Set
26
2011

Alle Radici della Musica Afroamericana – 11 (nuova serie) – a cura di Fabrizio Poggi

E John Hammond è uno che di miglia ne ha percorse parecchie. E’ uno che la strada la conosce molto, molto bene. Divertendoci a fare i conti con la dolcissima moglie Marla, dal 1983 sua inseparabile compagna e personal manager pare che ormai John sia sulla soglia dei 5000 concerti fatti. Ovunque. In ogni parte del mondo. Spesso da solo, o meglio, in compagnia della sua chitarra National e dall’armonica che da una vita tiene appesa al collo come il diamante più prezioso della terra e che suona con passione inaudita. Vera e propria leggenda del blues americano John Hammond, che ha lavorato con mostri sacri come Tom Waits, John Lee Hooker, Rolling Stones, Ray Charles, Bob Dylan, Eric Clapton, Jimi Hendrix, Dr. John e tanti altri,  ha avuto ben cinque nomination ai Grammy Award. Di lui Jimi Hendrix disse una volta: “John Hammond suona e canta con una passione incredibile. Sembrava che avesse un’anima fatta apposta per suonare il blues”. E questo è quello che ha detto l’uomo che ha “reinventato” la chitarra elettrica. Tom Waits non è stato da meno quando nelle vesti di produttore di “Wicked grin” ha affermato: “Il sound che riesce a creare  John con la sua sola voce, chitarra e armonica è così irresistibile, completo, simmetrico e pieno di soul, che ti sembra in un primo momento persino impossibile immaginare di poter far qualcosa per migliorarlo… E’ una forza della natura. John suona come un treno che arriva a gran velocità. Ed è il più forte di tutti”. E poi forse non soddisfatto aggiunse in perfetto stile waitsiano: “ John il ritmo di un fabbro ferraio e la stessa precisione di quelli che tagliano i diamanti o maneggiano serpenti”. T Bone Burnett altro produttore di culto non da poco, nelle note di copertina di quel disco prodotto da Waits scrisse: “John Hammond è un maestro un virtuoso, uno stregone e un futurista… John è parte di quella ristretta schiera di uomini capaci di far suonare una chitarra e un’armonica come un’orchestra: Jimmy Reed, Howlin’ Wolf, Bob Dylan. E’ come se suonasse musica classica quando manda i suoi messaggi e racconta le sue storie. Il mistero è tutto qui,  in un suono che fa boom. Un grande boom. In un linguaggio capace di attraversare anche la notte più buia”.
John Paul Hammond, questo il suo nome per intero, è nato il 13 novembre del 1942 a New York. Suo padre, che si chiamava John Hammond anche lui ed è scomparso nel 1987, magari qui da noi non lo conoscono in tanti ma  nel suo paese è una leggenda per essere stato un talent scout di straordinaria lungimiranza. Lavorando per la Columbia Records il padre di John ha scoperto e promosso tanti grandi artisti che hanno fatto davvero la storia della musica del ventesimo secolo: Bob Dylan, Bruce Springsteen, Leonard Cohen, Billie Holiday, Pete Seeger, Count Basie, George Benson, Michael Bloomfield, Aretha Franklin, Benny Goodman, Charlie Christian, Lionel Hampton, Big Joe Turner e Stevie Ray Vaughan (solo per citarne alcuni). Fu sempre il padre di John a organizzare nel 1948 alla Carnagie Hall il famoso spettacolo “From Spirituals to Swing” che portava per la prima volta al grosso pubblico dei teatri la musica afroamericana in tutte le sue declinazioni. Fu così che i newyorkesi impararono a conoscere il blues del Delta il gospel e il jazz attraverso artisti come Ida Cox, Big Joe Turner, Albert Ammons, Meade “Lux” Lewis, Sister Rosetta Tharpe, Count Basie, Sonny Terry e Big Bill Broonzy (che era stato ingaggiato al posto di Robert Johnson scomparso solo qualche mese prima).
E se oggi conosciamo Robert Johnson lo dobbiamo al padre di John e a John stesso che ha portato la musica del grande bluesman ovunque nel mondo. Nonostante un genitore così famoso e forse un po’ “ingombrante” John è riuscito grazie solo ed esclusivamente al suo grande talento (eh, sì in America succede) a diventare lui stesso una leggenda vivente. John armato solo di una chitarra resofonica e di una armonica ha cominciato a suonare blues al Greenwich Village e ben presto si mise a alla testa di band in cui militavano i già citati Jimi Hendrix, Eric Clapton, ma anche The Hawks (che presto diventeranno The Band, la band di Dylan proprio grazie a John), Duane Allman e Dr. John. Il suo primo disco lo incise per la Vanguard Records nel 1962. Da allora Hammond ha inciso più o meno altri trentacinque album. Nel 2011 come giustamente accade alle leggende del blues John è stato inserito nella Blues Hall of Fame nel corso di una bellissima cerimonia organizzata dalla Blues Foundation a Memphis.

