Dal Friuli, “il cucchiaio selvatico”
Venticinque
anni con La Sedon Salvadie
a cura
di Dario Levanti
Un’intervista
a più voci, per rendere meglio quella pluralità di idee e
modi d’essere che ha sempre caratterizzato il gruppo
friulano in tutte le sue numerose formazioni. Musicisti,
ricercatori, ma soprattutto amici
Emma Montanari e Marisa Scuntaro alla voce; Andrea Del
Favero all’armonica diatonica, percussioni e voce;
Dario Marusic al violino, sopele (pive istriane),
cornamusa, flauti, voce; Giulio Venier al violino,
cornamusa, flauti, dulcimer, voce; Luciano Marangone al
basso elettrico e voce; Michele Pucci alla chitarra e alla
voce:questa è la Sedon Salvadie di oggi, un ensemble di
musicisti con esperienze di tutti i tipi alle spalle. Li
abbiamo incontrati a Clauzetto, sulle montagne del Friuli a
due passi da Spilimbergo e San Daniele, in occasione di un
concerto natalizio in una chiesa che nei tempi passati era
celebre per i riti degli indemoniati che vi si svolgevano
richiamando migliaia di persone anche dalle vicine Istria e
Slovenia, oltre che dal Friuli e dal Veneto. Non potevamo
trovare luogo più idoneo, per una chiacchierata collettiva!

Venticinque anni di Sedon Salvadie. Un altro dei gruppi che
hanno fatto la storia del folk revival regionale italiano
ancora vivo e vegeto. Quale il segreto di tanta vitale
attività?
Marisa
Scuntaro: Penso in
primo luogo alla voglia di stare insieme, al piacere di far
musica e, prima ancora, la ricerca sul territorio, che
ancora sta proseguendo, il piacere della conoscenza. Io
personalmente, dopo aver fatto parte della prima
formazione, e aver lavorato ai primi due dischi, da questo
gruppo sono entrata e uscita, per rientravi stabilmente da
due anni: ecco, la cosa che mi è sempre piaciuta è stato il
conservare questo senso di amicizia,
dell’appartenenza a una sorta di famiglia. Al punto
che, pur non esibendomi dal vivo con loro per parecchi
anni, ho partecipato alle registrazioni di tutti i dischi
usciti della Sedon nell’arco di venticinque anni di
storia.
Diversi
dischi all’attivo, dal primo vinile dell’86,
“Il gri e la moscje”. Quale il preferito e
quale quello che, secondo voi, è stato meno capito?
Andrea
Del Favero: Il primo
per motivi affettivi e per la presenza dei più
significativi suonatori tradizionali friulani presenti
all’epoca, che ci onorarono da subito con la loro
amicizia, maestri di vita, prima che di musica!
Il
cîl da l’Irlande perché è
il disco della nostra maturità e ha venduto molto, pur in
anni difficili, quando inziava già la crisi per il CD.
Forse il più sottovalutato è stato il nostro secondo
disco, Salustri:
ricordo che lavorammo molto, all’epoca, con Lino
Straulino e Marisa, lasciandoci andare a suggestioni
dell’Est (Muzsikas) e dell’Ovest (Perlinpinpin
Folc) dell’Europa, rischiando per la prima volta con
l’utilizzo di basi elettroniche, molto tempo prima di
altre celebrate formazioni italiane. Il lavoro, per
problemi con la casa discografica, uscì inizialmente solo
su cassetta, con una distribuzione estremamente limitata e
solo dopo molto tempo su CD... insomma, un disastro, che
non contribuì di certo al buon nome e all’immagine
del gruppo, soprattutto perché arrivava dopo un bestseller
e una sorpresa per il pubblico come il nostro primo album.
Lo stesso recensore del Folk Bulletin non ne parlò bene,
con nostro grande scorno e annessa incavolatura, devo
dire... Ma forse lui ce l’aveva semplicemente con i
gruppi italiani, perché analoga sorte toccò anche a La
Ciapa Rusa, se non vado errato! Eppure quel disco conteneva
un sacco di spunti che sarebbero stati sviluppati in
seguito da noi e da altri gruppi friulani per parecchio
tempo. Il disco successivo, Faliscjes,
che fu un invece un gran bel successo di critica e di
vendite, era in gran parte basato sui frutti del lavoro
preparatorio di Salustri
e fu
molto facile registrarlo e produrlo.


In un quarto di secolo ne è girata di gente in casa Sedon.
Un ricordo particolare per qualcuno? Un aneddoto che vale
la pena di raccontare?
