ALBA AUBA AURORA AURORE
Veziana
FOLKCLUB ETHNOSUONI ES5381, 2009

FOLK CONTEMPORANEO/FRANCIA-SPAGNA

“J’ai vu le loup”, Materiali Sonori, 1978: alla radio libera con cui collaboravo allora, un giorno giunse un disco, accolto con una certa curiosità. Ne era protagonista una ragazza francese, Véronique Chalot, proveniente se non ricordo male dal nord, da Le Havre. Accompagnata da una formazione scarna ed essenziale, proponeva una specie di proto-folk molto lineare e accattivante, di immediata presa, tant’è che in pochi mesi il vinile si trasformò in un campo arato e fu presto inascoltabile. Immaginatevi quindi la sorpresa di ritrovarsi fra le mani questo Cd, proposto da un gruppo capitanato proprio da Véronique, oggi come allora impegnata alla voce, alla ghironda, all’arpa e al dulcimer: la formazione si chiama Veziana, che in occitano antico significa “gioiosa”, e il repertorio scelto è quello un po’ arcadico del sud della Francia, tra Provenza e Pirenei, con qualche sconfinamento in terra arabo-andalusa. Una piacevole scorribanda fra tradizione e musica antica, condotta con freschezza e rispetto, oltre che dalla leader della formazione, anche da Dominique Bares (canto, ghironda, oud), Samir Hammouch (qanoun, percussioni), Patrick Fastame (darbouka, daf, bendir), Pierre Rouch (cornamusa, fiati), Brigitte Grenet (viola da gamba) Mounaùm Rabahi (tobal, reik, darbouka). Come si può notare, la presenza di numerosi strumenti di derivazione medioorientale conferisce un taglio decisamente panmediterraneo al suono d’insieme, indirizzando l’ascolto verso sonorità più calde rispetto alla collocazione geografica del repertorio. E’ questa, se vogliamo, l’unica violazione a una rilettura del folk molto classica, che però non mancherà di interessare chi ama i suoni puri e poco artefatti, con arrangiamenti semplici, tipici del revival degli anni Ottanta.

Sergio Palumbo

ledda

CANTENDI A DEUS
Elena Ledda
SARD CD0011, 2009
MUSICA SACRA/SARDEGNA

La straordinaria interprete sarda celebra la sua trentennale carriera discografica con un concept-album interamente dedicato ai canti sacri della tradizione sarda, interpolati da composizioni in stile che non alterano l’atmosfera di grande spiritualità che si respira nel dipanarsi del lavoro. L’opera è frutto di una lunga ricerca che parte dalla grande capacità comunicativa del repertorio e dalla sua attualissima funzione sociale. ha evidenziato come in Sardegna i canti sacri mantengano ancora intatta la loro capacità comunicativa insieme con la loro funzione sociale. Soprattutto in precisi periodi dell’anno (Natale, Pasqua, Mese Mariano, Festa del Patrono), essi vengono eseguiti e proposti dalla comunità con la stessa forza espressiva che possedevano anticamente. Si è attinto alla pura tradizione, composto brani originali e, con lo stesso rispetto, rivisto e recuperato, senza snaturarne l’essenza, qualche canto la cui esecuzione si era persa nel tempo. Tra questi “S’incominzu” ispirato al quattrocentesco "Canto della Sibilla" e “Ave Maria”, entrambi di derivazione catalana; “Orus a su sperevundu” e “Mamma nosta” di provenienza gregoriana. Parte predominante hanno i canti dedicati alla Pasqua: i momenti della passione e resurrezione di Cristo vengono descritti con canti di rara bellezza espressiva attraverso il dolore della madre Maria (tema caro alla Ledda, che nel mai troppo decantato “Canti Randagi” aveva scelto di interpretare la deandreiana “Tre Madri”, forse il brano più sentito dell’intera raccolta. Della tradizione natalizia fanno parte i "Gocius de su nascimentu", "Celesti Tesoru" e “A su nàschere de Gesus”. Attingendo alla vastissima varietà dei Rosari, ancora presenti in tutte le comunità dell’isola, ci si è ispirati a quelli di Orgosolo, Masullas e Esterzili. Vengono proposti anche brani tratti dall’opera del XVII sec. ”Comedia de la passion de Nuestro Señor Jesu Christo”di Antonio Maria da Esterzili, e “Sa pregadoria”, composizione ispirata al modulo della poesia estemporanea campidanese, su testo del poeta Chicheddu Deplano noto “Olata” (Quartucciu 1763). Nel concerto viene privilegiato l’incontro con uno dei più interessanti e autentici cori di canti della tradizione sacra maschile, “Su cuncordu ‘e su rosariu” di Santulussurgiu, facendo convivere in armonia le polivocalità maschile e femminile e mantenendo fede a quella che è una delle spinte propulsive del nostro progetto artistico: la fusione tra tradizione e contemporaneità. Il progetto musicale è completato da una parte letteraria, che attinge sia alle fonti delle sacre rappresentazioni di origini sardo-spagnole, sia a creazioni originali affidate a poeti contemporanei. Questa parte è affidata alla prestigiosa attrice Lia Careddu.

