di Felice Colussi

Quando la tradizione incontra la psichedelia, tra fascinazione e ricerca di un’identità. Il debutto del quartetto franco-colombiano attraversa le molteplici geografie musicali della Colombia, intrecciando ritmi afrodiscendenti, suggestioni tropicali e psichedelia elettrica. Un progetto ricco di intuizioni, che convince soprattutto quando abbandona la dimensione della ricostruzione stilistica per trovare una propria voce.
C’è una Colombia musicale che va ben oltre la cumbia, ormai diventata una sorta di marchio internazionale, spesso utilizzato come scorciatoia per raccontare la complessità sonora del Paese. È proprio da questa consapevolezza che prende le mosse Pasaje, album d’esordio degli Aïtawa, quartetto franco-colombiano di stanza a Lione. Un lavoro che si propone di esplorare territori musicali meno frequentati, recuperando tradizioni afro-colombiane e mettendole in relazione con il linguaggio della psichedelia tropicale. Un progetto ambizioso, animato da una sincera curiosità culturale e da una notevole energia ritmica, ma non sempre altrettanto efficace nel tradurre la ricchezza delle proprie premesse in una personalità sonora pienamente riconoscibile.
Il centro gravitazionale della formazione è Luisa Caceres, cantante e polistrumentista di origini colombiane, la cui formazione musicale è profondamente legata allo studio delle tradizioni popolari del proprio Paese. laureata all’Accademia di Arti Superiori di Bogotá, ha dedicato un importante lavoro di ricerca ai compositori della costa atlantica colombiana, approfondendo sul campo i linguaggi musicali delle comunità caraibiche e pacifiche. Un percorso che l’ha portata a confrontarsi con importanti interpreti della scena latinoamericana e a collaborare, dopo il trasferimento in Francia, con formazioni come Cumbia y Cardon e The Bongo Hop.

Questa esperienza costituisce il principale patrimonio degli Aïtawa, ma anche una responsabilità artistica: confrontarsi con tradizioni musicali complesse significa infatti evitare che la ricerca si trasformi in una semplice esposizione di repertori e riferimenti. In Pasaje il gruppo affronta la sfida con risultati interessanti, soprattutto nella capacità di far dialogare linguaggi differenti senza ridurli a un generico colore esotico. La materia prima è particolarmente ricca. Accanto alla cumbia, gli Aïtawa esplorano la chirimía della costa pacifica, il bullerengue afro-caraibico e la champeta di Cartagena, genere urbano profondamente influenzato dal soukous congolese. Sono tradizioni che portano con sé storie di migrazioni, contaminazioni e resistenza culturale. Il quartetto le rilegge attraverso una strumentazione che affianca gli strumenti tradizionali a Fender Rhodes, chitarre elettriche, sassofono e una sezione ritmica decisamente contemporanea. È qui che Pasaje rivela il suo volto più seducente. Le percussioni costruiscono un movimento incessante, il basso lavora su linee avvolgenti e ripetitive, mentre le tastiere introducono atmosfere ipnotiche che rimandano alla stagione della psichedelia tropicale degli anni Settanta e Ottanta. Il risultato è un impasto sonoro caldo e coinvolgente, capace di alternare momenti di grande immediatezza a passaggi più dilatati e visionari.