Andrea
Del Favero: Credo
che tutti noi conserviamo un ricordo affettuoso di tutti
quanti siano passati nella Sedon in questi anni, con un
posto speciale nel cuore per chi non è più tra noi. Questo
dal punto di vista personale e affettivo; forse siamo di
un’altra generazione, ma per noi queste cose contano
ancora molto, non so se si è capito. Non siamo un gruppo di
vecchi fricchettoni nostalgici, sia ben chiaro, ma i
rapporti umani sono sempre in primo piano! Sul piano
musicale forse da qualcuno potenzialmente ben dotato ci
saremmo aspettati molto di più, altri invece (come nel caso
di Gianni Brianese) per colpa di una situazione particolare
all’interno del gruppo in quel periodo, non hanno
potuto mettere in pieno in luce le proprie
doti.
Dario Marusic: Paul
Bradley, fantastico. Con quel tipico approccio naif che
hanno molti irlandesi, quando decidemmo d’iniziare a
usare i pick-up sui violini, dopo il primo
sound-check
mi venne
vicino sul palco e mi bisbigliò che gli sembra un po’
una fregatura quella soluzione. Vedi
Dario - mi
disse - con
il microfono sull’asta... se non ti ricordi bene un
brano puoi sempre tirarti un po’ indietro e farti
sentire di meno!....
La
vita della Sedon può essere suddivisa in fasi successive
concatenate fra loro o ha avuto spesso sviluppi
imprevedibili e quindi imprevisti?
Dario
Marusic: Mi
sembra di vedere che ognuno di noi abbia portato qualcosa
ogni volta che è entrato (o rientrato) nel gruppo, a
livello musicale e sonoro. Idee e strumenti che si
arricchivano e si mescolavano in modo diverso, anche se il
sound generale del gruppo non si è modificato di molto, ha
sempre avuto una forte riconoscibilità nell’arco di
tutti questi anni. Quindi definirei le varie fasi
assolutamente concatenate tra loro, perché c’è sempre
rimasto qualcuno a fare da trait d’union tra i
differenti line-up. Forse l’unico sviluppo per noi
imprevedibile fu all’epoca di Canti
Randagi,
l’omaggio a Fabrizio De André, dopo il quale ci
ritrovammo con gran piacere a suonare uno spettacolo basato
per oltre la metà su canzoni composte da Lino Straulino.
Ecco, quella sterzata inizialmente non era stata prevista,
fu l’ambiente che stavamo frequentando, la richiesta
di concerti da un certo circuito e la fortuna di avere un
grosso personaggio come Lino con noi che ci spinse in
quella direzione.
La
Sedon Salvadie e Folkest: un rapporto tutto da
raccontare…
Giulio
Venier: Molti
hanno pensato che noi abbiamo un rapporto privilegiato con
Folkest e ne possiamo magari influenzare le scelte,
semplicemente perché uno di noi, Andrea, ne è il direttore
artistico. In effetti noi facciamo principalmente i
musicisti e degli aspetti del management di un festival
come Folkest non ci curiamo molto, anche perché sappiamo
che sono molto complessi. Certo, capita di discutere su
certe scelte, ma credo allo stesso livello di discussione
che Andrea può avere con Riccardo Tesi, o Maurizio
Martinotti, Roberto Tombesi o Roberto Sacchi o altri amici
ancora. Io arrivo a dire che in certi momenti la presenza
di Andrea potrebbe addirittura averci penalizzato, per
certi aspetti...!
Da un altro punto di vista Folkest è stata una palestra
ideale dove abbiamo potuto farci le ossa confrontandoci con
i migliori musicisti d’Europa sui palchi e fuori dai
palchi. Soprattutto negli anni in cui non esisteva certo
Internet e tutte le possibilità di conoscenza che vi sono
oggi. E questo ha poi avuto un riflesso sull’intero
folk friulano e su tutti i suoi interpreti, nessuno
escluso. Anche gruppi che si rifanno a un semplicistico
combat folk lo fanno avendo in mente i Whisky Priests
ascoltati a Folkest, come primo riferimento...
Ed è anche vero che è grazie a Folkest che abbiamo potuto
mettere in piedi avventure come Friulian Celtic Connection,
insieme con i Chieftains e Carlos Nuñez.
Fondamentale d’altro canto è stato ed è il lavoro
dell’etichetta Folkest Dischi che ha ripreso in mano
e ristampato tutto il nostro catalogo, cosicché noi ora
abbiamo tutte le nostre incisioni disponibili su CD. E gran
parte dei nostri progetti solistici, in duo, in trio,
ecc... sono stati pubblicati dall’etichetta legata al
festival.


Il repertorio che suonate: in che misura condiziona il
vostro approccio stilistico al revival? O è piuttosto lo
“stile Sedon” a caratterizzare il repertorio?
