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IL PROFONDO NORD DI KRISHNA NAGARAJA

8 Luglio 2026 di Redazione-FB Lascia un commento

a cura di Tiziano Menduto

Una conversazione con Krishna Nagaraja a margine dell’uscita dell’ultimo progetto discografico del suo gruppo Brú.

Krishna Nagaraja@anna Maria Viksten

F.B. – Prima di presentare Sjungande Danser, ti suggerirei di condividere qualche dettaglio su di te. Qual è stato il percorso che ti ha portato alla musica nordico-scandinava? Perché hai scelto di studiare presso la Sibelius Academy di Helsinki e di approfondire la conoscenza anche del violino dell’Hardanger?
K. N. – La molla che ha mi ha costantemente spinto oltre la mia comfort zone di musicista classico specializzato in musica barocca è sempre stata la curiosità. I miei gusti musicali sono molto variopinti, spaziando da Monteverdi ai Meshuggah passando per musiche corali tradizionali e contemporanee, e molto altro. Scoprii la musica tradizionale irlandese nei primi anni 2000, grazie ad ascolti casuali che mi accesero da subito una passione per il suono, il ritmo e il linguaggio di gighe e reels; di lì a poco mi ritrovai a suonare in un gruppo italiano dedicato al repertorio irlandese, scozzese e bretone, i Polverfolk, al quale devo la mia introduzione al mondo delle musiche tradizionali di quella provenienza. La musica nordica bussò alla mia porta qualche anno dopo grazie ad altri ascolti e alla proposta di unirmi a un trio di musica svedese, Krusmynta, in cui il fondatore Tiziano Menduto mi spalancò le porte degli sconfinati tesori delle tradizioni nordiche, che tuttora indago con intatta meraviglia.

Il mio ingresso nella Sibelius Academy si deve a un master in musica globale (GLOMAS) intrapreso nel 2012, in un momento in cui soffrivo un certo mio appiattimento professionale sul solo genere della musica barocca. Volevo dare una svolta alla mia vita musicale e me ne si presentò l’occasione con questo percorso di studi in Finlandia: da allora tutti i miei principali progetti di studio e ricerca al di fuori della musica cosiddetta classica si sono collocati lì. Infine, la mia fascinazione per l’Hardanger fiddle norvegese risale al 2014 circa, quando vidi suonare dal vivo a Helsinki un Hardanger fiddler (Olav Luksengård Mjelva) e cominciai ad ascoltare quel repertorio, innamorandomene all’istante. Un paio di anni più tardi mi trovai in Norvegia alla ricerca del mio personale Hardanger fiddle, trovato grazie alla generosa guida di Daniel Sandén-Warg, uno tra i migliori fiddler in circolazione in Norvegia. Il violino norvegese ha un suono e un repertorio per me magici ed estremamente evocativi; la complessità squisitamente ritmica delle varie tradizioni locali non poteva non far presa su una personalità musicale rhythm-oriented come la mia.

F.B. – Secondo te, quanto differisce l’ambiente musicale – non solo folk – in Finlandia e nei paesi nordico-scandinavi rispetto all’Italia?
K. N. – Non conosco molto l’ambiente folk in Italia, dunque non posso pronunciarmi più di tanto: noto però che nei paesi nordici, per un’infinità di ragioni storiche e culturali, da decenni c’è un’attenzione più sistematizzata e istituzionalizzata verso il proprio repertorio tradizionale rispetto a quello che mi sembra di percepire in Italia. Per esempio, il dipartimento folk della Sibelius Academy fu fondato da Heikki Laitinen nel lontano 1983, e gli stessi programmi di ricerca artistica dottorale in quella istituzione hanno ormai più di trent’anni di età – nei conservatori italiani il primo ciclo di studi dottorali è partito l’anno scorso. La diffusione della musica tradizionale nel generale tessuto sociale nordico, tuttavia, non è a mio giudizio molto maggiore che in Italia: al di fuori degli ambienti di addetti ai lavori i generi musicali dominanti sono, come sappiamo, altri. Ciononostante, ho l’impressione che i nordici abbiano più familiarità con la propria musica tradizionale rispetto agli italiani: una possibile spiegazione è la minore frammentazione delle tradizioni musicali nordiche, che pur con tutte le affascinanti variazioni ed evoluzioni cui sono andate incontro nei secoli (si pensi all’interessantissima storia della polska), probabilmente non sono state soggette ad avvicendamenti di correnti etniche, sociali, politiche, e dunque culturali paragonabili a quelli che da sempre attraversano la nostra penisola.

