di Andrea Del Favero
Ci sono dischi che nascono da un incontro e dischi che nascono dalla necessità di quell’incontro. Camerock, un progetto di Riccardo Tesi e Paolo Zampini, appartiene alla seconda categoria. Non perché organetto diatonico e flauto traverso siano strumenti naturalmente destinati a stare insieme, perché non lo sono affatto, ma perché entrambi i musicisti sembrano avere raggiunto quel punto della propria storia in cui le etichette cominciano a diventare un intralcio.

Tesi non ha bisogno di presentazioni: è uno dei musicisti che più hanno contribuito a togliere l’organetto dal folklore da cartolina, sdoganandolo entro una geografia musicale molto più vasta e articolata. Zampini da parte sua ha attraversato per decenni la musica colta e quella cinematografica, soprattutto dell’astro Ennio Morricone. Due carriere apparentemente lontane, dunque. Eppure la faccenda è meno sorprendente di quanto sembri: da ragazzi, entrambi pistoiesi, erano entrambi innamorati dei Jethro Tull. A volte la storia della musica passa anche da queste cose. Credo che però il problema, se tale vogliamo chiamarlo, fosse cosa farne di questo nuovo incontro. La risposta di Camerock è suffcientemente intelligente da non cercare una fusione spettacolare. Niente improbabili crossover costruiti a tavolino, niente contaminazione usata come parola magica per coprire la mancanza di idee. Tesi e Zampini fanno una cosa più difficile: continuano a essere se stessi mentre lasciano spazio all’altro. In mezzo ai due troviamo Daniele Biagini, che è pianista, co-autore e co-arrangiatore, in un ruolo tutt’altro che ornamentale o marginale nel dare forma a questo materiale. Il disco funziona proprio perché non sembra voler dimostrare continuamente quanto siano bravi i suoi protagonisti. E potrebbero farlo, naturalmente, rischiando magari la smargiassata. Camerock, invece, preferisce il fraseggio alla ginnastica, il colore alla dimostrazione muscolare, il gusto per la melodia al virtuosismo fine a se stesso.
Non è poco di questi tempi, non è poco!
Tesi, soprattutto, porta dentro il progetto quella sua particolare idea di musica popolare che da sempre rifiuta di stare ferma al proprio posto. Qui non c’è spazio per generiche world music o riscritture in ipotetiche lingue della tradizione: l’organetto diventa uno strumento armonico, ritmico, melodico, capace perfino di assumere una certa ruvidità rock. Zampini, dal canto suo, evita il rischio opposto, quello del flauto imbalsamato nella musica colta. Il suo strumento respira, graffia e, quando serve, dialoga. Living in the Past, omaggio ai nostri amatissimi Jethro Tull, è il manifesto più evidente di questa operazione. L’organetto di Tesi e il flauto di Zampini si incontrano su un terreno che avrebbe potuto diventare facilmente una rievocazione nostalgica e questo non accade, perché il brano mantiene il sapore del modello, ma lo attraversa con una sensibilità cameristica, quasi che Ian Anderson fosse finito in un auditorium classico e avesse deciso di restarci. È però nelle composizioni originali che Camerock deve giocarsi la partita più importante e qui il disco convince quando evita di mettere i propri riferimenti in bella mostra: Stevia, Valzer libero, Pacifico, Formiche, Primo sole: sono titoli e atmosfere che suggeriscono viaggi, luoghi, cinematografie immaginarie, ma senza trasformarsi in musica illustrativa. Ci sono Mediterraneo, Mitteleuropa, America Latina, musica popolare, classica, jazz, cinema. Il rischio della dispersione era enorme: Tesi e Zampini lo evitano grazie a una cosa molto meno glamour della contaminazione modaiola: la scrittura! Estasi, con gli archi di Paolo Lombardi e Isacco Burchietti, ne è un buon esempio. È uno dei momenti in cui il progetto trova una propria identità senza bisogno di citare nessuno. E quando un disco smette di ricordarti altri dischi e comincia a ricordarti se stesso, significa che qualcosa sta funzionando.

Poi c’è Morricone. Affrontare Nuovo Cinema Paradiso significa inevitabilmente entrare in territorio minato. Quella melodia è ormai talmente sedimentata nell’immaginario collettivo da rischiare di diventare intoccabile. Tesi, invece, sceglie di non inginocchiarsi davanti al monumento e con l’arrangiamento di Biagini, il tema viene spostato, dilatato, riletto, andano oltre l’originale e osando, senza cercare di essere Morricone. Il risultato non pretende di migliorare l’originale perché sarebbe una battaglia persa in partenza, ma di stabilire con esso una conversazione. E questa è una differenza sostanziale.
Il resto della truppa musicale è di primo livello: Ettore Bonafè, Francesco Savoretti e Gigi Biolcati alle percussioni, Nando Citarella con lo scacciapensieri, Vieri Sturlini e Francesco Zampini alle chitarre, Mirco Capecchi e Alessandro Antonini al contrabbasso. Una compagnia numerosa, ma che non dà mai l’impressione di essere stata convocata per riempire gli spazi vuoti. Perché Camerock, in fondo, non è un disco che ha paura del vuoto. Lascia respirare le melodie, lascia che gli strumenti si ascoltino, lascia che una frase rimanga sospesa senza precipitarsi subito nella successiva. In tempi in cui spesso la musica sembra avere il terrore del silenzio e dell’idea di non dover dimostrare qualcosa ogni dieci secondi, è quasi una forma di resistenza. Naturalmente qualche passaggio avrebbe potuto osare ancora di più. Proprio perché i musicisti coinvolti hanno strumenti, esperienza e personalità sufficienti per spingersi oltre, in alcuni momenti si avverte la tentazione di rimanere nella zona confortevole dell’eleganza. E l’eleganza, quando diventa un rifugio, può essere anche un limite. Ma non è un limite ed è certamente preferibile a molte delle esagerazioni che normalmente accompagnano i dischi costruiti sull’idea di incontro fra generi. Camerock non inventa un nuovo linguaggio e non ne ha bisogno. Fa qualcosa di più concreto: dimostra che due musicisti provenienti da mondi diversi possono incontrarsi senza costringere nessuno dei due a perdere la propria identità. È musica colta senza posa accademica, musica popolare senza folklore da souvenir, rock senza bisogno di alzare il volume, cinema senza immagini.
E soprattutto è un disco suonato da musicisti che sembrano ancora e sempre divertirsi. Che, alla fine, potrebbe essere la cosa più rivoluzionaria di tutte.

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