Foto di Angela Megassini

Ecco perché, dopo questo preambolo, la mia intervista a John Hammond non poteva che iniziare con questa domanda:

Come ci si sente ad essere una leggenda vivente?
Non credo di essere una leggenda vivente. O per lo meno io non mi sento tale. Sono solo un musicista che lavora dodici mesi all’anno. Mi considero una persona fortunata perché mi piace la vita che faccio.
Vivo giorno per giorno, cercando di non dimenticare tutto ciò che di bello la vita mi ha riservato. La cosa più importante per me è e resterà sempre e comunque la musica. Io vivo per quello.

Perche hai scelto il blues? Da cosa sei stato attratto?
Quanti anni avevi e soprattutto quali sono le tue radici musicali?
Quando avevo sette anni mio padre mi portò a New York a vedere Big Bill Broonzy . Era il 1949 e all’improvviso mi sentii come catapultato in un mondo completamente nuovo. Rimasi molto colpito da Big Bill. Naturalmente mio padre lo conosceva da anni e me lo presentò. Big Bill era un uomo grande e grosso, con delle mani enormi e suonava in maniera straordinaria. In quegli anni non sapevo nulla di musica e ancora meno di blues e rimasi davvero impressionato dalla sua performance. Più avanti con gli anni cominciai ad essere davvero attratto dal blues.  Avevo circa undici anni quando iniziai a comprare dischi. Mi piaceva molto il country blues di Sonny Terry e Brownie McGhee, Josh White, Leadbelly; il folk blues che sentivo alla radio. Quando avevo tredici anni scoprii il rock’n’roll show di Alan Freed  e artisti come Bo Diddley e Chuck Berry. Scoprii che i loro dischi uscivano  per la Chess Records e quindi fu quasi naturale per arrivare a conoscere la musica di Muddy Waters e Howlin’ Wolf. A quell’epoca non avevo idea di chi fossero queste persone ma il solo fatto che incidessero per la Chess era per me un certificato di garanzia. Quindi scoprii il sound di Chicago e ben presto diventai un fan accanito di quegli artisti e di quella musica. A diciotto anni mi procurai una chitarra. Ogni giorno imparavo nuove canzoni, nuovi brani, e poco alla volta ma piuttosto in fretta riuscii a cavarmela niente male. A diciannove anni cominciai a suonare professionalmente.

