Mar
29
2012

Salento: non solo pizzica

l folklore salentino non si esaurisce (per fortuna) nella notte della Taranta, e la pizzica non è l’unica musica popolare che si ode in questo lembo di terra che si proietta arditamente nel cuore del Mediterraneo.

Nel corso di un recente viaggio in Puglia, ho assistito all’esibizione estemporanea di alcuni portatori di folklore autenticamente popolari che ha lasciato in tutti gli spettatori una profonda impressione. Si tratta di due cantori, (Giovanni Greco e Italo Chironi) e del fisarmonicista Franco Esposito che qui vedete in fotografia:

I due cantori di Martignano hanno eseguito con perizia e partecipazione alcuni canti della Passione che solitamente erano intonati da gruppi di contadini accompagnati da una palma durante i riti pasquali nella Grecìa Salentina. Si tratta in particolare di un canto in linguagrika composto da ben sessantasei strofe che veniva eseguito nei crocicchi delle strade allo scopo di raccogliere offerte in cibi e bevande, che poi erano consumati in allegria dalla compagnia di amici che aveva organizzato la festa. Il tema era, ovviamente, la morte di Cristo narrata con tutta la forza evocativa di una pietas popolare e religiosa fortemente radicata.

Nella chiesa Madre di Calimera abbiamo poi assistito all’esecuzione di alcuni canti devozionali, anch’essi in lingua grika, proposti da un gruppo di donne la cui collocazione sociale, almeno all’apparenza, differiva alquanto da quella degli anziani di Martignano.

Ciononostante l’effetto emozionale è stato altrettanto elevato e la musicalità della loro lingua arcaica e come cristallizzata nel tempo ha lasciato traccia profonda nella memoria degli ascoltatori.

Di straordinario interesse sono poi le “Tavole di san Giuseppe”, un antico rituale durante il quale, nei giorni della ricorrenza della festa del santo, alcune famiglie particolarmente devote preparano una tavola di grande ricchezza, anche dal punto di vista estetico, alla quale sono invitati parenti e amici, ma che un tempo era aperta soprattutto ai poveri. A questa tavola si siedono persone in numero dispari (da tre a tredici) che impersonano la sacra famiglia, e vari santi.

Le portate sono numerose, fino a tredici, ma limitate a cibi consentiti nel periodo quaresimale e ciascuna di esse ha un forte valore simbolico. Sono i lampascioni (i tipici cipollotti dal sapore amarognolo), i ceci, la crema di fave, il pesce fritto, le zeppole, la pasta con il miele e la mollica di pane, lo stoccafisso in umido, eccetera. Il ritmo con il quale si consuma il cibo è dettato da chi impersona san Giuseppe. Questi dispone di un bastone fiorito (che ricorda il miracolo della leggenda secondo la quale la fioritura del bastone avrebbe consentito di individuare lo sposo della Madonna) con il quale dà il via per la consumazione di ogni cibo. Quando batte per tre volte la forchetta su un bicchiere, bisogna interrompersi e passare ad un’altra pietanza.

Il tutto era intervallato dalla recitazione di preghiere e, al termine, i commensali sono invitati a portare via il cibo rimasto, compresi grossi pani a ciambella di tre o cinque chili, arance, finocchi, dolci.

Un ultimo aspetto di cui vale la pena di parlare e che ha un forte connotato folklorico, riguarda la vita dei lavoratori dei frantoi ipogei. Questi erano persone che spesso, oltre a questo lavoro, svolgevano anche quello di marinai. Essi praticavano la pesca nel periodo estivo e durante l’inverno, quando il mare diveniva particolarmente pericoloso, si assoggettavano da un lavoro durissimo nel corso del quale rimanevano rinchiusi per circa sei mesi, da ottobre a marzo, nei frantoi (trappeti). Una traccia di questa doppia attività la si ritrova nel fatto che il capo frantoio era chiamato anichino o nachirocioè “nocchiero”, esattamente come il conduttore della nave. Tali frantoi erano detti ipogei perché erano scavati sotto terra, questo perché la temperatura costante favoriva la fase della spremitura. Ma v’era anche un’altra ragione, quella di tenere gli uomini costantemente sotto controllo per evitare che potessero derubare le olive o l’olio. Infatti, si impediva loro di uscire per tutto il periodo della lavorazione ed erano costretti a dormire in scomodi giacigli e lettiere.

Era una vita durissima composta di fatica estenuante, di isolamento, di umidità costante che finiva col minare la loro salute spesso in forme irreversibili. Le enormi macine di pietra per schiacciare le olive erano mosse da asini o muli che venivano bendati per impedire che perdessero l’orientamento e uomini e bestie vivevano assieme, dormivano in spazi ridotti e a stretto contatto l’uno dagli altri.

A questo ambiente, la cui struttura ricorda quella di una chiesa per la poca luce e per il silenzio, è legata gran parte della produzione poetica popolare salentina. Qui c’era uno scambio di racconti, di narrazioni, si cantava per vincere la noia e la spossatezza. V’è anche da credere che si creassero forti legami umani, ma che non dovessero essere infrequenti i litigi e gli scontri verbali e fisici, perché lo spazio assolutamente ridotto doveva creare inevitabili contrasti.

A partire dal XIX secolo, i frantoi ipogei furono progressivamente dismessi, soppiantati da tecniche di lavorazione più moderne, e insieme a loro è finito un mondo e una cultura.

Tito Saffioti

1 Comment + Add Comment

  • ma che bello Anna! Questi proprio non li coovcseno. Mi piacciono tutte le cose costruite sotto terra: recentemente sono stata a visitare la Narni sotterranea e mi e8 piaciuta davvero tanto. In programma ora le cisterne romane di Amelia e poi chisse0, prima o poi andrf2 anche a Presicce!Ci sare0 un nesso tra andar sott’acqua e andar sotto terra?!?! 🙂

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