
di Andrea Del Favero
La scena strumentale acustica rischia, a volte, di somigliare a un territorio già interamente esplorato, dove molti musicisti continuano a ripercorrere le orme di John Fahey, con il pollicione a battere i bassi e le altre dita ad arabescare sulle corde. Eppure, anche in questo paesaggio apparentemente saturo, c’è chi cerca sentieri meno battuti, come Davide Cedolin. Mi ero imbattuto, incuriosito dal suo cognome, in Ligurian Pastoral, dove chitarra acustica e banjo disegnano trame circolari, figure sonore che si ripetono e lentamente si trasformano, come le pieghe di un terreno, il movimento delle fronde o il mutare della luce sulle montagne. Sinceramente mi aveva convinto a metà.
Ora arriva questo Cjera Asìn e scopro che, pur essendo ligure, affonda le sue origini sulle montagne a due passi da casa mia! La natura è il suo punto di riferimento, con la sua voce discreta e ininterrotta, ma questa volta il paesaggio si carica di storia: la terra non è soltanto uno spazio da attraversare o contemplare: è il luogo in cui si sono sedimentate le vite degli uomini, le loro fatiche, le loro credenze e le tracce di un passato che continua, in qualche modo, a respirare nel presente. Nelle prime note di Cedolins, che è il borgo dal quale ha origine anche il suo cognome, si fa riconoscere la mano del musicista: la chitarra avanza con un passo essenziale, mentre tutt’intorno si leva il coro degli insetti, non c’è una vera separazione tra musica e ambiente e i due mondi sembrano appartenere allo stesso tessuto sonoro.
Il fingerpicking di Cedolin è ritmicamente saldo, ma non rigido; procede per inviluppi minimalisti, in un movimento simile a quello della natura, che sembra ripetersi incessantemente senza essere mai davvero uguale a se stessa. In Benandants, nove minuti di musica si distendono lentamente attorno a note di bordone che sembrano affiorare da una dimensione arcaica, richiamando riti antichi studiati a suo tempo da Carlo Ginzburg nel suo libro I Benandanti, che vi consiglio vivamente di leggere. Con Cjanâl, che sarebbe l’alta val d’Arzino, uno dei luoghi più affascinanti del Friuli, invece, emergono più chiaramente le radici blues e la tradizione del fingerstyle. Ma anche qui Cedolin evita la strada più prevedibile. Un banjo che ci verrebbe da definire spettrale si insinua alle spalle della chitarra, mentre il tempo accelera gradualmente, facendo crescere un’inquietudine che sembra provenire da un luogo remoto. A rendere tutto più vivo contribuisce anche una certa insofferenza per la perfezione levigata della registrazione contemporanea. Le corde vibrano, le dita rumoreggiano sulla tastiera, il suono conserva le proprie asperità. Nulla viene nascosto del tutto, perché anche l’imperfezione fa parte del racconto. In questi dettagli si avverte una libertà vicina all’improvvisazione, come se Cedolin accettasse che la musica possa smarrire per un istante la propria direzione, proprio come accade a chi cammina in un bosco senza seguire un sentiero preciso.
Cerdevol esprime al meglio tutto questo: L’acqua scorre in sottofondo, mentre il banjo ripete il proprio disegno ritmico. Poi, lentamente, qualcosa si incrina, il musicista sembra perdere interesse per la geometria iniziale del brano: il banjo e il bordone sbattono sovrapponendosii senza più trovare un accordo immediato. Per qualche secondo il suono si fa incerto, quasi esitante, gli strumenti tacciono e rimane soltanto l’acqua. Ecco perché Cjera Afìn non può essere liquidato come un semplice disco di chitarra acustica. La sua materia è certamente musicale, ma il suo orizzonte è più ampio: è quello di un territorio raccontato attraverso le sue risonanze, di una storia che riaffiora non soltanto nei documenti e nelle testimonianze, ma anche nel rapporto tra le persone e i luoghi che abitano. In un panorama della chitarra acustica ancora troppo spesso impegnato a misurarsi con i propri maestri, Davide Cedolin sceglie dunque una strada personale. Non cerca di reinventare il linguaggio della chitarra attraverso gesti spettacolari, né di dimostrare quanto lontano possa spingersi il fingerpicking. Preferisce ascoltare, raccogliere, mettere in relazione. Le sue composizioni sembrano nascere da un gesto antico e semplice: fermarsi in un luogo e concedergli il tempo di parlare.
Cjera Afìn è un lavoro maturo, ma soprattutto è un disco che invita a rallentare, nel quale Cedolin ci offre una musica che non pretende di possedere la terra, ma prova ad ascoltarla. E che, quando finalmente tace, ci lascia per qualche istante soli con il mondo.
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