ALBA AUBA AURORA AURORE
Veziana
FOLKCLUB
ETHNOSUONI ES5381, 2009
FOLK
CONTEMPORANEO/FRANCIA-SPAGNA
“J’ai
vu le loup”, Materiali Sonori, 1978: alla radio
libera con cui collaboravo allora, un giorno giunse un
disco, accolto con una certa curiosità. Ne era protagonista
una ragazza francese, Véronique Chalot, proveniente se non
ricordo male dal nord, da Le Havre. Accompagnata da una
formazione scarna ed essenziale, proponeva una specie di
proto-folk molto lineare e accattivante, di immediata
presa, tant’è che in pochi mesi il vinile si
trasformò in un campo arato e fu presto inascoltabile.
Immaginatevi quindi la sorpresa di ritrovarsi fra le mani
questo Cd, proposto da un gruppo capitanato proprio da
Véronique, oggi come allora impegnata alla voce, alla
ghironda, all’arpa e al dulcimer: la formazione si
chiama Veziana, che in occitano antico significa
“gioiosa”, e il repertorio scelto è quello un
po’ arcadico del sud della Francia, tra Provenza e
Pirenei, con qualche sconfinamento in terra arabo-andalusa.
Una piacevole scorribanda fra tradizione e musica antica,
condotta con freschezza e rispetto, oltre che dalla leader
della formazione, anche da Dominique
Bares (canto, ghironda, oud), Samir Hammouch (qanoun,
percussioni), Patrick Fastame (darbouka, daf, bendir),
Pierre Rouch (cornamusa, fiati), Brigitte Grenet (viola da
gamba) Mounaùm Rabahi (tobal, reik, darbouka). Come si può
notare, la presenza di numerosi strumenti di derivazione
medioorientale conferisce un taglio decisamente
panmediterraneo al suono d’insieme, indirizzando
l’ascolto verso sonorità più calde rispetto alla
collocazione geografica del repertorio. E’ questa, se
vogliamo, l’unica violazione a una rilettura del folk
molto classica, che però non mancherà di interessare chi
ama i suoni puri e poco artefatti, con arrangiamenti
semplici, tipici del revival degli anni Ottanta.
Sergio Palumbo

CANTENDI
A DEUS
Elena
Ledda
SARD
CD0011, 2009
MUSICA SACRA/SARDEGNA
La
straordinaria interprete sarda celebra la sua trentennale
carriera discografica con un concept-album interamente
dedicato ai canti sacri della tradizione sarda, interpolati
da composizioni in stile che non alterano l’atmosfera
di grande spiritualità che si respira nel dipanarsi del
lavoro. L’opera è frutto di una lunga ricerca che
parte dalla grande capacità comunicativa del repertorio e
dalla sua attualissima funzione sociale. ha evidenziato
come in Sardegna i canti sacri mantengano ancora intatta la
loro capacità comunicativa insieme con la loro funzione
sociale. Soprattutto in precisi periodi dell’anno
(Natale, Pasqua, Mese Mariano, Festa del Patrono), essi
vengono eseguiti e proposti dalla comunità con la stessa
forza espressiva che possedevano anticamente. Si è attinto
alla pura tradizione, composto brani originali e, con lo
stesso rispetto, rivisto e recuperato, senza snaturarne
l’essenza, qualche canto la cui esecuzione si era
persa nel tempo. Tra questi “S’incominzu”
ispirato al quattrocentesco "Canto della Sibilla" e
“Ave Maria”, entrambi di derivazione catalana;
“Orus a su sperevundu” e “Mamma
nosta” di provenienza gregoriana. Parte predominante
hanno i canti dedicati alla Pasqua: i momenti della
passione e resurrezione di Cristo vengono descritti con
canti di rara bellezza espressiva attraverso il dolore
della madre Maria (tema caro alla Ledda, che nel mai troppo
decantato “Canti Randagi” aveva scelto di
interpretare la deandreiana “Tre Madri”, forse
il brano più sentito dell’intera raccolta. Della
tradizione natalizia fanno parte i "Gocius de su
nascimentu", "Celesti Tesoru" e “A su nàschere de
Gesus”. Attingendo alla vastissima varietà dei
Rosari, ancora presenti in tutte le comunità
dell’isola, ci si è ispirati a quelli di Orgosolo,
Masullas e Esterzili. Vengono proposti anche brani tratti
dall’opera del XVII sec. ”Comedia de la passion
de Nuestro Señor Jesu Christo”di Antonio Maria da
Esterzili, e “Sa pregadoria”, composizione
ispirata al modulo della poesia estemporanea campidanese,
su testo del poeta Chicheddu Deplano noto
“Olata” (Quartucciu 1763). Nel concerto viene
privilegiato l’incontro con uno dei più interessanti
e autentici cori di canti della tradizione sacra maschile,
“Su cuncordu ‘e su rosariu” di
Santulussurgiu, facendo convivere in armonia le
polivocalità maschile e femminile e mantenendo fede a
quella che è una delle spinte propulsive del nostro
progetto artistico: la fusione tra tradizione e
contemporaneità. Il progetto musicale è completato da una
parte letteraria, che attinge sia alle fonti delle sacre
rappresentazioni di origini sardo-spagnole, sia a creazioni
originali affidate a poeti contemporanei. Questa parte è
affidata alla prestigiosa attrice Lia
Careddu.