Krishna Nagaraja Outdoor

F. B. – Parliamo anche dell’ensemble Brù da te fondato. Ho notato che nel logo del gruppo compare ancora la dicitura New Early Music e mi sembra che i richiami alla musica antica siano numerosi nel vostro lavoro. Ma cosa intendete esattamente con New Early Music?
Questo motto risale agli albori della fondazione del gruppo nel 2012, e confesso di non includerlo più molto spesso nelle presentazioni di Brú, avendo da tempo ormai esaurito quella che all’inizio pensavo potesse rimanere una cifra artistica costitutiva. Brú nacque per iniziativa di quattro specialisti italiani della musica barocca, accomunati da una enorme passione per la musica folk specialmente di area irlandese e scozzese: cercavamo di unire le due anime esplorando una maniera storicamente e stilisticamente informata di eseguire melodie folk, sia tratte da manoscritti d’epoca che tratte dalla tradizione orale. Già dalle prime esperienze si poneva molto l’accento sugli arrangiamenti, curati soprattutto da me, nei quali vestivo gli elementi folk con abiti riconoscibilmente barocchi: in questo senso lo stile era early music, ma il prodotto era new. Molto presto, tuttavia, altri stili sono stati incorporati negli arrangiamenti, dal cosiddetto contemporary folk alla cosiddetta musica colta contemporanea, all’improvvisazione e a generi a me molto cari come il metal. La dicitura New Early Music andava dunque sempre più stretta, e col tempo ho smesso di usarla pur dimenticando – mea culpa – di correggere loghi e immagini già in circolazione.

F. B. – Per quale ragione avete deciso di concentrarvi su un repertorio legato alle danze cantate? Quali pensi sia la caratteristica più interessante a livello musicale di questo specifico repertorio?
Sjungande Danser nacque nel 2016 come programma da concerto, commissionato dal MA Festival Bruges. Il tema di quell’anno era Elogio della Follia, e il direttore artistico Tomas Bisschop mi chiese se potessi proporgli qualcosa che vi si avvicinasse, magari di carattere variopinto e carnevalesco. In quel periodo mi ero avvicinato alla pratica di canto ritmico nordico denominata trall, simile al lilting irlandese, al puirt à beul scozzese, allo scat jazzistico e a qualunque forma di mouth music in cui la voce viene usata come uno strumento per produrre melodia e ritmo tramite testi o fonemi spesso senza significato. In Svezia il repertorio di vispolskor ossia di polske cantate (e non necessariamente suonate) è ampio e riconosciuto: un esempio fra i tanti che all’epoca mi avevano molto impressionato è il CD Trall di Ulrika Gunnarsson (Giga Folkmusik, 2009).
Teoricamente, qualunque melodia per danza può essere trallata anziché suonata: ho quindi attinto al vastissimo numero di polske svedesi e finlandesi e ne ho arrangiate alcune sia includendo la voce che in versione completamente strumentale. Man mano che l’idea del programma prendeva forma affiorava anche il volto e il nome della cantante a cui avrei chiesto di diventarne la voce: la mia amicizia con Luciana Mancini, versatile mezzosoprano cilena/svedese specializzata in musica barocca ma attiva in progetti crossover, era profonda e di lunga data, cosicché il suo sì fu praticamente istantaneo. Fu anche per valorizzare la sua presenza nel programma con un repertorio più strettamente vocale e narrativo che decisi di alternare le parti danzanti con alcune ballate medievali svedesi, intrecciando temi che si rincorrevano anche nel resto dei brani come amore, morte, vita, incantesimi, inganno, redenzione.