Giacomo Sereni

nakaira
DI TERRA E DI MARE
Nakaira
ALFAMUSIC AFMDC36, 2009
FOLK CONTEMPORANEO/ITALIA-MEDITERRANEO

C’è qualcosa nella musica di Nakaira che ce li fa piacere subito. Di certo, uno di questi fattori è il suono d’insieme, da noi già apprezzato quando scrivemmo di loro quattro anni fa, ai tempi di “Onde sonore dal Mediterraneo”, loro primo disco in studio… Anche se la formazione si è in parte modificata con l’inserimento di Marco Carnemolla ai bassi (già ammirato nel gruppo che accompagna Carlo Muratori), l’immediatezza con cui il sestetto catanese sa farci gustare i suoni e le atmosfere mediterranee attraverso arrangiamenti freschi e solari è addirittura migliorata. Negli ultimi tre decenni, riprendere temi o ambienti del Mare Nostrum è stato uno degli esercizi stilistici preferiti da decine di band italiane, ma poche –credeteci- hanno saputo farlo con la piacevolezza dei siciliani di cui stiamo parlando. E visitando il loro sito, si scopre che grande è il loro successo all’estero (Scandinavia e Gran Bretagna, soprattutto) a testimoniare una capacità di farsi capire e di emozionare che non è proprio da tutti. Un piccolo tesoro tutto italiano da tenere in grande considerazione, capace di trasportarci in Grecia come in Bulgaria, in Palestina come in Spagna attraverso brani emozionanti come “Amuri Amuri/Pasacalles de Zamora” o “Bougrana/Stergios”, nei quali si legge anche una abilità compositiva “in stile” davvero convincente. Un acquisto caldamente consigliato, un disco da ascoltare e riascoltare.

Enrico Lucchesi



GENTES

Simone Carotenuto & Tammorrari del Vesuvio
METROPOLIS NETWORK
FOLK CONTEMPORANEO/CAMPANIA

C’è grande energia in questo lavoro di Simone Carotenuto, un’energia che deriva non solo dalla sua interpretazione dotata di indubbio carisma ma anche dall’abilità dei suoi Tammorrari di saper cogliere l’essenza del repertorio e di riproporla con contagiosa vitalità. Le annunciate contaminazioni che avrebbero potuto stravolgere il senso del lavoro, si rivelano invece ben saldate al materiale originario o d’ispirazione, trovandosi così a essere estremamente funzionali al coinvolgimento dell’ascolto. Suoni percussivi, d’accordo, ma non solo; per arricchire di sostanza una pietanza che sarebbe stata gustosa a prescindere, ma che così è meglio. Se mi si passa il paragone gastronomico, se si aggiunge peperoncino a un piatto insipido, il gusto del piccante sovrasta su tutto e rovina l’insieme: in “Gentes” questo rischio non si corre, perché già gli ingredienti e la loro preparazione costituiscono una buona base, e la spezia non può che migliorare l’insieme. All’istrionico leader e alla solida formazione che lo accompagna, si aggiungono anche i sapori di ospiti significativi, come Giovanni Vicidomini, Giuseppe Mauro e soprattutto Nando Citarella, che sigla con la sua inconfondibile personalità “Fronna e Tammurriata per la Madonna dei Bagni” e “Invocazione alla Madonna della Galline e Tammurriata”. Nella numerosa band, spicca il lavoro di Gianmarco Volpe alle chitarre e mandola, che si fa apprezzare anche come autore di alcuni brani del disco.