Giacomo Sereni

DI
TERRA E DI MARE
Nakaira
ALFAMUSIC
AFMDC36, 2009
FOLK CONTEMPORANEO/ITALIA-MEDITERRANEO
C’è
qualcosa nella musica di Nakaira che ce li fa piacere
subito. Di certo, uno di questi fattori è il suono
d’insieme, da noi già apprezzato quando scrivemmo di
loro quattro anni fa, ai tempi di “Onde sonore dal
Mediterraneo”, loro primo disco in studio…
Anche se la formazione si è in parte modificata con
l’inserimento di Marco Carnemolla ai bassi (già
ammirato nel gruppo che accompagna Carlo Muratori),
l’immediatezza con cui il sestetto catanese sa farci
gustare i suoni e le atmosfere mediterranee attraverso
arrangiamenti freschi e solari è addirittura migliorata.
Negli ultimi tre decenni, riprendere temi o ambienti del
Mare Nostrum è stato uno degli esercizi stilistici
preferiti da decine di band italiane, ma poche
–credeteci- hanno saputo farlo con la piacevolezza
dei siciliani di cui stiamo parlando. E visitando il loro
sito, si scopre che grande è il loro successo
all’estero (Scandinavia e Gran Bretagna, soprattutto)
a testimoniare una capacità di farsi capire e di emozionare
che non è proprio da tutti. Un piccolo tesoro tutto
italiano da tenere in grande considerazione, capace di
trasportarci in Grecia come in Bulgaria, in Palestina come
in Spagna attraverso brani emozionanti come “Amuri
Amuri/Pasacalles de Zamora” o
“Bougrana/Stergios”, nei quali si legge anche
una abilità compositiva “in stile” davvero
convincente. Un acquisto caldamente consigliato, un disco
da ascoltare e riascoltare.
Enrico Lucchesi
GENTES
Simone
Carotenuto & Tammorrari del Vesuvio
METROPOLIS
NETWORK
FOLK CONTEMPORANEO/CAMPANIA
C’è
grande energia in questo lavoro di Simone Carotenuto,
un’energia che deriva non solo dalla sua
interpretazione dotata di indubbio carisma ma anche
dall’abilità dei suoi Tammorrari di saper cogliere
l’essenza del repertorio e di riproporla con
contagiosa vitalità. Le annunciate contaminazioni che
avrebbero potuto stravolgere il senso del lavoro, si
rivelano invece ben saldate al materiale originario o
d’ispirazione, trovandosi così a essere estremamente
funzionali al coinvolgimento dell’ascolto. Suoni
percussivi, d’accordo, ma non solo; per arricchire di
sostanza una pietanza che sarebbe stata gustosa a
prescindere, ma che così è meglio. Se mi si passa il
paragone gastronomico, se si aggiunge peperoncino a un
piatto insipido, il gusto del piccante sovrasta su tutto e
rovina l’insieme: in “Gentes” questo
rischio non si corre, perché già gli ingredienti e la loro
preparazione costituiscono una buona base, e la spezia non
può che migliorare l’insieme. All’istrionico
leader e alla solida formazione che lo accompagna, si
aggiungono anche i sapori di ospiti significativi, come
Giovanni Vicidomini, Giuseppe Mauro e soprattutto Nando
Citarella, che sigla con la sua inconfondibile personalità
“Fronna e Tammurriata per la Madonna dei Bagni”
e “Invocazione alla Madonna della Galline e
Tammurriata”. Nella numerosa band, spicca il lavoro
di Gianmarco Volpe alle chitarre e mandola, che si fa
apprezzare anche come autore di alcuni brani del disco.