Luciano
Marangone: Sai che
mi sono posto anch’io questa domanda quando rientrai
in Friuli negli anni Ottanta e m’imbattei nella
musica di questi giovanotti (ricordiamo che Marangone nella
sua parte di carriera parigina iniziata negli anni
Settanta, fu per parecchi anni bassista di Mikis
Teodorakis, con l’orchestra di Antenne2
e
collaborò con Charles Aznavour, Stivell, i Gong e una
miriade di artisti diversi - ndr). In sostanza non capivo
bene quanto fosse stato il repertorio che proveniva dalle
loro ricerche ad aver influenzato il sound del gruppo e
quanto questo fosse già diventato parte integrante,
genetica della Sedon. Anche perché ti devo confessare che
all’epoca non avevo ancora tanta dimestichezza con
certe sonorità. Come dice Lino Straulino, io ero tra quelli
che andavano
a ragazze, mentre
loro, fedeli alla linea, andavano
a nonne.. Con
il variare delle formazioni ebbi modo poi di vedere come
l’approccio non cambiasse affatto, nonostante le
sperimentazioni più varie, a conferma del fatto che prima
di tutto si trattava, e si tratta, di un’adesione
ideologica e di cuore a un determinato progetto. Un
progetto che non è nato a tavolino, ma è andato
evolvendosi, e continua a farlo, come un costante
work
in progress. Che
ogni tanto può anche rappresentare uno stress nella vita di
una formazione, ma non ti lascia mai sedere sugli allori, è
una puntina eternamente piazzata sotto la tua sedia. Ed è
da quando Giulio, Andrea e Dario mi chiesero di affiancare
Michele Pucci per creare una sezione ritmica pulsante
dietro gli strumenti più legati alla tradizione popolare
come armoniche, violino, cornamuse e flauti che vivo questa
piccola eccitazione perenne che sta dietro le prove e i
concerti e le tournée della Sedon. E poi, in un certo
senso, era quasi un destino che anch’io finissi qui:
lo stesso nome del gruppo, Il
cucchiaio selvatico, è un
nome che si deve all'inventiva dell'organettista e cantante
bretone Bernard Lasbleiz, che a suo tempo aveva incrociato
i miei passi nella Rive Gauche, nei miei tempi parigini. In
realtà sembra (da quanto è stato tramandato dai
“vecchi” del gruppo) che al tempo degli inizi
fosse forse l'unico strumento a rimanere accordato per
tutta la durata del concerto! Così narrano coloro che
sanno...
Ci
sono altri motivi, oltre all’isolamento geografico,
per cui il folk friulano è poco conosciuto e, melodie delle
danze di Resia a parte, difficilmente entra a far parte
dell’immaginario folklorico italiano?
Michele
Pucci: Se
andiamo a guardare, pochissime
musiche tradizionali sono realmente esportabili. Possono
suscitare curiosità e magari emozionare, ma difficilmente
diventano un fenomeno commerciale o di massa. Sono
espressioni culturale legate a una comunità, a un popolo,
al di fuori della propria realtà rischiano di perdere
totalmente di significato. Non crediamo ci sia molta
differenza tra i nostri gruppi folk e quelli di altre
tradizioni che vanno di gran moda... se non nel numero, nel
crederci da parte degli interpreti e anche in una certa
sfrontatezza che caratterialmente (forse dovremmo dire
geneticamente) dalle nostre parti non si possiede e finisce
per diventare penalizzante. Nonostante ciò alcuni noti
artisti internazionali si sono avvicinati alla nostra
musica, amandola ed eseguendola (dai Chieftains a Carlos
Nuñez, ad Angelo Branduardi, Massimo Bubola, Vincenzo
Zitello, Ed Schnabl, Paul Bradley, John Zorn - con il quale
Giulio Venier, insieme con Tullio Angelini- ha prodotto un
disco sulla Val Resia).
Sì. anche la Fairport Convention... nel corso di Folkest
2007, in piazza Unità a Trieste, in occasione del concerto
della Fairport Convention, Chris Leslie ha fatto il
sound-check del violino suonando Lipa
Ma Mariza (che è
la più nota delle melodie resiane)! L’aveva imparata
da noi anni fa e credo che Andrea gli abbia anche regalato
quello stupendo libro che è Citira
di
Julian Strajnar. E poi, suonando in festival e rassegne e
ascoltando i nostri brani passare nelle radio austriache,
slovene, ungheresi abbiamo scoperto di essere stati i
responsabili della re-introduzione della cornamusa alpina
in Stiria, così come della diffusione di brani che molti
musicisti di revival austriaci ore abitualmente eseguono.