Dario Levanti


HAREM BAILAM

Orchestra Bailam
FELMAY FY8153, 2009
FOLK CONTEMPORANEO/ITALIA-BALCANI-KLEZMER-MEDIORIENTE

Dopo “Mamma Li Turchi” (1991), “Bailamme” (2001), “Non Occidentalizzarti” (2006) e “Lengua Serpentina” (2007, di cui è titolare insieme a Roberta Alloisio) la band genovese capitanata da Franco Minelli si e ci regala un disco live, registrato nel marzo 2009 al Teatro della Tosse. Di quel concerto, nel disco si trova anche una traccia video che ci aiuta a entrare nell’atmosfera esotica ma non troppo che è caratteristica, da sempre, dell’espressività della formazione. Un aiuto, per quanto gradevole, assolutamente non necessario perché l’abilità dei sei musicisti (qui rinforzati da una qualificata schiera di ospiti, fra i quali citiamo il percussionista Marco Fadda, il trio degli Arcotrafficanti e Cosimo Francavilla al sax) nel conquistare l’attenzione dell’ascoltatore è una delle qualità salienti della formazione genovese, protagonista di un sound diretto e immediato. Ricca e varia la scelta dei brani proposti in questo “Harem Bailam”, che vanno da alcune composizioni originali di Franco Minelli a tradizionali orientali, da brani di famosi autori e interpreti, fra cui una versione inedita e accattivante di “Days of Pearly Spencer”, un celeberrimo successo internazionale di pop-rock portato al successo anche in Italia da Caterina Caselli (1968) con il titolo “Il volto della vita” e qui interpretato da Roberta Alloisio. Un disco che ci auguriamo possa portare fortuna alla meritevole formazione genovese, ingiustamente assente o quasi dai grandi folk festival italiani, che dimostra anche e soprattutto dal vivo le sue grandi potenzialità e l’originalità della strada intrapresa.

Giacomo Sereni



NEL CUORE DELL’AMAZZONIA
Stefano Scala
PONGO EDIZIONI PCD2167
PERCUSSIONI/ITALIA

Da molto tempo seguiamo con attenzione e condivisione il progetto artistico del percussionista e musicoterapeuta Stefano Scala, che da dodici anni compone e esegue musiche fortemente evocative affidandone la diffusione a dischi non convenzionali e di grande suggestione. “Nel cuore dell’Amazzonia” è il settimo episodio discografico della serie, esplicitamente dedicato a una lettura sonora degli aspetti più ancestrali ed emotivi del “polmone verde del mondo”, oggi così insidiato da mille e una violenze che ne feriscono la stessa vita, mettendo a repentaglio quella Terra stessa. Le percussioni di Stefano Scala fanno proprio questo grido di allarme e lo tramutano in un’ora di dramma poetico, perennemente in equilibrio fra le tensioni che percorrono questa terra e il messaggio di speranza che ci arriva dalla Natura, che in Amazzonia si esprime ancora con la sua inarrivabile perfezione. Musicalmente, evidenti i riferimenti stilistici di Scala, Nana Vasconcelos su tutti, ma anche il delinearsi di una personalità sempre più forte, che lo rende ormai libero di affrontare ogni traguardo espressivo. Significativo anche che questo disco sia stato pensato come colonna sonora ideale per Vivaibambù, porzione di giungla e fattoria didattica nel cuore della campagna cremonese.