Dario Levanti
HAREM BAILAM
Orchestra
Bailam
FELMAY
FY8153, 2009
FOLK
CONTEMPORANEO/ITALIA-BALCANI-KLEZMER-MEDIORIENTE
Dopo
“Mamma Li Turchi” (1991),
“Bailamme” (2001), “Non
Occidentalizzarti” (2006) e “Lengua
Serpentina” (2007, di cui è titolare insieme a
Roberta Alloisio) la band genovese capitanata da Franco
Minelli si e ci regala un disco live, registrato nel marzo
2009 al Teatro della Tosse. Di quel concerto, nel disco si
trova anche una traccia video che ci aiuta a entrare
nell’atmosfera esotica ma non troppo che è
caratteristica, da sempre, dell’espressività della
formazione. Un aiuto, per quanto gradevole, assolutamente
non necessario perché l’abilità dei sei musicisti
(qui rinforzati da una qualificata schiera di ospiti, fra i
quali citiamo il percussionista Marco Fadda, il trio degli
Arcotrafficanti e Cosimo Francavilla al sax) nel
conquistare l’attenzione dell’ascoltatore è una
delle qualità salienti della formazione genovese,
protagonista di un sound diretto e immediato. Ricca e varia
la scelta dei brani proposti in questo “Harem
Bailam”, che vanno da alcune composizioni originali
di Franco Minelli a tradizionali orientali, da brani di
famosi autori e interpreti, fra cui una versione inedita e
accattivante di “Days of Pearly Spencer”, un
celeberrimo successo internazionale di pop-rock portato al
successo anche in Italia da Caterina Caselli (1968) con il
titolo “Il volto della vita” e qui interpretato
da Roberta Alloisio. Un disco che ci auguriamo possa
portare fortuna alla meritevole formazione genovese,
ingiustamente assente o quasi dai grandi folk festival
italiani, che dimostra anche e soprattutto dal vivo le sue
grandi potenzialità e l’originalità della strada
intrapresa.
Giacomo Sereni
NEL
CUORE DELL’AMAZZONIA
Stefano
Scala
PONGO
EDIZIONI PCD2167
PERCUSSIONI/ITALIA
Da
molto tempo seguiamo con attenzione e condivisione il
progetto artistico del percussionista e musicoterapeuta
Stefano Scala, che da dodici anni compone e esegue musiche
fortemente evocative affidandone la diffusione a dischi non
convenzionali e di grande suggestione. “Nel cuore
dell’Amazzonia” è il settimo episodio
discografico della serie, esplicitamente dedicato a una
lettura sonora degli aspetti più ancestrali ed emotivi del
“polmone verde del mondo”, oggi così insidiato
da mille e una violenze che ne feriscono la stessa vita,
mettendo a repentaglio quella Terra stessa. Le percussioni
di Stefano Scala fanno proprio questo grido di allarme e lo
tramutano in un’ora di dramma poetico, perennemente
in equilibrio fra le tensioni che percorrono questa terra e
il messaggio di speranza che ci arriva dalla Natura, che in
Amazzonia si esprime ancora con la sua inarrivabile
perfezione. Musicalmente, evidenti i riferimenti stilistici
di Scala, Nana Vasconcelos su tutti, ma anche il delinearsi
di una personalità sempre più forte, che lo rende ormai
libero di affrontare ogni traguardo espressivo.
Significativo anche che questo disco sia stato pensato come
colonna sonora ideale per Vivaibambù, porzione di giungla e
fattoria didattica nel cuore della campagna cremonese.