So che sei da sempre un grande estimatore di Robert Johnson (e come si fa a non esserlo?). Qual è stata la sua reale influenza su di te?
La prima volta che sentii Robert Johnson fu nel 1958. Avevo sedici anni. Avevo acquistato un disco che si chiamava “The country blues” ed era prodotto da Sam Charters per la Folkways. Era un disco con più artisti, non solo Robert Johnson. C’erano anche Blind Boy Fuller, Blind Willie McTell, Leroy Carr e Scrapper Blackwell. Robert Johnson però sembrava completamente diverso da tutti gli artisti che c’erano in quella compilation. Chi era quel tipo? Nessuno sembrava saperne niente. A un certo punto cercai di recuperare tutto quello che era disponibile di quell’artista ma non trovai praticamente nulla. Io non sono cresciuto con mio padre. I miei divorziarono quando ero piccolo e io andai a vivere con mia madre. Vedevo mio padre solo di tanto in tanto. Un giorno mentre mi trovavo a casa sua gli chiesi se avesse mai sentito parlare di Robert Johnson. Mio padre scoppiò in una risata e poi dinanzi al mio stupore mi disse: “E’piuttosto curioso che tu me lo chieda”. E poi mi raccontò la storia di quando andò in Mississippi a cercarlo per farlo partecipare al famoso spettacolo “From spiritual to swing” da lui prodotto. A quel punto aprì la sua libreria dove teneva i suoi dischi e tirò fuori quattro 78 giri di Robert Johnson. Wow! Non riuscivo a credere ai miei occhi. Fu come scoprire un tesoro. Così registrai su un nastro le otto canzoni contenute in quei dischi. Inoltre, fortuna delle fortune, mio padre conosceva benissimo Frank Driggs il responsabile degli archivi della Columbia Records che in quegli anni aveva acquistato tutti i cataloghi pieni di “race records” della Vocalion e della Okeh. Frank fu molto gentile e mi registrò altre nove canzoni di Robert Johnson. Così a quel punto avevo diciassette sue canzoni. Era qualcosa di assolutamente fantastico. Mi sentivo davvero, ripeto, come se avessi trovato un tesoro. Come si sa durante la sua vita Robert Johnson non divenne mai famoso, anche se continuò a viaggiare per portare la sua musica ovunque. Finalmente, ma solo anni dopo la sua scomparsa, cominciarono ad essere disponibili maggiori informazioni su di lui e sulla sua musica. Io stesso nel 1992 curai un documentario dal titolo “The search for Robert Johnson” (bellissimo film uscito anche in dvd per la Sony Music n.d.r.). Sicuramente è stato una delle mie più grandi ispirazioni.

Janiva Magness, che ho intervistato recentemente, mi ha detto di considerare il suo  lavoro come un dono e che tutto per lei ruota intorno al fatto di potersi connettere con altri esseri umani affinché tutti comprendano di non essere soli. Che ne pensi? E’ lo stesso anche per te?
Si è lo stesso anche per me e d’altronde c’è qualcuno che potrebbe affermare il contrario? Personalmente mi sento come se avessi ancora diciannove anni. La mia passione per la musica sia ascoltata che suonata è rimasta la stessa di quando ho cominciato.

Tu hai lavorato con tantissimi grandi musicisti. Mi daresti per ognuno una piccola frase o un aggettivo che definisca la loro personalità e il tuo rapporto con ognuno di loro?

Jimi Hendrix:
Ho conosciuto Jimi Hendrix nel 1966. Era il chitarrista di una piccola band che avevo messo insieme. Eravamo anche grandi amici. Fu proprio in quel periodo che venne scoperto e invitato a registrare in Inghilterra. Quando tornò negli States era diventato una star, ma continuammo a tenerci in contatto. Mi capitò addirittura di aprire un paio di suoi concerti. Si (e lo dice con un sorriso ironico) potrei anche vantarmi di avere avuto Jimi Hendrix come chitarrista del mio gruppo.

Eric Clapton:
L’ho incontrato nel 1965 durante il mio primo tour in Inghilterra. Stava suonando con i Bluesbreakers di  John Mayall. Il mio primo tour fu con loro. E fu così che entrai in confidenza. Eric è una persona fantastica e un grande chitarrista. Saranno dieci anni che non lo vedo. Anche perché frequento poco persone con così tanti soldi (e qui John esplode in una fragorosa risata n.d.r.).

Muddy Waters:
Lo conobbi a Chicago. Ho lavorato spesso con lui e abbiamo fatto dei tour insieme in giro per il mondo. Era davvero un re. Fenomenale.

Howlin’ Wolf:
Anche Howlin’ Wolf  l’ho conosciuto a Chicago. Fu nel 1962 e poi abbiamo cominciato a lavorare insieme nel 1964. Era una persona molto seria e un musicista incredibile. A vederlo poteva incutere paura, ma era una persona amabile e anche per lui la musica era tutto.

Duane Allman:
Lo conoscevo da tempo, avevamo già registrato insieme,  ma fu solo nel 1969 che diventammo realmente amici. L’occasione fu l’incisone di “Southern fried” che registrai per la Atlantic ai Muscle Shoals Studios in Alabama. Lì legammo davvero molto e passammo diverso tempo insieme. Tu non ci crederai ma quando formò la sua band, gli Allman Brothers Band, mi chiese se poteva aprire i miei concerti. Concerti in cui suonavo da solo! Così tanto per farsi conoscere un po’…
Successe invece che fui io  ad aprire molti dei loro concerti. Duane era un musicista davvero formidabile.