Dario Levanti


nu indaco
SU MUNDU
Nu Indaco
HELIKONIA HKRT0509, 2010
FOLK CONTEMPORANEO/ITALIA

Molti si ricorderanno degli Indaco, gruppo romano che conobbe una certa fortuna negli anni a cavallo fra vecchio e nuovo millennio, composto dagli storici fondatori Rodolfo Maltese alla chitarra, Mario Pio Mancini al violino e bouzouki e Arnaldo Vacca alle percussioni, ai quali si sono via via affiancati altri musicisti (Pierluigi Calderoni, Carlo Mezzanotte, Luca Barberini, Gabriella Ajello) e ospiti illustri della scena musicale italiana (il mai troppo rimpianto Andrea Parodi, Eugenio Bennato, Mauro Pagani, Paolo Fresu, Daniele Sepe, Massimo Carrano solo per citarne alcuni). Il loro percorso artistico ha subito una sospensione cinque anni fa, con la presentazione di quello che ci risulta essere stato il loro ultimo disco, “Terra Maris”, un progetto in cui la deriva jazzistica del gruppo aveva assunto una decisa accelerazione, contaminandosi con un certo rock d’atmosfera, vagamente ambient. Nu Indaco riparte da qui, con il solo Mario Pio Mancini della vecchia formazione, fresco reduce dall’esperienza “Ypsos”, progetto artistico forse sottovalutato dai più ma da noi molto apprezzato. “Su Mundu” ricalca nella struttura i lavori precedenti di Indaco, proponendosi come laboratorio musicale in cui il gruppo, ora composto anche da Antonio Nastasi alle tastiere, Lele Lunadei al basso, Martino Cappelli alle chitarre, Alessandro Severa alla fisarmonica, Monica Gugga alla voce e Gianni Polimeni alla batteria, si confronta con numerosi, nuovi ospiti quali Enzo Gragnaniello, Antonio ‘o Lione, Mohssen Kasirosafar, Luigi Cinque, Sanjay Karsa Banik, H.E.R., Alessandro D’Alessandro, Antonella Costanzo, Antonello Ricci e i ritorni di Arnaldo Vacca e Daniele Sepe.

Progetto in divenire, “Su Mundu” è più che mai laboratorio, nel quale conferiscono varie (forse troppe) anime, ma che compensa una certa mancanza di unitarietà con la varietà estrema di ambientazioni sonore e germogli acustici in forte crescita. Fra gli episodi che più ci hanno convinto, la rilettura della sempre splendida “Moresca nuziale” di Chraighead-Tesi (da “Forse il mare” di Ritmia, disco assolutamente seminale) e l’altrettanto magnifica “Acqua Cheta”, scritta da Alessandro Parente per la Piccola Orchestra La Viola, che partecipa al disco con due delle sue colonne, Antonella Costanzo alla voce e Alessandro D’Alessandro all’organetto, strumento del quale può essere considerato ormai uno dei migliori solisti italiani.

Roberto G. Sacchi




TARANTA D’AMORE

Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica
PARCO DELLA MUSICA RECORDS, 2009
FOLK CONTEMPORANEO, ITALIA

Qualcuno ricorderà che nel 1997 Maurizio Martinotti concepì e realizzò “Transitalia”, primo esperimento di radunare in un solo spettacolo oltre una ventina di artisti folk provenienti dalle regioni italiane (Tenores di Bitti, Riccardo Tesi, Roberto Tombesi, Elena Ledda, Gastone Pietrucci, Daniele Sepe, Lucilla Galeazzi, Ambrogio Sparagna, Carlo Muratori, Antonello Ricci oltre allo stesso Martinotti e tanti altri, per la regia di Moni Ovadia). L’episodio, che purtroppo non culminò in una registrazione discografica, torna inevitabilmente alla memoria di fronte all’uscita di questo “Taranta d’Amore”, disco ideato e prodotto da Ambrogio Sparagna (uno dei protagonisti di “Transitalia”), che pure dal prototipo si distacca per alcune sostanziali differenze. Innanzitutto, i musicisti coinvolti provengono soltanto dalle regioni del Centro-Sud e il repertorio affrontato è dedicato essenzialmente a tarantelle musicate per l’occasione dallo stesso Sparagna su testi di tradizione. L’Orchestra, che ha già animato nella scorsa stagione diverse piazze raccogliendo ovunque un buon successo di pubblico, vanta un organico numeroso (23 elementi) e di qualità indiscutibile (da Mario Incudine a Mimmo Epifani, da Raffaello Simeoni a Erasmo Treglia, da Clara Graziano a Redi Hasa e allo stesso Sparagna), per un insieme timbrico caratterizzato dalle numerose voci, dagli organetti, dai fiati e dalle percussioni. Frutto di un progetto ambizioso, il disco non delude le attese di chi ama l’immediatezza delle soluzioni melodiche, ritmiche e armoniche di cui è ricca la musica delle nostre regioni più meridionali e si pone sicuramente come uno degli eventi artistici più notevoli dell’anno, non foss’altro per il muro di suono che si eleva nei pieni d’orchestra –peraltro opportunamente misurati- , senza nulla togliere ai momenti più riflessivi, che si inseriscono nella trama del lavoro come dei fari puntati sulle diverse anime timbriche dell’insieme, per una fotografia adeguatamente panoramica della nostra tradizione viva centromeridionale.