Dario Levanti

SU
MUNDU
Nu
Indaco
HELIKONIA
HKRT0509, 2010
FOLK CONTEMPORANEO/ITALIA
Molti
si ricorderanno degli Indaco, gruppo romano che conobbe una
certa fortuna negli anni a cavallo fra vecchio e nuovo
millennio, composto dagli storici fondatori Rodolfo Maltese
alla chitarra, Mario Pio Mancini al violino e bouzouki e
Arnaldo Vacca alle percussioni, ai quali si sono via via
affiancati altri musicisti (Pierluigi Calderoni, Carlo
Mezzanotte, Luca Barberini, Gabriella Ajello) e ospiti
illustri della scena musicale italiana (il mai troppo
rimpianto Andrea Parodi, Eugenio Bennato, Mauro Pagani,
Paolo Fresu, Daniele Sepe, Massimo Carrano solo per citarne
alcuni). Il loro percorso artistico ha subito una
sospensione cinque anni fa, con la presentazione di quello
che ci risulta essere stato il loro ultimo disco,
“Terra Maris”, un progetto in cui la deriva
jazzistica del gruppo aveva assunto una decisa
accelerazione, contaminandosi con un certo rock
d’atmosfera, vagamente ambient. Nu Indaco riparte da
qui, con il solo Mario Pio Mancini della vecchia
formazione, fresco reduce dall’esperienza
“Ypsos”, progetto artistico forse sottovalutato
dai più ma da noi molto apprezzato. “Su Mundu”
ricalca nella struttura i lavori precedenti di Indaco,
proponendosi come laboratorio musicale in cui il gruppo,
ora composto anche da Antonio Nastasi alle tastiere, Lele
Lunadei al basso, Martino Cappelli alle chitarre,
Alessandro Severa alla fisarmonica, Monica Gugga alla voce
e Gianni Polimeni alla batteria, si confronta con numerosi,
nuovi ospiti quali Enzo Gragnaniello, Antonio ‘o
Lione, Mohssen Kasirosafar, Luigi Cinque, Sanjay Karsa
Banik, H.E.R., Alessandro D’Alessandro, Antonella
Costanzo, Antonello Ricci e i ritorni di Arnaldo Vacca e
Daniele Sepe.
Progetto
in divenire, “Su Mundu” è più che mai
laboratorio, nel quale conferiscono varie (forse troppe)
anime, ma che compensa una certa mancanza di unitarietà con
la varietà estrema di ambientazioni sonore e germogli
acustici in forte crescita. Fra gli episodi che più ci
hanno convinto, la rilettura della sempre splendida
“Moresca nuziale” di Chraighead-Tesi (da
“Forse il mare” di Ritmia, disco assolutamente
seminale) e l’altrettanto magnifica “Acqua
Cheta”, scritta da Alessandro Parente per la Piccola
Orchestra La Viola, che partecipa al disco con due delle
sue colonne, Antonella Costanzo alla voce e Alessandro
D’Alessandro all’organetto, strumento del quale
può essere considerato ormai uno dei migliori solisti
italiani.
Roberto G. Sacchi
TARANTA D’AMORE
Orchestra
Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della
Musica
PARCO
DELLA MUSICA RECORDS, 2009
FOLK CONTEMPORANEO, ITALIA
Qualcuno
ricorderà che nel 1997 Maurizio Martinotti concepì e
realizzò “Transitalia”, primo esperimento di
radunare in un solo spettacolo oltre una ventina di artisti
folk provenienti dalle regioni italiane (Tenores di Bitti,
Riccardo Tesi, Roberto Tombesi, Elena Ledda, Gastone
Pietrucci, Daniele Sepe, Lucilla Galeazzi, Ambrogio
Sparagna, Carlo Muratori, Antonello Ricci oltre allo stesso
Martinotti e tanti altri, per la regia di Moni Ovadia).
L’episodio, che purtroppo non culminò in una
registrazione discografica, torna inevitabilmente alla
memoria di fronte all’uscita di questo “Taranta
d’Amore”, disco ideato e prodotto da Ambrogio
Sparagna (uno dei protagonisti di
“Transitalia”), che pure dal prototipo si
distacca per alcune sostanziali differenze. Innanzitutto, i
musicisti coinvolti provengono soltanto dalle regioni del
Centro-Sud e il repertorio affrontato è dedicato
essenzialmente a tarantelle musicate per l’occasione
dallo stesso Sparagna su testi di tradizione.
