musica – afferma decisa. Una frase bellissima, anche se Believer dimostra che, per fortuna, la musica di Autumn non vive soltanto di terra. Le dodici tracce sono state affidate a Isaiah Beard, alias Baerd, già collaboratore della musicista, con il contributo del batterista Ross McReynolds e di altri musicisti. La produzione cerca così di ampliare il perimetro di un songwriting che, preso alla lettera, rischierebbe talvolta di adagiarsi su coordinate fin troppo familiari. Autumn raddoppia la voce, Beard accumula fino a sei parti di chitarra sullo stesso brano e l’intero procedimento viene descritto come un esperimento fatto soprattutto per divertirsi. Oh, ecco… almeno questo Believer non pretende di essere un monumento alla purezza folk. Perché il problema, semmai, è proprio qui. Quando Autumn rimane dentro il paesaggio che conosce meglio, il disco funziona, ma non sempre sorprende. Mountain Stream, con il suo immaginario di canyon, valli e acque correnti, è una ballata folk ben costruita, ma anche quella più facilmente riconducibile a un repertorio già ampiamente frequentato. La natura, in Believer, è presenza costante, rifugio, memoria e quasi religione privata. Il rischio di trasformarla in un fondale instagrammabile è dietro l’angolo, anche se Autumn riesce generalmente a evitarlo grazie a una scrittura abbastanza inquieta da non lasciarsi completamente addomesticare. È quando decide di sporcare le coordinate che il disco diventa più interessante. Sage Bundle accelera verso un indie-rock nervoso e vagamente sgangherato, quasi una piccola (s)canzonetta alla Stephen Malkmus, e proprio per questo risulta più viva di certi episodi nei quali il folklore rischia di diventare maniera. Qui Autumn sembra finalmente dimenticare di dover rappresentare qualcosa – gli Appalachi, la tradizione, la natura, la cantautrice solitaria – e semplicemente suonare.
Anche Jesus Heist funziona bene su questa ambiguità: la voce sdoppiata assume la forma di una preghiera intermittente, fragile e a tratti volutamente tremula, mentre il banjo perde la funzione di semplice marchio identitario e diventa uno strumento capace di creare tensione. In Electric Lizard, invece, prevale una dimensione più apertamente romantica e acustica, nella quale Autumn torna a essere la folksinger estroversa che probabilmente ci si aspettava di incontrare fin dall’inizio. È dunque nella contraddizione, più che nella coerenza, che Believer trova il proprio punto di forza. Autumn non ha ancora trovato – ammesso che sia necessario – una forma definitiva per il proprio songwriting, e probabilmente è proprio questo il dato più interessante del disco. Alcune soluzioni sembrano già perfettamente a fuoco, altre appaiono ancora come deviazioni esplorative, talvolta più promettenti che realmente risolte. La conclusione del disco affidata a My Alchemy, nenia sospesa e quasi estatica, ricompone il mosaico senza trasformarlo in una rivelazione. Believer non è il disco che reinventa il folk degli Appalachi, né pretende davvero di esserlo. È piuttosto il ritratto di una musicista che sta cercando di capire quanto può allontanarsi dalla propria tradizione senza perderne l’ombra. Quando rimane troppo vicina a quella tradizione, il risultato è gradevole ma prevedibile; quando invece la incrina con qualche eccentricità, qualche rumore e una buona dose di incoscienza, Autumn diventa decisamente più interessante. Così, alla fine, più che una Rosa degli Appalachi, viene da pensare a una musicista ancora in fase di mutazione. Believer, con tutti i suoi piccoli squilibri, vale soprattutto per questo: non perché abbia già trovato una voce definitiva, ma perché lascia intravedere che potrebbe averne più di una. E Angela Autumn è una personcina ruvidamente deliziosa.
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