Giacomo Sereni



UN PAESE VUOL DIRE

Giovanna Marini
IL MANIFESTO CD196, 2009
FOLK CONTEMPORANEO/ITALIA

Una volta tanto, partiamo dal fondo, dalla traccia numero 20, la conclusiva del disco, “Ragazzo gentile”. Una melodia dolce e accattivante, presa in prestito da Schubert, per un testo autoironico che recita: “…mi stai a sentire, ma dimmi perché?” ma nello stesso tempo energetico: “c’è da costruire paesi e città, buttare via i morti e andare più in là”. Abbiamo cominciato a scrivere di questa nuova pagina musicale firmata Giovanna Marini, classe 1937, da questa canzone perché sinteticamente esemplificativa dell’essenza stessa dell’artista.

Musicista colta, con tanto di conservatorio alle spalle, Giovanna Marini scrive e interpreta canzoni che invitano alla denuncia del Malpaese in tutte le sue forme, ma non si limita a questo: non dimentica mai il patrimonio culturale rappresentato dai nostri letterati contemporanei (il disco si apre con una toccante versione di “Ricordo di Pavese”, del compianto Mario Pogliotti e verso la fine ospita addirittura un testo di Montale da lei musicato), dai cantastorie popolari e politici (Matteo Salvatore e Ivan Della Mea) e dalla tradizione pura (dal cosentino e dal materano provengono rispettivamente le canzoni “Carceratellu Mia” e “Lu Metène”). Ma ciò per cui dobbiamo ringraziare Giovanna Marini è soprattutto la consapevolezza che una canzone non può limitarsi a raccontare un problema o una notizia ma deve sempre comunicare emozione. E in questo “Un paese vuol dire” di emozioni ce ne sono davvero tante, nonostante la scarna pattuglia di musicisti che l’affiancano, in questa prova di grande livello umano e artistico.

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REFLETS

Alan Stivell

DREYFUS FDM36201-2, 2010

FOLK CONTEMPORANEO/BRETAGNA

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OLYMPIA CONCERT

Alan Stivell

DREYFUS FDM36191-2, 2010
FOLK CONTEMPORANEO/BRETAGNA
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CHEMINS DE TERRE

Alan Stivell

DREYFUS FDM36202-2, 2010
FOLK CONTEMPORANEO/BRETAGNA
Etichetta francese specializzata in jazz, la Dreyfus ci regala tre ristampe rimasterizzate digitalmente che si annunciano emozionanti per chi abbia scoperto il bardo bretone Alan Cochevelou soltanto da poco tempo o per chi, al contrario, abbia consumato i suoi vinili fin dai primi anni Settanta. “Reflets” (1970), primo album ufficiale a suo nome, assume nella discografia stivelliana il ruolo di declinazione matura di un nuovo codice espressivo per l’arpa bardica (o celtica che dir si voglia), depurata da ogni precedente ammirazione per le sonorità elettriche, destinata a svolgere la missione di far conoscere la tradizione bretone al mondo. Il successo fu grande e immediato, tant’è vero che già il 14 febbraio del 1972 si esibisce a Parigi, all’Olympia, in compagnia di artisti straordinari, quali Dan Ar Braz, Michael Santangeli, Gabriel Yacoub, Pascal Stive, Gerard Levasseur, Serj Parayre e Michael Klec’h: con loro, scrive una pagina importante nella storia del folk-rock, prontamente documentata da un disco che è un caposaldo. L’anno dopo, prodotto da Dan Ar Braz, vede la luce “Chemins de Terre”, in cui si rafforza ulteriormente il cammino sicuro verso l’interceltismo. Degli album fondamentali nella prima discografia di Stivell mancano solo “Renaissance de la Harpe Celtique” (1972) e “E Dulenn/Live In Dublin” (1975): chissà che la Dreyfus non ci faccia presto un altro regalo.