L’Orchestra, che ha già animato nella scorsa stagione
diverse piazze raccogliendo ovunque un buon successo di
pubblico, vanta un organico numeroso (23 elementi) e di
qualità indiscutibile (da Mario Incudine a Mimmo Epifani,
da Raffaello Simeoni a Erasmo Treglia, da Clara Graziano a
Redi Hasa e allo stesso Sparagna), per un insieme timbrico
caratterizzato dalle numerose voci, dagli organetti, dai
fiati e dalle percussioni. Frutto di un progetto ambizioso,
il disco non delude le attese di chi ama
l’immediatezza delle soluzioni melodiche, ritmiche e
armoniche di cui è ricca la musica delle nostre regioni più
meridionali e si pone sicuramente come uno degli eventi
artistici più notevoli dell’anno, non
foss’altro per il muro di suono che si eleva nei
pieni d’orchestra –peraltro opportunamente
misurati- , senza nulla togliere ai momenti più riflessivi,
che si inseriscono nella trama del lavoro come dei fari
puntati sulle diverse anime timbriche dell’insieme,
per una fotografia adeguatamente panoramica della nostra
tradizione viva centromeridionale.
Giacomo Sereni
UN PAESE VUOL DIRE
Giovanna
Marini
IL
MANIFESTO CD196, 2009
FOLK CONTEMPORANEO/ITALIA
Una
volta tanto, partiamo dal fondo, dalla traccia numero 20,
la conclusiva del disco, “Ragazzo gentile”. Una
melodia dolce e accattivante, presa in prestito da
Schubert, per un testo autoironico che recita:
“…mi stai a sentire, ma dimmi perché?”
ma nello stesso tempo energetico: “c’è da
costruire paesi e città, buttare via i morti e andare più
in là”. Abbiamo cominciato a scrivere di questa nuova
pagina musicale firmata Giovanna Marini, classe 1937, da
questa canzone perché sinteticamente esemplificativa
dell’essenza stessa dell’artista.
Musicista
colta, con tanto di conservatorio alle spalle, Giovanna
Marini scrive e interpreta canzoni che invitano alla
denuncia del Malpaese in tutte le sue forme, ma non si
limita a questo: non dimentica mai il patrimonio culturale
rappresentato dai nostri letterati contemporanei (il disco
si apre con una toccante versione di “Ricordo di
Pavese”, del compianto Mario Pogliotti e verso la
fine ospita addirittura un testo di Montale da lei
musicato), dai cantastorie popolari e politici (Matteo
Salvatore e Ivan Della Mea) e dalla tradizione pura (dal
cosentino e dal materano provengono rispettivamente le
canzoni “Carceratellu Mia” e “Lu
Metène”). Ma ciò per cui dobbiamo ringraziare
Giovanna Marini è soprattutto la consapevolezza che una
canzone non può limitarsi a raccontare un problema o una
notizia ma deve sempre comunicare emozione. E in questo
“Un paese vuol dire” di emozioni ce ne sono
davvero tante, nonostante la scarna pattuglia di musicisti
che l’affiancano, in questa prova di grande livello
umano e artistico.


REFLETS
Alan Stivell
DREYFUS
FDM36201-2, 2010
FOLK
CONTEMPORANEO/BRETAGNA
-
OLYMPIA
CONCERT
Alan Stivell
DREYFUS
FDM36191-2, 2010
FOLK
CONTEMPORANEO/BRETAGNA
-
CHEMINS
DE TERRE
Alan Stivell
DREYFUS
FDM36202-2, 2010
FOLK
CONTEMPORANEO/BRETAGNA
Etichetta francese specializzata in jazz, la Dreyfus ci
regala tre ristampe rimasterizzate digitalmente che si
annunciano emozionanti per chi abbia scoperto il bardo
bretone Alan Cochevelou soltanto da poco tempo o per chi,
al contrario, abbia consumato i suoi vinili fin dai primi
anni Settanta. “Reflets” (1970), primo album
ufficiale a suo nome, assume nella discografia stivelliana
il ruolo di declinazione matura di un nuovo codice
espressivo per l’arpa bardica (o celtica che dir si
voglia), depurata da ogni precedente ammirazione per le
sonorità elettriche, destinata a svolgere la missione di
far conoscere la tradizione bretone al mondo. Il successo
fu grande e immediato, tant’è vero che già il 14
febbraio del 1972 si esibisce a Parigi, all’Olympia,
in compagnia di artisti straordinari, quali Dan Ar Braz,
Michael Santangeli, Gabriel Yacoub, Pascal Stive, Gerard
Levasseur, Serj Parayre e Michael Klec’h: con loro,
scrive una pagina importante nella storia del folk-rock,
prontamente documentata da un disco che è un caposaldo.
