Dic
28
2010

PORTE D’ORIENTE – Indaco

ILMANIFESTO CD155, 2005
ETNOROCK/ITALIA

Indaco, cioè il colore più difficile da identificare fra quelli dell’iride, fra l’azzurro e il viola. Non è certo un caso se questa formazione romana lo ha scelto come nome, perché il gruppo di Rodolfo Maltese – già chitarrista del Banco del Mutuo Soccorso – ha in sé la caratteristica di esserci e non esserci, di assomigliare a un progetto in continua formazione piuttosto che a qualcosa di consolidato, di spaziare in ambiti musicali indefiniti e indefinibili. Una ricca produzione discografica in oltre dieci anni di attività, caratterizzati da formazioni aperte e spesso molti ospiti autorevoli, tutti accomunati da una straordinaria versatilità e passione per le sfide. Non viene meno alle premesse anche questo ultimo lavoro, pensato e suonato insieme ad Andrea Parodi (ex Tazenda), Tony Esposito, Enzo Gragnaniello, Mauro Pagani, Antonello Ricci, Francesco Di Giacomo, Antonello Salis, Fiona Davidson e Pivio, impegnato a remixare Lester Bowie lavorando su un’ospitata di qualche disco fa. Il Cd suona, i brani – nella loro varietà tematica e creativa – si susseguono senza intoppi, la tecnica dei protagonisti non si discute e non potrebbe essere diversamente, dato il loro calibro. Però… però… però. Che sia la troppa carne al fuoco, che sia invece che a tanta bella costruzione troppo spesso manchi un po’ di sentimento, di passione… Chissà? Ciò che almeno alle nostre orecchie non sfugge è una certa freddezza, un distacco fastidioso che ascolto dopo ascolto ce li fa sentire lontani. “Porte d’Oriente” è tutt’altro che un brutto disco, anzi, ce ne fossero di Indaco in giro per l’Italia a disegnare nuovi contorni per un genere come l’etnorock che già trent’anni fa con il Canzoniere del Lazio ci ha visto fra i migliori interpreti… Ma, giudizio del tutto personale, ci piacciono di più i dischi forse meno ben suonati ma dai quali emerge un cuore pulsante, una autentica coesione profonda, più gruppo e meno progetto, magari con qualche ingenuità in buona fede che ce li faccia sentire più nostri, condivisibili da tutti, fatti pensando di essere ascoltati e non soltanto ammirati mentre indossano vestiti nuovi senza togliersi prima quelli che già sanno un po’ – ahinoi – di vecchio.

Roberto G. Sacchi

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