Gen
30
2017

SANREM IN DIALETT, WOODY E LA MERICA

di J.d.M.

Dopo un po’ di tempo di latitanza, il nostro J.d.M., storico collaboratore al vetriolo di Folk Bulletin, si è rifatto vivo, riprendendo a frequentare la redazione, per proporci e riproporci una serie di appunti e riflessioni su vari argomenti, alcuni nuovi, altri già trattati in passato. E’ un ritorno, a cadenza mensile, del figliol prodigo che attendevamo, anche se, permetteteci, nel suo caso non sprecheremo l’uccisione del vitello più grasso…

Pochi anni fa, quando fece notizia relativa la modifica del regolamento del Festival di Sanremo che iniziò ad accettare anche canzoni in dialetto e non più solo in italiano, l’estensore dell’articolo apparso su un noto quotidiano telematico definì, nel fervore della sua assai poco aulica prosa, Davide Van De Sfroos come il Woody Guthrie del Lago di Como. Certo che, dopo l’orribile disco con orchestra dello scorso anno, non riusciamo a trovare nulla di più lontano dalla buona musica americana e premesso che siamo in democrazia e anche chi sostiene che Ramazzotti sia un bluesman ha diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero, pensavamo che la cosa fosse morta lì. Così purtroppo non è stato e questa fregnaccia di tanto in tanto riemerge dalla mancanza di coscienza di alcuni giornalisti (?), provocandoci qualche leggero fremito. Soprattutto in questo 2017, nel corso del quale ricorrerà il cinquantenario della scomparsa del nostro amato Woody. Vediamo di capirci un po’…
In primo luogo se Davide Bernasconi, in arte Van De Sfroos, fosse il Woody Guthrie del Lago di Como, allora bisognerebbe sostenere che Ligabue sia il Bruce Springsteen della Bassa reggiana (in effetti, c’è chi ci prova a farlo) e ancora che Enzo Ghinazzi in arte Pupo fosse il Frank Sinatra della Val di Chiana, Carlo Conti il David Letterman d’Oltrarno, Silvio Berlusconi il Franklin Delano Roosevelt di Arcore. E via cianciando, paragonando – nella piena libertà di dire cose senza senso- il cioccolato con un’altra cosa marrone.
Senza scomodare Levi-Strauss, noi crediamo comunque molto nella reciprocità, la consideriamo un motore importante dell’elevazione individuale e sociale, perché agisce sull’interazione dei rapporti: in termini meno psico-sociologici e più alla mano, significa che se io provo un sentimento per te e tu provi lo stesso per me, su questa base possiamo costruire un rapporto più evoluto, altrimenti impossibile o molto difficoltoso. Quindi se gli italiani, per farsi capire, hanno bisogno di rifarsi a modelli americani (il più delle volte poco calzanti o addirittura offensivi), il principio della reciprocità dovrebbe prevedere che gli americani facessero la stessa cosa, definendo Joan Baez l’Orietta Berti del Greenwich Village e George Clooney il Lando Buzzanca del Kentucky.
Parlando di musica o di spettacolo in generale, meglio che ci rassegniamo. Fra Italia e States non può esistere reciprocità, tale e tanta è la differenza fra i due Paesi in termini di civiltà musicale e artistica in genere. Basti pensare che negli Usa la spesa percentuale per l’acquisto di strumenti musicali o per frequentare una scuola di musica è uguale a quella italiana: nel senso che loro spendono 100 in un mese, noi spendiamo 100 in un anno. Cosa stiamo a guardare il capello, che in un anno ci sono 12 mesi e che quindi noi siamo sviluppati un dodicesimo di quanto non lo siano gli Usa?

Questo è disfattismo, è antitalianità, è terrorismo culturale! In Italia va tutto bene, come dice un mio amico, animato da sana incazzatura: se suoni folk americano con passione e competenza, ti applaudono per cortesia, ammesso che vengano a sentirti; se suoni, anche male, una pizzica o una tammurriata, scendono tutti a ballare e si divertono come matti. E magari t’inventi un movimento come Taranta Power
Però quando c’è bisogno di farsi capire, il paragone con l’America e i suoi miti è sempre in agguato, dietro l’angolo, pronto all’uso e all’abuso. Quindi aspettiamoci ciclicamente che qualsiasi Giuseppe Fabbri divenga il Joe Smith del Tirreno o Maria Bianchi l’ennesima Mary White della Marsica.
E noi continuiamo a goderci il Festival di Sanremo finalmènt cun la cansun in dialètt. A’t la dagh mi la Merica!!! – che non è propriamente la mia espressione linguistica, ma qui calza a pennello.

 

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