L’anno dopo, prodotto da Dan Ar Braz, vede la luce
“Chemins de Terre”, in cui si rafforza
ulteriormente il cammino sicuro verso
l’interceltismo. Degli album fondamentali nella prima
discografia di Stivell mancano solo “Renaissance de
la Harpe Celtique” (1972) e “E Dulenn/Live In
Dublin” (1975): chissà che la Dreyfus non ci faccia
presto un altro regalo.
Roberto G. Sacchi
- “A l’entrée du temps clair” Materiali
Sonori 1980 Partecipa alla creazione dell Atelier musicale
di Danze tradizionali “Incontro dei Gruppi di Ricerca
Etno-Musicale” (Francia, Italia, Irlanda) al Centro
Culturale di Firenze F.L.O.G (per la documentazione e la
diffusione delle tradizione popolare). Dopo l’
intensa attività concertistica i Italia, ritorna in Francia
nel 1989, si trasferisce a sud-ovest tra Tolosa e i Pirenei
dedicandosi alla musica Classica e di Corte. Crea nel 1999
l’ensemble VOLUBILIS : Musiques Médiévales et
Renaissance con l’ album: - “Entre cours et
jardins” Arc en Ciel- 2000.
L’ALTRO SUONO
FOLKADELIC
Luca Gemma
PONDEROSA
MUSIC&ART CD070, 2010
CANZONE
D’AUTORE/ITALIA
Già
fondatore insieme a Pacifico (all’anagrafe Gino De
Crescenzo) della band Rossomaltese che godette di buona
fortuna nel cuore degli anni Novanta e dopo varie
esperienze artistiche di un certo pregio il cantante e
chitarrista Luca Gemma si presenta con questo disco che
preferiamo descrivere con le parole dello stesso
protagonista: “… ho scritto molte canzoni e ne
ho buttate via altrettante senza pietà. Ho ripreso a
studiare canto e a cercare nuovi colori sulla chitarra
acustica, volevo trovare quello spirito sereno e
malinconico tipico del folk col suo retrogusto venato di
soul. E mi trovavo ogni volta a inserire scarti improvvisi
di tempo, cambi di inquadratura, incursioni di suonacci
tutt'altro che sereni per scoprire che quella era la parte
irascibile e irrequieta di me, la parte psichedelica,
inquieta e insofferente, che si faceva spazio piano piano.
D'altronde, ho pensato, io sono così in questi anni: un
uomo mediamente sereno con improvvisi scoppi di
irrequietezza che servono a liberarmi l'anima e i
pensieri”. Una
definizione davvero insolita e molto intimista del folk,
che francamente ci lascia un po’ spiazzati, ma nello
stesso tempo caratterizza in modo originale un lavoro forse
distante dalle nostre abituali categorie mentali ma non
privo di un suo certo fascino. “Folkadelic”, a
partire dal gioco di parole insito nel titolo, ha diversi
tratti di nobiltà che lo elevano dai prodotti di consumo ai
quali le nostre orecchie faticano ad abituarsi. Per chi ama
la canzone d’autore nelle sue forme più eleganti, ma
senza troppi formalismi.
Giacomo Sereni
DISCO+LIBRO
BRUCERO’ LA VUCCIRIA (COL MIO PIANO IN FIAMME)
Akkura
DARIO
FLACCOVIO EDITORE, 2009
FOLK
CONTEMPORANEO/SICILIA
Strumento
tutto sommato poco utilizzato nella produzione italiana, il
disco+libro si presta ottimamente a essere sfruttato per
fissare su carta e supporto tecnologico emozioni forti e
intense come quelle che ci trasmettono gli Akkura,
formazione palermitana, in questo loro atto d’amore
per la Vucciria, storico mercato cittadino delle carni,
crogiuolo di umori e colori reso universalmente celebre
anche dal pittore Renato Guttuso. Per realizzare questa
ambiziosa opera, gli Akkura hanno in parte modificato il
loro modo di fare musica, rinunciando alle atmosfere
balcaniche che avevano contraddistinto le loro opere
precedenti per dedicarsi a un lavoro più accurato di
ricerca di suoni e ispirazioni tradizionali della città
crocevia di etnie ma in possesso di una sua spiccata
identità. Gli scrittori emergenti autori dei racconti sono
Dario Tosini, Andrea Gullotta e Alli Traina, mentre quelli
che già godono di una certa notorietà sono il cantautore
Cesare Basile, il teatrante Davide Enia e il fumettista
Sergio Algozzino; la produzione musicale del disco,
registrato in Brasile, invece, è di Moreno Veloso (figlio
di Caetano) e Domenico Lancellotti. Scrivono gli Akkura una
frase che ben sintetizza il significato dell’opera e
l’obiettivo che si prefigge: “Qui non troverete
un’analisi sociologica di Palermo, ma un affresco di
una città che è già meravigliosa così, che non attende
nessun futuro. A Palermo il futuro già ci fu”. Se è
difficile sintetizzare in poche parole un CD, forte di un
denso progetto tematico, lo è doppiamente per un libro+CD,
altrettanto denso e motivato su doppia piattaforma
sensoriale… Allora andate sulla fiducia,
compratevelo e godetevelo, leggendo e ascoltando,
ascoltando e leggendo. Una consolante opera
d’intelligenza e cultura nell’Italia dei
savoiardi che inneggiano alla bandiera tricolore e dei
replicanti di X-Factor e di Amici che vincono a Sanremo.