Sjungande Danser

F.B. – Del repertorio tradizionale affrontato in Sjungande Danser mi colpisce da un lato l’estrema vitalità e freschezza ritmica, l’atteggiamento allegro, quasi epicureo e non-chalant di brani come Dansen Ungdom, Martins Begravning, o Brú(den)s Farväl; dall’altro la tendenza alla malinconia, alle tinte sobrie e addirittura fosche di O Tysta Ensamhet, Herr Olof, Näcken och Jungfrun. Vi è un ampio spettro di tematiche esistenziali e di vita quotidiana: ciò non sorprende, se si considera che la musica tradizionale è lo specchio diretto dell’essenza di una cultura. Gli arrangiamenti dei brani in Sjungande danser sono opera tua. Come è stato il lavoro di arrangiamento? Come è stato passare dal carattere tardo barocco di diverse musiche ad alcune scelte moderne e insolite come, ad esempio, in Polska After Somebody in Värmland? 
K. N. – È stato un passaggio per me talmente naturale da non essere, di fatto, un passaggio. In me convivono tante influenze artistiche, alcune (solo) apparentemente contrastanti, e sarebbe paradossalmente più anormale per me fissarmi su un solo stile a tempo indeterminato. Questa mia continua ricerca, senza sentirmi mai a mio agio, può essere dovuta a fattori come la curiosità di cui si parlava più sopra o l’eredità culturale mista della mia famiglia: padre indiano emigrato in Inghilterra e poi sposato in Italia, madre umbra, infanzia passata brevissimamente in quest’ultima meravigliosa regione per poi crescere in provincia di Varese e successivamente girare il mondo come musicista freelance…

Il caso di Polska After Somebody in Värmland è particolare e – lo ammetto – forse un po’ estremo per chi cercasse in Sjungande Danser solo l’elemento folk o barocco. L’arrangiamento riflette il carattere bizzarro dei ritmi asimmetrici delle polske della Svezia occidentale, lo amplifica e lo trasferisce all’aspetto armonico e timbrico dell’arrangiamento, di stampo sicuramente non barocco. Oltre alla melodia tradizionale, una grossa fonte di ispirazione fu Brekken degli Hoven Droven, che di fatto potrebbe tranquillamente passare per brano metal. Per introdurre un’atmosfera così scanzonata e surreale, mi venne in sede di registrazione l’idea di omaggiare i caustici paladini della comicità inglese nonsense, i Monty Python, nel modo che si può sentire nel disco e che non spoilero qui.

F. B. – Nel libretto del cd si trova una interessante intervista a Mats Edén, figura centrale nello sviluppo della musica tradizionale svedese. In quell’intervista si affronta anche il tema del rapporto tra conservazione e innovazione, tra passato e presente, tra voce personale e tradizione collettiva. Qual è il tuo punto di vista su questi argomenti?
K. N. – Io credo che abbiamo bisogno di entrambi: individualità e collettività, familiare e diverso, interno ed esterno, passato e presente, locale e globale. La sfida contemporanea sta nel navigare il vasto mare di possibilità che la risoluzione di tali contrapposizioni comporta. Tutto è interconnesso con tutto, che ci piaccia o no: è possibile ignorarlo e chiudere le porte per proteggersi dai pericoli, ma così si perdono necessariamente anche le possibilità che l’Alterità ci offre. Io non mi considero un musicista tradizionale, né tantomeno un tradition bearer, e non esprimo dunque opinioni su cosa dovrebbero fare o non fare riguardo le influenze esterne le comunità che ospitano un qualche tipo di cultura tradizionale. Non mi considero neanche un musicista barocco, o classico, o altro. Non aborro le etichette, credo che abbiano una grande utilità come ce l’hanno le mappe che descrivono un territorio: tuttavia, così come il territorio è ben più della mappa e la vita è ben più dei modelli che la rappresentano, la comunicazione insita nella musica è un’energia sottile che non si può descrivere o circoscrivere più di tanto. Ne consegue che, se vogliamo proteggerla troppo (e dunque, in un certo senso, controllarla), la strangoliamo; se invece vogliamo lasciarla completamente a se stessa (e dunque, in un certo senso, tenerla fuori da noi), la perderemo.

F.B. – In conclusione, quali sono secondo te i brani più rappresentativi e stimolanti del vostro lavoro? E quali progetti avete in mente per il futuro dell’ensemble Brù?
K. N. – Il primo brano del disco, Trall Set, il penultimo, Poska After Somebody in Värmland, rappresentano in un certo senso due estremi stilistici: Trall Set apre in stile deliberatamente barocco, mentre come ho spiegato più sopra l’altro ci immerge in atmosfere decisamente più strampalate e contemporanee. Tra le ballate medievali svedesi, trovo l’epica Näcken och Jungfrun interessante per il complesso intrecciarsi di melodie svedesi e norvegesi, e di stili folk, contemporanei e improvvisativi che raggiunge in questa traccia una concentrazione più alta che in altre parti del disco.

Tra i progetti futuri c’è l’idea di registrare l’altro programma con cui attualmente facciamo concerti, intitolato Scandinavian Spirits, interpretato da musicisti italiani e basato su un antico poema mistico norvegese.

Le foto presenti nell’articolo sono di Anna-Maria Viksten.

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