Mike Bloomfield:
Un musicista che mi ha ispirato davvero tanto. L’ho incontrai a Chicago nel 1961. Era un ragazzo fantastico e conosceva tutti in città. Magari io per lui sono stato soltanto uno dei tanti da lui incontrati, ma lui per me fu davvero una persona speciale. Era solo un po’ strano, ma forse lo siamo un po’ tutti. Mike era fantastico e si trovava a proprio agio in studio di registrazione, ma portarlo in tour diventava qualcosa di estremamente complicato. Aveva mille problemi ed era assolutamente ingestibile.  L’ho sempre considerato un grande amico e spero che lui mi considerasse tale.

JJ Cale:
Ho fatto diversi concerti con lui. Un giorno si è offerto di produrmi un album e io ho detto perché no? Da lì poi ci siamo trovati molto bene insieme e alla fine gli album sono diventati tre. (Got Love If You Want It (1992), Trouble No More (1993), Long As I Have You (1998) n.d.r.)

Tom Waits:
L’ho incontrato a Tampa in Arizona nel 1974. Stava aprendo uno dei miei show, e io non riuscivo a credere alle mie orecchie. Era un musicista incredibile già allora. Alla fine della sua performance mi si avvicinò e mi disse: “Sai John sono un tuo grande fan sin dai tempi del liceo”. E pensare che io dopo averlo sentito suonare non volevo nemmeno salire sul palco…
In ogni caso, parecchi anni dopo, come forse saprete, ha prodotto il mio album di maggior successo “Wicked grin”.
Anche lui è una persona davvero speciale.

The Band:
Ho conosciuto quei ragazzi a Toronto nel 1962. All’epoca non si chiamavano ancora The Band ma ì Levon and the Hawks. Erano la band che accompagnava Ronnie Hawkins. Presto diventammo tutti grandi amici.

John Lee Hooker:
Anche lui l’ho conosciuto a Toronto più o meno nello stesso periodo in cui ho conosciuto i ragazzi di The Band. Abbiamo suonato insieme spesso, sia in studio che dal vivo. Era davvero unico. A volte mi veniva da pensare che fosse un marziano venuto da un altro pianeta.

Dr. John:
Entrai in contatto con lui tramite Charles Otis un batterista con cui suonavo all’epoca. Entrambi erano di New Orleans. Anche con lui ho registrato parecchie cose. E’ un musicista che ammiro molto (insieme a Mike Bloomfield formarono un trio chiamato Triumvirate che incise un album omonimo nel 1973 n.d.r.).

David Hidalgo:
L’ho incontrato in tour. Penso che i Los Lobos siano una delle più grandi band in circolazione. Gli ho chiesto se volesse produrre un mio disco e lui accettò la proposta molto volentieri. Il risultato è un album che si chiama “Ready for Love”.

The Blind Boys of Alabama:
Lavoriamo entrambi con la stessa agenzia di promozione (la Rosebud Agency n.d.r.) e quindi ci è capitato spesso di fare degli shows insieme. Ho suonato con loro in tutto il mondo, persino a Roma e ne ho un ricordo bellissimo. Abbiamo anche registrato insieme (quello che per me è il più bel disco dei Blind Boys of Alabama ovvero “Spirit of the century” n.d.r.).

Charlie Musselwhite:
L’ho incontrato nel 1961 tramite Mike Bloomfield. Charlie è Charlie. E’ un musicista fantastico e una bellissima persona. Siamo amici da tanti anni: lui mi ha visto nei miei periodi bui ed io visto lui nei suoi periodi bui. Siamo davvero vicini. Abbiamo fatto tante cose insieme e credo di poter dire che è uno dei miei migliori amici. Tra l’altro la sua prima incisione in studio Charlie la fece con me suonando l’armonica in “So many roads”  un mio disco del 1965 in cui c’erano anche Robbie Robertson, Garth Hudson e Levon Helm di The Band, Mike Bloomfield al piano e Duane Allman alla chitarra.

