di Andrea Del Favero

Fun a velt vos iz nishto mer, ripreso dal titolo di un libro di Israel Singer, The Other Singer, ma in realtà forse più bravo del premio Nobel Isaac, un libro che traccia proprio la linea di demarcazione della tipologia dell’area europea dove dovremmo rivolgere le nostre ricerche se volessimo addentrarci nel complesso e affascinante mondo del Klezmer, quelo delle origini, lontano dalle colte e jazzate contaminazioni newyorkesi dei nostri amici Klezmatics, tanto per citare un nome noto ai più.
E così Fun a velt vos iz nishto mer, Musiche di un mondo che non c’è più, non è semplicemente un album, ma una presa di posizione, un interrogarsi su come una musica nata per essere vissuta sulla pelle, nei corpi, nelle relazioni, nei momenti condivisi possa tornare a esistere senza essere congelata in una forma inerte, museale, folkloristicizzata. Angelo Baselli e Gianluca Casadei non recuperano il klezmer: lo rimettono in circolo! Le fonti d’archivio non rappresentano reliquie, ma occasioni di riattivazione, punti di partenza per un fare musicale che torna a essere gesto, respiro, presenza.
In questa prospettiva, il repertorio non viene fissato, ma riaperto, riconsegnato a un immaginario collettivo di un’isola che non c’è, ma è stata importante, fremente, vibrante: freylekh, doine e danze non sono oggetti da interpretare, bensì pratiche da abitare, forme elastiche, che si definiscono nel momento stesso dell’esecuzione. Il linguaggio klezmer si rivela per ciò che è: un sistema in cui libertà e struttura non si oppongono, ma si sostengono a vicenda. Il rubato, le inflessioni modali, l’ornamentazione non abbelliscono la musica, la costituiscono. Nel dialogo tra clarinetto e fisarmonica, il suono si carica di una qualità quasi fisica, incarnata, in cui il ritmo si sente prima di essere contato e il fraseggio ancora prima di essere pensato.
Ma non c’è nostalgia in questo far musica, non aspettativi di trovare una ricostruire un passato idealizzato, quanto piuttosto una prossimità, una musica che torna a essere necessaria perché torna a essere condivisa. Anche quando le fonti sono lacunose, segnate da interruzioni e perdite, l’atto esecutivo e interpretativo non le cristallizza, ma le restituisce alla loro funzione originaria, che è quella dell’essere usate, trasformate, trasmesse.
Israel Joshua Singer nel suo libro evoca un mondo scomparso, ma reso ancora tangibile dalla memoria. In quelle pagine, la vita dello shtetl (villaggi di comunità situati prevalentemente in Polonia, Lituania, Ucraina e Galizia, insediamenti con una presenza ebraica compatta, spesso situati all’interno della zona di residenza imposta nell’Impero Russo).riemerge con tale intensità da farsi quasi esperienza sensoriale. È in questo spazio tra assenza e presenza che si colloca anche il klezmer come una traccia viva di un universo culturale disperso, ma non del tutto perduto.
Il termine stesso klezmer racconta una storia di trasformazioni: da strumento di canto a musicista, fino a indicare un intero ambito musicale. Il repertorio, stratificato e permeabile, riflette questa storia di incontri: accanto agli elementi liturgici convivono influenze slave, rom e chassidiche.
Walter Zev Feldman – leggiamo nelle ricche note di copertina – ha classificato gli stilemi di questa musica per restituire ordine a questa complessità, distinguendo tra un nucleo propriamente ebraico, repertori di adozione e adattamento, musiche condivise con altri contesti e un più ampio orizzonte cosmopolita. Ma più che categorie fisse, queste appaiono come zone di passaggio, testimonianza di una tradizione in continuo movimento.

Proprio la consapevolezza della precarietà di questo patrimonio spinse, all’inizio del Novecento, la spedizione etnografica guidata da – An-ski a lanciarsi in una campagna di ricerca che sarebbe diventata un baluardo contro la scomparsa, in un momento storico segnato da trasformazioni radicali e da crescenti minacce, dove l’urgenza era quella di salvare non solo oggetti o melodie, ma un intero modo di vivere e il significato stesso di quel mondo. L’approccio adottato – che univa documentazione visiva, registrazione sonora e indagine specialistica – anticipava straordinariamente le pratiche di ricerca moderne.
In questo contesto, il connesso lavoro di Zinovy Kiselgof assume un valore decisivo: non una semplice raccolta di melodie, ma un tentativo di comprenderne le condizioni di esistenza, le varianti, i contesti. È proprio questa attenzione al dettaglio vivo che oggi permette a quella musica di non restare confinata nell’archivio, ma di continuare a parlare.
E forse è proprio qui che si chiude il cerchio: tra archivio e performance, tra perdita e riattivazione. Dove la memoria non è conservazione passiva, ma possibilità di nuovo ascolto, dove ciò che sembra appartenere a un mondo che non c’è più trova ancora il modo di accadere.
Un grande disco, godibile dalla prima all’ultima traccia, anche nella conservata ballabilità di molti brani, che ci porta già a considerare questo lavoro di Baselli e Casadei come uno dei migliori di questo 2026, nell’attesa di poter godere appieno della loro musica in concerto.

| Artista | Angelo Bselli e Gianluca Casadei |
| Titolo |
Fun a velt vos iz nishto mer Musiche di un mondo che non c’è più |
| Label | Da Vinci Classics |
| Supporto | CD |
| Anno | 2025 |
| Sito | https://davinci-edition.com/product/c01088/ |
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