Alla fine non so... forse non siamo considerati una parte
d’Italia... chissà...

Allora questo vostro vezzo di scrivere le note dei dischi
solo in friulano e in inglese per il quale siete stati
spesso criticati, è perché vi sentite fuori
dall’Italia?
Dario
Marusic: Io sì,
perché sono istriano!… A parte gli scherzi buona
parte dei nostri dischi, anche prima del mio ingresso nella
band, eran stati fatti così. Il fatto è che il nostro
mercato italiano non è poi così significativo e la maggior
parte degli appassionati di folk conosce l'inglese.
Addirittura avrebbe potuto farci maggiormente comodo
inserire le note in tedesco e in sloveno, piuttosto.
La
Sedon di oggi è: un fenomeno di sopravvivenza a se stesso,
un motore ben rodato che farà ancora tanta strada, un
testimone che “The Time They Are
A-Changin’”, una pura follia… o un
po’ di tutte queste cose?
Emma
Montanari: Chiariamo
una cosa: noi prima di tutto stiamo insieme perché siamo un
gruppo di amici, lo siamo sempre stati, pur con gli alti e
i bassi che gli anni ti fanno avere... Io stessa sono
rientrata nella formazione due anni fa, dopo molti anni di
lontananza fisica, ma vicinanza col cuore! Nella sostanza
siamo un gruppo di lavoro che continua a proporsi in
concerti in mezza Europa, progetta nuovi dischi, arrangia
brani della tradizione e scrive nuovi pezzi. Dopo esserci
un po’ spaventati per questa cifra tonda
rappresentata dai venticinque anni di esistenza, ci stiamo
dicendo che venticinque anni di storia significano solo
l’inizio di un nuovo ciclo, che speriamo sia
altrettanto denso di stimoli e di risultati dai giorni
delle prime prove in un prefabbricato del post-terremoto a
San Daniele del Friuli fino a oggi. L’attuale
formazione della Sedon è composta da quattro quinti
del line-up
del
nostro primo disco (Marisa Scuntaro, Giulio Venier, Andrea
Del Favero, e ovviamente la sottoscritta), oltre a Dario
Marusic, che ne fa parte dal 1991 e ritengo sia ormai
inamovibile dalla Sedon, e due solide colonne come Michele
Pucci e Luciano Marangone. Tutti musicisti che negli anni
hanno dato vita anche a molte altre significative
formazioni musicali in Friuli e fuori (te ne cito qualcuna,
ma chissà quante ne lascio fora... dunque Furclap,
Carantan, Emma Montanari Grop, Pucci-Venier, Tischlbong,
Tre Violini, Arco Alpino, Moia, Current, Istranova, Marusic
Is Trio, Keltic Kon Fusion, La Frontera, ...).
E poi... possiamo dirci soddisfatti, per quanto vediamo,
per come la gente ci segue e per l’affetto che
reciprocamente ci lega a chi viene ai nostri concerti. Un
affetto che non è mai mancato anche nei momenti più bui e
difficili della nostra storia, artistici e personali.
... e un pizzico di sana follia ce lo mettiamo pure, no?

Molti in Italia vi hanno conosciuti per il disco prodotto
da Massimo Bubola nel quale è presente anche una traccia
registrata live con i Chieftains. Cosa vi è rimasto di
quella esperienza? Ce la puoi raccontare?
Andrea
Del Favero: Molti
hanno pensato che volessimo cavalcare l’onda della
moda della cosiddetta musica celtica con
questo disco. In realtà l’interesse nostro partiva da
più lontano. La civiltà celtica, insieme con quella
villanoviana ha sicuramente caratterizzato un periodo
importante nell'antropizzazione del nostro territorio. Con
la conquista romana, le decine di invasioni barbariche, la
nascita del regno longobardo e i sedimenti di oltre duemila
anni di storia è ben difficile al giorno d'oggi individuare
precise tracce celtiche, che non siano legate a determinati
ritrovamenti archeologici o a un
sentire comune centro-europeo (come
dice il Burke) che non possiamo fare a meno di pensare
essere fortemente influenzato dalla civilizzazione
di Halstatt
(che si
trova nei pressi di Salisburgo, quindi letteralmente a due
passi da noi). La nostra stessa lingua friulana è stata
generata con buona approssimazione dalla contaminazione tra
il tardo-latino di Aquileia
e i
dialetti celtici presenti sulla montagna o comunque in
quella regione che i Romani identificavano con il Norico.