Roberto G. Sacchi



- “A l’entrée du temps clair” Materiali Sonori 1980 Partecipa alla creazione dell Atelier musicale di Danze tradizionali “Incontro dei Gruppi di Ricerca Etno-Musicale” (Francia, Italia, Irlanda) al Centro Culturale di Firenze F.L.O.G (per la documentazione e la diffusione delle tradizione popolare). Dopo l’ intensa attività concertistica i Italia, ritorna in Francia nel 1989, si trasferisce a sud-ovest tra Tolosa e i Pirenei dedicandosi alla musica Classica e di Corte. Crea nel 1999 l’ensemble VOLUBILIS : Musiques Médiévales et Renaissance con l’ album: - “Entre cours et jardins” Arc en Ciel- 2000.




L’ALTRO SUONO

FOLKADELIC

Luca Gemma

PONDEROSA MUSIC&ART CD070, 2010

CANZONE D’AUTORE/ITALIA

Già fondatore insieme a Pacifico (all’anagrafe Gino De Crescenzo) della band Rossomaltese che godette di buona fortuna nel cuore degli anni Novanta e dopo varie esperienze artistiche di un certo pregio il cantante e chitarrista Luca Gemma si presenta con questo disco che preferiamo descrivere con le parole dello stesso protagonista: “… ho scritto molte canzoni e ne ho buttate via altrettante senza pietà. Ho ripreso a studiare canto e a cercare nuovi colori sulla chitarra acustica, volevo trovare quello spirito sereno e malinconico tipico del folk col suo retrogusto venato di soul. E mi trovavo ogni volta a inserire scarti improvvisi di tempo, cambi di inquadratura, incursioni di suonacci tutt'altro che sereni per scoprire che quella era la parte irascibile e irrequieta di me, la parte psichedelica, inquieta e insofferente, che si faceva spazio piano piano. D'altronde, ho pensato, io sono così in questi anni: un uomo mediamente sereno con improvvisi scoppi di irrequietezza che servono a liberarmi l'anima e i pensieri”. Una definizione davvero insolita e molto intimista del folk, che francamente ci lascia un po’ spiazzati, ma nello stesso tempo caratterizza in modo originale un lavoro forse distante dalle nostre abituali categorie mentali ma non privo di un suo certo fascino. “Folkadelic”, a partire dal gioco di parole insito nel titolo, ha diversi tratti di nobiltà che lo elevano dai prodotti di consumo ai quali le nostre orecchie faticano ad abituarsi. Per chi ama la canzone d’autore nelle sue forme più eleganti, ma senza troppi formalismi.

Giacomo Sereni


DISCO+LIBRO

BRUCERO’ LA VUCCIRIA (COL MIO PIANO IN FIAMME)

