di Alberto Grollo

Excuse me sir, da dove sgorga tutta quest’energia, da quale angolo segreto del cuore arriva l’ispirazione che ha dato vita a un disco così luminoso? Sembra un album fuggito da un’epoca dorata della West Coast, sospinto da brezze che portano echi di David Crosby, Jackson Browne, JJ Cale e, naturalmente, del caro Ry Cooder, al quale il nostro cantautore dedicò il suo primo lavoro, My Friend Ry. Accostamenti che non vogliono certo suonare riduttivi: tutti noi, consapevoli o meno, siamo nutriti e trasformati dall’oceano di musica che abbiamo ascoltato, amato, interiorizzato. E qui lo si avverte ovunque: nella trama delle canzoni, negli arrangiamenti cesellati, nella ruvidezza di certe slide distorte à la Danny Kortchmar, nei duelli di chitarre che evocano gli ambienti di un Dave Mason post-Traffic (basta ascoltare gli assoli in Lay You Down). Un disco fatto quasi interamente di inediti, impreziosito da poche, scelte cover; un disco che irradia un’energia buona, positiva, già dal primo brano, Happy New Year. Un inizio che parla della fine: bilanci, speranze, cicli che si chiudono. Splendido il riff di chitarra di Alberto Boscolo Agostini, e il sax di Danilo Scaggiante che traccia nell’aria linee morbide e necessarie. Pacific Coast Highway si apre con un’introduzione alla Neil Young, poi si distende in una ballad che richiama il miglior Jackson Browne. Il testo, bello e schietto, invita a restare fedeli a sé stessi, con radici salde e con accanto la propria lei: un’immagine semplice e preziosa, oggi più che mai. E poi arriva 4+20 e ti sorprende la sua quiete, perché il testo parla invece di sofferenza, determinazione, solitudine. Ma qualcosa non torna, fino a quando il mistero si scioglie: nel primo verso SirJoe parla di 4+60, la sua età. E allora le tempeste ormonali dei ventiquattro anni lasciano spazio a una maturità finalmente desiderata, forse raggiunta e conquistata. Il disco gira—idealmente su un vinile, che sarebbe il suo habitat naturale—fino a Run Against the Wind, ballata che ci riporta ai primi Eagles, quelli in cui Bernie Leadon era ancora l’anima country-rock del gruppo, prima che il duopolio Frey-Henley lo cacciasse. Segue una Almost Cut My Hair storica, reinventata in chiave acustica e sognante, ricamata da dobro, steel e slide di un ispiratissimo Boscolo Agostini. Poi New Morning On the Back of a Horse, brano che un appassionato di musica strumentale non può non amare: fresco, vivace, impreziosito dal mandolino dell’instancabile Boscolo Agostini, vera risorsa dell’intero progetto. Si scorre così, piacevolmente, fino alla splendida Last Night: uno swing lento, fumoso, con un’ombra di JJ Cale e il sax di Scaggiante che diventa… be’, decisamente fallocratico (si potrà dire, no?). Friends Come and Go è forse l’emblema dell’intero disco: parla di amicizie che finiscono, ferite che bruciano più o meno a seconda dell’intensità vissuta. E l’amicizia, per SirJoe è evidentemente una cosa seria. Lo confessa un testo che racchiude il rimpianto di non essere riusciti a dirsi un semplice, salvifico Mi dispiace, ho sbagliato. Una frase che troppi, oggi, non sanno più pronunciare. Amicizia e famiglia: pilastri per chiunque abbia un minimo di sensibilità. E Sergio lo dimostra con questo lavoro maturo, compatto, frutto di ciò che ha imparato, amato e reso suo attraverso anni di ascolti, di esperienze, di vita. Un risultato personale e perfettamente riuscito. Bravissimi tutti i compagni di viaggio: oltre ai già citati Boscolo Agostini e Scaggiante, troviamo Gianni Spezzamonte al basso, Marco Campigotto alla batteria (family group), e ospiti molto graditi come Max De Bernardi alla chitarra acustica, Carlo De Bei all’elettrica, Ivano Berti e Iacopo Peressini ai cori e, last but not least, Veronica Sbergia ai controcanti. Carissimo Sergio, sei stato veramente molto bravo. E, se me lo permetti, anche se ci siamo incontrati solo un paio di volte, vorrei considerarti un vecchio, caro amico.

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