Meno male…
Sergio Palumbo
DVD
MONTEMARANO
Luigi D’Agnese
HYRPUS
DOCTUS, 2010
FOLK
TRADIZIONALE/CAMPANIA
Montemarano,
alta Irpinia, poche migliaia di abitanti, un ottimo vino,
un Carnevale fra i più antichi e famosi d’Italia, una
tradizione musicale di primo livello che ha generato una
delle forme di tarantella più affascinanti e particolari,
la Montemaranese. Da oggi, grazie all’ennesimo lavoro
documentario curato da Luigi D’Agnese e dalla sua
meritevole associazione Hyrpus Doctus, con un Dvd della
durata di circa un’ora e mezza è possibile compiere
un viaggio di suoni e immagini dentro il passato e il
presente di questa cittadina. L’immediatezza del
mezzo prescelto e la sua suddivisione logico-tematica ne
fanno uno strumento prezioso, che consegna ai posteri
un’insieme di tradizioni fra le più significative del
nostro Paese, fissando sul supporto digitale le radici
storiche del ballo e le testimonianze dirette, le immagini
del corteo carnevalizio e le azioni spontanee nei vari
luoghi del paese, per conferire allo spettatore un punto di
vista necessariamente sintetico ma completo. Tutto quanto
compreso nel Dvd è frutto di una ricerca decennale, durata
dal 2000 al 2009. Non mancano inoltre ampie testimonianze
sulla vita quotidiana di Montemarano, sulla sua realtà di
paese agro-pastorale, sui suoi momenti di festa collettiva,
che ci consegnano una visione affettuosa e completa
sull’abitato e su chi lo abita, ideale completamento
dell’ultimo lavoro (prima di questo) di Luigi
D’Agnese, il libro+Cd “Irpinia. Montemarano:
canti, racconti e suoni popolari nella tradizione in
Campania – vol. 2” (2007). E non è certo un
caso che tutto il Dvd sia pervaso dalla presenza, a volte
dichiarata, a volte sottintesa, di un’ospite
d’onore, di una autentica protagonista. Come ben
scrive Franca Molinaro nella prefazione: “Vi sono
popoli che portano inscritto nel patrimonio genetico
modelli arcaici sopravvissuti all’evoluzione
culturale con poche varianti rispetto ai memi originali.
Uno di questi memi può essere identificato nella
“Montemaranese”, motivo sonoro e coreografico
proprio del popolo di Montemarano”.
Roberto G. Sacchi
RIVISTE
Lares.
Quadrimestrale di studi
demoetnoantropologici,
a. LXXIV, n. 3, settembre-dicembre 2008.
Indice:
Pietro Clemente, “Editoriale”; Valeria
Trupiano, “La patrimonializzazione del DNA. Cinque
casi a confronto”; Paolo Coluzzi, “Le danze
tradizionali in Lombardia. Un breve resoconto sulla
situazione attuale”; René Capovin, “I due
Riegl. Valore dell’antico e valore di
antipanico”; Guido Rebecchini,
“Introduzione”; Peter Burke, “La storia
del futuro. 1500-2000”; Grazia Tuzi, “La
comunità autonoma di Cantabria: patrimonio immateriale e
istituzioni culturali”; “Tornando al Museo
Guatelli”; “Per Giorgio Cusatelli”; Gian
Luigi Bruzzone, “Costantino Nigra & Francesco
D’Ovidio”; “Volumi ricevuti”.