Akkura
DARIO FLACCOVIO EDITORE, 2009

FOLK CONTEMPORANEO/SICILIA
Strumento tutto sommato poco utilizzato nella produzione italiana, il disco+libro si presta ottimamente a essere sfruttato per fissare su carta e supporto tecnologico emozioni forti e intense come quelle che ci trasmettono gli Akkura, formazione palermitana, in questo loro atto d’amore per la Vucciria, storico mercato cittadino delle carni, crogiuolo di umori e colori reso universalmente celebre anche dal pittore Renato Guttuso. Per realizzare questa ambiziosa opera, gli Akkura hanno in parte modificato il loro modo di fare musica, rinunciando alle atmosfere balcaniche che avevano contraddistinto le loro opere precedenti per dedicarsi a un lavoro più accurato di ricerca di suoni e ispirazioni tradizionali della città crocevia di etnie ma in possesso di una sua spiccata identità. Gli scrittori emergenti autori dei racconti sono Dario Tosini, Andrea Gullotta e Alli Traina, mentre quelli che già godono di una certa notorietà sono il cantautore Cesare Basile, il teatrante Davide Enia e il fumettista Sergio Algozzino; la produzione musicale del disco, registrato in Brasile, invece, è di Moreno Veloso (figlio di Caetano) e Domenico Lancellotti. Scrivono gli Akkura una frase che ben sintetizza il significato dell’opera e l’obiettivo che si prefigge: “Qui non troverete un’analisi sociologica di Palermo, ma un affresco di una città che è già meravigliosa così, che non attende nessun futuro. A Palermo il futuro già ci fu”. Se è difficile sintetizzare in poche parole un CD, forte di un denso progetto tematico, lo è doppiamente per un libro+CD, altrettanto denso e motivato su doppia piattaforma sensoriale… Allora andate sulla fiducia, compratevelo e godetevelo, leggendo e ascoltando, ascoltando e leggendo. Una consolante opera d’intelligenza e cultura nell’Italia dei savoiardi che inneggiano alla bandiera tricolore e dei replicanti di X-Factor e di Amici che vincono a Sanremo. Meno male…

Sergio Palumbo


DVD

MONTEMARANO

Luigi D’Agnese

HYRPUS DOCTUS, 2010

FOLK TRADIZIONALE/CAMPANIA
Montemarano, alta Irpinia, poche migliaia di abitanti, un ottimo vino, un Carnevale fra i più antichi e famosi d’Italia, una tradizione musicale di primo livello che ha generato una delle forme di tarantella più affascinanti e particolari, la Montemaranese. Da oggi, grazie all’ennesimo lavoro documentario curato da Luigi D’Agnese e dalla sua meritevole associazione Hyrpus Doctus, con un Dvd della durata di circa un’ora e mezza è possibile compiere un viaggio di suoni e immagini dentro il passato e il presente di questa cittadina. L’immediatezza del mezzo prescelto e la sua suddivisione logico-tematica ne fanno uno strumento prezioso, che consegna ai posteri un’insieme di tradizioni fra le più significative del nostro Paese, fissando sul supporto digitale le radici storiche del ballo e le testimonianze dirette, le immagini del corteo carnevalizio e le azioni spontanee nei vari luoghi del paese, per conferire allo spettatore un punto di vista necessariamente sintetico ma completo. Tutto quanto compreso nel Dvd è frutto di una ricerca decennale, durata dal 2000 al 2009. Non mancano inoltre ampie testimonianze sulla vita quotidiana di Montemarano, sulla sua realtà di paese agro-pastorale, sui suoi momenti di festa collettiva, che ci consegnano una visione affettuosa e completa sull’abitato e su chi lo abita, ideale completamento dell’ultimo lavoro (prima di questo) di Luigi D’Agnese, il libro+Cd “Irpinia. Montemarano: canti, racconti e suoni popolari nella tradizione in Campania – vol. 2” (2007). E non è certo un caso che tutto il Dvd sia pervaso dalla presenza, a volte dichiarata, a volte sottintesa, di un’ospite d’onore, di una autentica protagonista. Come ben scrive Franca Molinaro nella prefazione: “Vi sono popoli che portano inscritto nel patrimonio genetico modelli arcaici sopravvissuti all’evoluzione culturale con poche varianti rispetto ai memi originali. Uno di questi memi può essere identificato nella “Montemaranese”, motivo sonoro e coreografico proprio del popolo di Montemarano”.

Roberto G. Sacchi



RIVISTE


Lares. Quadrimestrale di studi demoetnoantropologici, a. LXXIV, n. 3, settembre-dicembre 2008.
Indice: Pietro Clemente, “Editoriale”; Valeria Trupiano, “La patrimonializzazione del DNA. Cinque casi a confronto”; Paolo Coluzzi, “Le danze tradizionali in Lombardia. Un breve resoconto sulla situazione attuale”; René Capovin, “I due Riegl. Valore dell’antico e valore di antipanico”; Guido Rebecchini, “Introduzione”; Peter Burke, “La storia del futuro. 1500-2000”; Grazia Tuzi, “La comunità autonoma di Cantabria: patrimonio immateriale e istituzioni culturali”; “Tornando al Museo Guatelli”; “Per Giorgio Cusatelli”; Gian Luigi Bruzzone, “Costantino Nigra & Francesco D’Ovidio”; “Volumi ricevuti”.