La stessa latinizzazione dell’area dovette fare i
conti con insediamenti e gruppi di genti diverse (da sempre
il Friuli, come l’Istria, è un territorio dove
convivono differenti etnie e sistemi linguistici). Già nel
terzo, quarto secolo dopo Cristo i commentari alle Sacre
Scritture erano stati fatti dai Patriarchi di Aquileia in
un volgare che era già lontano dal latino con ogni
probabilità piuttosto vicino a ciò che sarebbe diventato il
friulano.
Giulio
Venier: In
realtà l’intero disco Il
Cîl da l’Irlande voleva
essere un confronto tra il nostro modo d’interpretare
e sentire il folk con quello dei musicisti tradizionali
d’Irlanda, tenendo conto che uno dei migliori
violinisti irlandesi dei nostri giorni, Paul Bradley, ora
residente a Galway, ha fatto parte del nostro gruppo per
tre anni, mentre risiedeva in Friuli (sostituendo proprio
me!). E la presenza contemporanea nel progetto di musicisti
come Zitello e Nuñez che conoscono molto bene le basi
tradizionali, ma si pongono come estremamente innovativi
sui loro strumenti, la dice lunga anche su apertura
musicale e aspirazioni. Carlos Nuñez ha sposato
letteralmente la nostra causa, mettendosi con grande umiltà
a disposizione per qualsiasi cosa servisse, con i suoi
flauti e le sue cornamuse, inventivo e propositivo.
Andrea
Del Favero: Vincenzo
Zitello ha suonato l’arpa in un brano come non avevo
mai sentito fare a nessuno e come mai sarei riuscito e
immaginarmi potesse suonare... io credo che lui in questo
momento non abbia rivali in Europa, non ci sono Stivell e
Vollenweider che tengano, è molto più avanti di tutti!
Marisa
Scuntaro: Credo
sia stato molto bello l’approccio gioioso
dell’intera produzione, la relativa facilità con la
quale sono stati messi insieme un coro di voci femminili,
la sezione femminile del coro Vociofili di Roveredo in
Piano diretto da Bepi Carone, che non aveva mai avuto
nessuna esperienza neppure lontanamente paragonabile a
questa, con una Sedon Salvadie allargata (con tre
violinisti), Carlos e gli stessi Chieftains. Ma fin dalla
prima prova si vide che tutto sarebbe funzionato, ci si
intendeva senza problemi, tutto s’incastrava a
meraviglia.
Dario Marusic: Dal mio
punto di vista e con alle spalle varie precedenti
esperienze di collaborazioni con grossi personaggi, ritengo
molto bella la collaborazione con i Chieftains, anche se il
lavoro preparatorio si è svolto solamente sotto la guida di
Paddy Moloney e insieme al compianto Derek Bell, mentre gli
altri si sono aggiunti a cose fatte, alle prove finali.
Paddy è uno che riesce a entrare in grande sintonia con i
brani musicali e ha un grande gusto estetico nella scelta e
negli abbinamenti delle melodie. Derek è stato uno dei
grandi del secolo passato; portiamo con noi un ricordo
dolcissimo di lui come persona, con i suoi buffi calzetti
con Paperino e Topolino ricamati sopra, e
un’ammirazione sconfinata per la sua bravura
musicale. Un’esperienza davvero significativa, di
quelle che lasciano il segno e ci auguriamo di ripetere.
Andrea
Del Favero: Massimo
Bubola è stato il produttore, entusiasta e appassionato, di
questo disco. Ha cantato in friulano con noi, si è
appassionato alle nostre sonorità. Sai, lui ha questa idea
della musica molto legata agli schemi del folk-rock
statunitense. nell’ambito del quale realizza cose
egregie, ma penso che con noi abbia avuto modo di
sperimentare direttamente sul campo le sonorità e le
potenzialità del folk europeo. E la sua ricchezza. Passammo
le serate a discutere della forza e dell’influenza
della scuola violinistica italiana sul resto del
Continente, di violino popolare nelle varie aree, di
Venezia e della sua influenza, positiva e negativa, sulle
nostre rispettive aree. Che terminavano regolarmente con
relative e neppure tanto velate accuse d’imperialismo
culturale verso Venezia e i Veneti tutti, da parte nostra,
ovviamente!...
A parte la grande cultura di Massimo e superata qualche
reciproca difficoltà “d’ambientamento”,
credo che possa essere molto positivo per i gruppi che
provengono dal folk confrontarsi con produttori di altre
realtà: è una contaminazione positiva, una crescita
significativa. Credo di aver imparato di più con Piero
Bravin nella produzione di Canti Randagi e Massimo Bubola
ne Il
cîl da l’Irlande che in
altri trenta dischi nei quali mi sono trovato a lavorare.