Tito Saffioti
LIBRI
Jordi Bertran - Josep Anton Codina - Anna Domingo -
Francesc Massip - Anna Villa,
Tarragona: espai festiu, espai teatral. De la plaça del
Corral al teatre
all’italiana, Valls (Catalogna), Edicions Cossetània,
2009, pp. 118, ill., br., s.i.p.
Questo
libro, curato da Francesc Massip, è in lingua catalana e
questo richiede un piccolo sforzo di comprensione
supplementare, ma il lettore, così come è capitato a chi
scrive, resterà sorpreso per la vicinanza tra il catalano
appunto e la lingua italiana. Insomma, la lettura è
possibile, aiutandosi con un dizionarietto, è anzi
relativamente agevole. Detto questo, passiamo a trascrivere
l’indice dei saggi che, riguardano il teatro popolare
di Tarragona, con ampia attenzione al “teatro
all’italiana”, erede della tradizione del
Teatro dell’Arte. Francesc Massip, “Iconografia
i espectacle: cap a una nova metodologia de la investigació
teatral”; Francesc Massip, “La representació de
l’assumpció de Tarragona a la plaça del Corral
(1388)”; Jordi Bertran, “El cicle del Corpus i
de Santa Tecla de Tarragona en el context dels
Països”; Anna Vila Fernández, “El teatre a
Tarragona durante el Sexenni Revolucionari
(1868-1874)”; Anna Domingo Palau, “Francesc
Carbó, dramaturg Terragoní”; Josep Anton Codina,
“L’Escola d’Art Dramátic Josep Yxart i el
teatre dels anys Setanta i
Vuitanta”.
Tito Saffioti
Paul Scheuermeier,
La Lombardia dei contadini 1920-1932. Le Province di
Brescia e Bergamo,
Brescia, Grafo, 2001, pp. 323, ill., ril. con
sovraccoperta, € 72,30.
Indice:
Glauco Sanga, “Scheuermeier in Lombardia. Il
ricercatore e i suoi informatori”; Elisabetta
Silvestrini, “Paul Scheuermeier. Itinerario
fotografico nella Lombardia orientale”; Fabrizio
Caltagirone – Italo Sordi, “Gli
«approfondimenti etnografici» e la cultura materiale negli
inediti di Paul Scheuermeier”; Giovanni Bonfadini,
“Il dialetto di Gandino nei materiali di Paul
Scheuermeier”.
Paul Scheuermeier,
La Lombardia dei contadini 1920-1932. Le Province di
Cremona e Mantova,
Brescia, Grafo, 2002, pp. 203, ill., ril. con
sovraccoperta, € 46.
Indice:
Fabrizio Caltagirone – Italo Sordi, “Musei di
immagini, musei di cose”; Giovanni Bonfadini,
“L’orecchio di Scheuermeier. Note sulle
oscillazioni fonetiche dei materiali raccolti a
Pescarolo”.
Di Paul Scheuermeier abbiamo già presentato su queste
pagine altri volumi e ogni volta abbiamo dovuto esprimere
il sincero entusiasmo ingenerato dal lavoro di questo
grande studioso svizzero, che molti decenni addietro ha
percorso buona parte della Penisola per effettuare
rilevamenti per conto dell’Atlante
linguistico ed etnografico dell’Italia e della
Svizzera meridionale.
Il suo lavoro non si è limitato alla rilevazione
linguistica, ma egli ha scattato un gran numero di
fotografie che sono ottimamente riprodotte nei volumi
oggetto di questa recensione. Percorrere queste pagine è un
vero piacere per gli occhi, e dobbiamo dare merito
all’Archivio
di etnografia e storia sociale (AESS)
della regione Lombardia, di aver offerto agli studiosi e
appassionati uno straordinario strumento di lavoro e di
conoscenza. I volti di queste persone ci raccontano molto
di più della loro vita, del loro lavoro, delle loro
sofferenze di quanto possano fare volumi e volumi redatti
da sia pur competenti e volonterosi ricercatori.
Un’ultima annotazione riguarda il prezzo dei volumi,
che risulta senz’altro conveniente se si prende in
considerazione la mole degli stessi e la cura con cui sono
stati realizzati.
Tito Saffioti