Tuttavia, proprio questa ricchezza di riferimenti rappresenta anche uno degli aspetti più problematici dell’album. La volontà di tenere insieme numerose tradizioni e altrettante suggestioni internazionali rischia talvolta di produrre una certa sovrabbondanza stilistica. Alcuni arrangiamenti sembrano procedere per accumulo di elementi, come se la forza evocativa delle singole componenti dovesse necessariamente tradursi in un’identità collettiva. Ma la somma delle influenze non coincide sempre con la definizione di un linguaggio originale. In alcuni momenti si avverte la sensazione che gli Aïtawa siano più convincenti nel ricreare un’atmosfera che nel sovvertirla, più abili nel costruire un paesaggio sonoro riconoscibile che nell’imprimervi una svolta davvero personale. Non si tratta, naturalmente, di un limite insormontabile, soprattutto per un lavoro d’esordio. Piuttosto, è una questione di equilibrio: quando il gruppo lascia respirare le strutture ritmiche e concede spazio alle singole intuizioni strumentali, la musica acquista profondità e carattere; quando invece le diverse componenti vengono sovrapposte con eccessiva insistenza, il rischio è quello di una psichedelia tropicale che rimane piacevole, ma in parte prevedibile. Anche sul piano tematico il disco ambisce a qualcosa di più di un semplice intrattenimento danzante. Il titolo Pasaje, traducibile come passaggio o transizione, richiama un’idea di movimento che riguarda tanto le persone quanto le culture. Le canzoni affrontano questioni importanti come lo sfollamento forzato, la violenza politica in Colombia, la memoria storica e la precarietà dell’esistenza contemporanea, accanto a temi più intimi come l’amore e le relazioni. La scelta di affidare a ritmi vitali e trascinanti contenuti di questa complessità è una delle intuizioni più interessanti del progetto. La danza non viene proposta come evasione, ma come forma di affermazione collettiva, come possibilità di resistere e continuare a esistere nonostante le ferite della storia. Resta però una certa distanza tra la profondità delle tematiche evocate e la loro effettiva traduzione in una scrittura musicale e lirica altrettanto incisiva. Il disco suggerisce, più che approfondire, lasciando talvolta che sia il contesto culturale a conferire significato a composizioni che sul piano strettamente musicale potrebbero spingersi più lontano. Tra i momenti più riusciti si distingue Sabrosura ‘e gaita, dove la componente ritmica trova una sintesi particolarmente efficace e la band dimostra una notevole naturalezza nell’intrecciare le proprie influenze. La Contra e Dime que tú quieres, singoli di lancio dell’album, puntano invece su melodie immediate e groove coinvolgenti, rappresentando il versante più accessibile della proposta. Meno convenzionale, almeno nelle intenzioni, Que el miedo se acabe, brano che assume il valore di una dichiarazione contro la paura e la violenza collettiva, affidando alla musica una funzione apertamente liberatoria.

La produzione analogica realizzata presso il Back to Mono Studio contribuisce a dare coesione al progetto. Il suono è organico, caldo, lontano da certe levigatezze digitali che rischiano di uniformare le produzioni contemporanee. Gli strumenti conservano una presenza fisica e una buona profondità, anche se una maggiore varietà nelle soluzioni dinamiche avrebbe probabilmente restituito ancora più incisività ad alcuni passaggi. Registrazione, missaggio e masterizzazione sono a cura di Christian Hierro, mentre la copertina è a cura di Félix Vincent. Tutte le musiche sono state scritte da Aïtawa, salvo Van Cantado Por La Sierra, composta da Emilio Murillo. La formazione del gruppo vede all’opera Luisa Caceres al canto, saxofono, gaitas, maracas e guasas; Lucas Territo alla chitarra e ai cori; Lorenzo Morrone alla batteria, alegre e cori; Antonin Cognet al basso Rhodes, tastiere e cori.
Pasaje è dunque un esordio interessante, con una precisa identità culturale e una notevole capacità di coinvolgimento, ma non ancora del tutto risolto sul piano della personalità compositiva. Gli Aïtawa dimostrano di conoscere profondamente le tradizioni alle quali guardano e di possedere gli strumenti per rileggerle in chiave contemporanea. La sfida, per il futuro, sarà quella di emanciparsi progressivamente dalla forza dei propri riferimenti, trasformando la ricchezza della ricerca in un linguaggio sempre più autonomo. Per ora resta un album che merita attenzione soprattutto per la sua capacità di aprire finestre su una Colombia musicale meno conosciuta, restituendone la vitalità e la complessità senza rinunciare al piacere fisico del ritmo. Non tutto è ancora perfettamente a fuoco, ma quando gli Aïtawa trovano il giusto equilibrio tra radici e sperimentazione, Pasaje riesce davvero a diventare qualcosa di più della somma delle sue influenze: un viaggio sonoro autentico, attraversato da una tensione creativa che lascia intravedere sviluppi promettenti.
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