Tito Saffioti


LIBRI


Jordi Bertran - Josep Anton Codina - Anna Domingo - Francesc Massip - Anna Villa, Tarragona: espai festiu, espai teatral. De la plaça del Corral al teatre all’italiana, Valls (Catalogna), Edicions Cossetània, 2009, pp. 118, ill., br., s.i.p.

Questo libro, curato da Francesc Massip, è in lingua catalana e questo richiede un piccolo sforzo di comprensione supplementare, ma il lettore, così come è capitato a chi scrive, resterà sorpreso per la vicinanza tra il catalano appunto e la lingua italiana. Insomma, la lettura è possibile, aiutandosi con un dizionarietto, è anzi relativamente agevole. Detto questo, passiamo a trascrivere l’indice dei saggi che, riguardano il teatro popolare di Tarragona, con ampia attenzione al “teatro all’italiana”, erede della tradizione del Teatro dell’Arte. Francesc Massip, “Iconografia i espectacle: cap a una nova metodologia de la investigació teatral”; Francesc Massip, “La representació de l’assumpció de Tarragona a la plaça del Corral (1388)”; Jordi Bertran, “El cicle del Corpus i de Santa Tecla de Tarragona en el context dels Països”; Anna Vila Fernández, “El teatre a Tarragona durante el Sexenni Revolucionari (1868-1874)”; Anna Domingo Palau, “Francesc Carbó, dramaturg Terragoní”; Josep Anton Codina, “L’Escola d’Art Dramátic Josep Yxart i el teatre dels anys Setanta i Vuitanta”.

Tito Saffioti


Paul Scheuermeier,
La Lombardia dei contadini 1920-1932. Le Province di Brescia e Bergamo, Brescia, Grafo, 2001, pp. 323, ill., ril. con sovraccoperta, € 72,30.
Indice: Glauco Sanga, “Scheuermeier in Lombardia. Il ricercatore e i suoi informatori”; Elisabetta Silvestrini, “Paul Scheuermeier. Itinerario fotografico nella Lombardia orientale”; Fabrizio Caltagirone – Italo Sordi, “Gli «approfondimenti etnografici» e la cultura materiale negli inediti di Paul Scheuermeier”; Giovanni Bonfadini, “Il dialetto di Gandino nei materiali di Paul Scheuermeier”.

Paul Scheuermeier,
La Lombardia dei contadini 1920-1932. Le Province di Cremona e Mantova, Brescia, Grafo, 2002, pp. 203, ill., ril. con sovraccoperta, € 46.
Indice: Fabrizio Caltagirone – Italo Sordi, “Musei di immagini, musei di cose”; Giovanni Bonfadini, “L’orecchio di Scheuermeier. Note sulle oscillazioni fonetiche dei materiali raccolti a Pescarolo”.
Di Paul Scheuermeier abbiamo già presentato su queste pagine altri volumi e ogni volta abbiamo dovuto esprimere il sincero entusiasmo ingenerato dal lavoro di questo grande studioso svizzero, che molti decenni addietro ha percorso buona parte della Penisola per effettuare rilevamenti per conto dell’
Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale. Il suo lavoro non si è limitato alla rilevazione linguistica, ma egli ha scattato un gran numero di fotografie che sono ottimamente riprodotte nei volumi oggetto di questa recensione. Percorrere queste pagine è un vero piacere per gli occhi, e dobbiamo dare merito all’Archivio di etnografia e storia sociale (AESS) della regione Lombardia, di aver offerto agli studiosi e appassionati uno straordinario strumento di lavoro e di conoscenza. I volti di queste persone ci raccontano molto di più della loro vita, del loro lavoro, delle loro sofferenze di quanto possano fare volumi e volumi redatti da sia pur competenti e volonterosi ricercatori. Un’ultima annotazione riguarda il prezzo dei volumi, che risulta senz’altro conveniente se si prende in considerazione la mole degli stessi e la cura con cui sono stati realizzati.

Tito Saffioti