Set
11
2018

SKIP BATTIN’S ITALIAN DREAM – APPALOOSA/IRD 2CD, 2018

di Andrea Del Favero

Skip Battin, musicista che ha attraversato la storia della canzone americana e del country rock amò molto l’Italia, grazie anche alla fraterna amicizia con Ricky Mantoan, con il quale divise molte avventure sonore e band, non ultima quella Family Tree, del cui disco mi ritrovai a essere il produttore, che fu l’ultima scorribanda sonora di Skip a essere documentata su disco. Almeno fino all’uscita di questo benemerito doppio CD targato Appaloosa, che raccoglie i suoi album Navigator e Don’t Go Crazy, oltre a un concerto dal vivo registrato a Bolzano nei primi anni Novanta.
L’inizio di Navigator è lasciato a Skyscraper Sunset, un buon esempio di country-rock, seguito da un brano che suona molto Flying Burrito Brothers, Willow In The Wind, e poi via via il divertente honky-tonk di China Moon, Here Comes Love, una Lonely Weekends di Charlie Rich in versione country, la bella ballata North By Northwest con l’inconfondibile pedal steel guitar di Sneeky Pete Kleinow, un’onesta American East, e il rifacimento di Citizen Kane, già da lui incisa con i Byrds.
L’altro vinile riversato su questo CD, Don’t Go Crazy, si apre con la suggestiva Santa Ana Wind, seguita da una languida Wintergreen e classico country Don’t Go Down The Drain, oltre la conclusiva Tonight, molto byrdsiana. Nel resto di questo disco una serie di brani italiani, a testimonianza del suo amore per il Bel Paese: Non E’ Francesca di Lucio Battisti e de La Gatta di Gino Paoli sono in versione country-rock con la divertente e sghemba pronuncia italiana di Skip, mentre Fango di Ricky Gianco è stata tradotta e interpretata in inglese.
Skip Battin, originario dell’Ohio, scomparso nel 2003, dopo gli inizi con Skip & Flip, ha fatto parte di gruppi seminali della musica americana come The Byrds, Flying Burrito Brothers e New Riders Of The Purple Sage.
E nel secondo Cd di questa confezione, registrato al vivo a Bolzano, sono proprio contenuti molti brani di questi gruppi, in versioni che poi avrebbero fatto parte del disco dei Family Tree. La registrazione non è male per un live registrato direttamente dal mixer su due tracce stereo e i brani contenuti sono una lunga carrellata di canzoni notevoli, come Mr. Tambourine Man con un’inedita introduzione a cappella, Wheels e Sin City dei Flying Burrito Brothers, alcuni celebri standard country (The Long Black Veil, White Line Fever di Merle Haggard, If You’ve Got The Money, I’ve Got The Time di Lefty Frizzell, Smack Dab In The Middle (che personalmente amo in una scintillante versione di Ry Cooder) e Witchi Tai To di Jim Pepper. Senza contare l’omaggio consueto a Dylan, con Blowin’ In The Wind, una lunga She Belongs To Me e il consueto finale di You Ain’t Goin’ Nowhere.
Un doppio album che permette a chi non avesse avuto la fortuna di conoscerlo, di farsi un’idea della dimensione artistica nella quale si dipanò la carriera di Skip Battin: una gran brava persona, cordiale, un amico sincero, un musicista corretto ed estremamente disponibile verso chi lavorava con lui e il pubblico. Uno di quegli uomini veri che purtroppo oggi mancano nel mondo della musica.

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