“Wicked grin” il tuo album tributo alla musica di Tom Waits e da lui stesso prodotto, ha avuto un fortissimo impatto sulla comunità dei musicisti blues italiani. Sono in tanti ad apprezzare di quel disco sonorità, arrangiamenti e produzione. Come siete riusciti ad ottenere quel suono “grezzo e potente” che sembra essere davvero il segreto di quel cd?
Ci credi se ti dico  che quello è un disco che abbiamo registrato i soli tre giorni per via dei numerosi impegni di Waits? C’è mancato poco che, proprio a causa del poco tempo che Tom ha a disposizione, saltasse tutto. Vi piace il suono della mia chitarra sul quel disco? Beh pensate che quella che ho suonato sul disco è una chitarra da 40 dollari con un solo pick up infilata dentro ad un vecchissimo amplificatore valvolare. Quello è ciò mi ha dato quel suono “grosso” che puoi ascoltare nel disco. Quello che ti posso dire è che ci siamo divertiti molto in studio. E poi conta molto il fatto che Tom abbia scelto i musicisti giusti e i fonici più adatti al nostro tipo di sound.

Come sei entrato in contatto con Tom Waits?
Ti ho già raccontato del nostro primo incontro a metà anni Settanta. Da allora siamo sempre rimasti in contatto. Poi un bel giorno Kathleen la moglie di Tom e mia moglie Marla ci proposero di fare un disco insieme. Così è nato il progetto che ci ha portati a registrare “Wicked grin” .

Tra gli studiosi di blues statunitensi è ormai un fatto assolutamente assodato che i bluesmen fossero musicisti molto più versatili di quanto la storia ci tramandi e che quindi nel loro repertorio ci fossero anche canzoni che nulla o poco centravano con il blues se non per il fatto di appartenere “al grande albero” della musica popolare americana. Pare che però le case discografiche dell’epoca volessero che gli afroamericani incidessero solo ed esclusivamente blues o comunque musica con forti radici black, condizionando sia il mercato che la libertà degli artisti stessi. E, di fatto anche la storia della nostra musica prediletta. E pensare che è ormai risaputo che sia Muddy Waters che Howlin’ Wolf amassero suonare anche musica country, fatto apparentemente incredibile, ma per certi versi forse anche abbastanza naturale. Tu che li hai conosciuti bene cosa mi dici in proposito?
Howlin’ Wolf un giorno mi disse che l’artista che lo ha ispirato a diventare lui stesso un cantante fu Jimmie Rodgers che addirittura cantava in stile yodel (Rodgers “il ferroviere” è tra l’altro considerato unanimemente il “padre della country music” n.d.r.). La cosa mi stupì molto ma in effetti riflettendoci oggi non mi sarei dovuto stupire più di tanto. La musica è musica. E quando ha dentro anima, passione e sentimento generi e steccati non hanno alcun senso. E non importa nemmeno il colore della tua pelle: puoi essere bianco, nero, giallo, verde… Solitamente i musicisti blues erano e sono persone profonde e sensibili quindi non deve stupire il fatto che amassero anche canzoni non propriamente blues.

Qual è  la più grande lezione che il blues ti ha insegnato?
La sincerità e soprattutto rimanere sempre se stessi, a dispetto del fatto che si guadagnino pochi o tanti soldi. L’importante è donare qualcosa agli altri e forse, quel qualcosa un giorno ti verrà restituito. Di errori nella vita se ne fanno tanti e io devo essere molto grato a mia moglie Marla che nei periodi bui mi ha sempre sostenuto sia come essere umano che come artista. Lei mi aiuta a sopravvivere in questo pazzo mondo.
Lei è la persona che ha fatto per me più di qualsiasi altro al mondo.

Sul muro di un vecchio negozio di dischi del Mississippi c’è scritto: Chi non ama il blues ha un buco nell’anima. Sei d’accordo?
Ci sono tante persone che non riescono a digerire il blues. Non so, forse non lo capiscono. Questo non vuol dire che siano persone cattive o che abbiano un buco nell’anima.
Il blues d’altronde non è mai stato di moda. E’ una musica particolare che riesce a toccare soprattutto le persone che vogliono andare in profondità. E’ una musica che ti lascia indifferente o ti ruba l’anima.
A me è andata così.

L’autore ringrazia sentitamente Black & Blue Festival Varese, Slang Music, Giancarlo Trenti e Alessandro Zoccarato per il prezioso aiuto nella realizzazione di questa intervista.
Foto di Angela Megassini

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