La
storia, il revival
ed il piacere della danza
Intervista a cura di Tiziano Menduto
Traduzione di Anna De Biasio
Recentemente tradotto dalla casa editrice Zedde di
Torino, il libro “La danse traditionnelle en France :
d’une ancienne civilisation paysanne à un loisir
revivaliste” (questo, il titolo originale) finalmente
è alla portata di tutti, anche di chi non mastica la lingua
francofona.
Finalmente.
Era da quando lo avevo recensito su queste colonne che
auspicavo una traduzione e spingevo appunto il buon vecchio
Duccio Gay a continuarla, malgrado le difficoltà
incontrate. Yvon Guilcher (alias Yves) non ha bisogno di
molte presentazioni. Fondatore dell’A.D.P. di Parigi
e autore di diverse ricerche e pubblicazioni, Yvon ha il
pregio di parlare chiaramente e con un linguaggio piacevole
ma mai superficiale. Ha il vantaggio di appartenere ad una
famiglia che da moltissimi anni ricerca, approfondisce,
analizza un mondo che spesso sconta la mancanza di
sufficienti riflessioni su termini e concetti i cui
significati evolvono, cambiano o si trasformano.
Leggere il suo libro, al di là delle opinioni che ognuno di
noi può avere, ci dà la possibilità di guardare le
tradizioni di ieri o il revivalismo di oggi con occhi
nuovi. Di comprendere o di accettare l’ignoranza,
quando questa è necessaria e inevitabile.
Leggere il suo libro aiuta non a trovare le risposte
definitive, ma a porsi finalmente le domande giuste. Quando
si conclude l’ultima pagina viene voglia di saperne
di più. A distanza di qualche anno dalla pubblicazione e
dopo aver riletto l’edizione italiana, ho pensato
fosse il momento per FB di porre qualche nuova domanda a
cui lui gentilmente ha risposto.
Ti
descrivi come un divulgatore del pensiero e del lavoro di
tuo padre. Tuttavia tra tuo padre e te è passata una
generazione e diverso è stato il ruolo nel movimento
revivalistico francese. Ci sono differenze di pensiero tra
di voi? Cosa pensa tuo padre di questo libro?
E’
vero che una generazione è passata tra i contesti che ha
conosciuto mio padre e tra quelli attuali, ma quello che è
variato, tra le due generazioni, non è l’antica
tradizione popolare ma piuttosto il revivalismo. Riguardo
alla cultura dei contesti tradizionali, mio padre, le mie
sorelle ed io diciamo la stessa cosa. Non abbiamo avuto
altra scelta: abbiamo fatto le stesse ricerche, abbiamo
fatto gli stessi lavori, abbiamo partecipato agli stessi
lavori di campagna, portato gli stessi sacchi di frumento
nelle fattorie, condiviso le stesse danze con i contadini e
abbiamo ascoltato gli stessi cantanti.
Viceversa, sul revivalismo non siamo sempre
d’accordo.
Io, nel 1970, ho puntato sul ballo per far rivivere i
repertori tradizionali, mettendo in piedi i
bal
folk perché
avevo sotto mano decine di musicisti che suonavano
bourrée,
rondeaux,
scottish
che
nessuno sapeva danzare. Mi sono appoggiato a questi
musicisti per far conoscere la danza.
Mio padre, invece, nel 1935 era solo, ha ballato molto e ha
insegnato fischiando le melodie delle danze. E nel contesto
del Fronte Popolare ha fatto scelte diverse dalle mie,
legate ad un epoca differente.
Detto questo, lui ha riletto il mio manoscritto prima della
pubblicazione ed io ho, evidentemente, tenuto conto delle
sue critiche.
Nel
tuo libro sembri alla ricerca di una chiarezza in un mare
di incomprensioni terminologiche. E’ un mare che
anche in Italia ha le sue vittime. Quale ne è la causa?
Il
problema delle incomprensioni terminologiche è che non è
solo una questione di terminologia: c’è sempre un
malinteso sulle cose. Ora tutti provano a risolvere i
disaccordi argomentando sulle parole. Si specula, per
esempio, sulla parola “tradizione”.
Io mi interesso, invece, prima alle cose. Provo a
descrivere e a comprendere ciò che ha potuto essere la
danza nella società che l’ha elaborata e che non
poteva nascere in altra cultura che nell’antica
cultura contadina. E poi provo, d’altro canto, a
descrivere e comprendere quello che succede oggi. Constato
che ciò che accade è totalmente differente. Ed è dunque in
un secondo tempo che cerco delle parole differenti per
render conto di queste diversità. L’incomprensione,
ai miei occhi, nasce prima di tutto dall’ignoranza:
le persone d’oggi non s’immaginano quello che
poteva essere una cultura popolare d’altri tempi.
Ma oltre l’ignoranza ci sono, a volte, anche delle
resistenze ideologiche. La verità della storia e
dell’etnologia non conviene a tutti. Ogni tanto
alcuni si rifugiano nelle parole per scappare dalle analisi
che a loro non convengono.


La
prospettiva da cui analizzi la danza tradizionale è una
prospettiva analitica diacronica: tutto è visto attraverso
il confronto con la società e la storia. Questa metodologia
oggi, dopo qualche anno dalla pubblicazione del tuo libro,
è condivisa da molti ricercatori? Qual è la situazione
odierna della ricerca in Francia?
Io credo
che è la natura dell’oggetto “danza
tradizionale” che impone una prospettiva diacronica:
non su può comprenderla senza far intervenire la storia
delle società. Altri approcci sono possibili, ma non
rispondono alle domande che io mi pongo. Per esempio,
all’inizio degli anni ’70, andava di moda la
semiologia (scienza legata alla produzione, trasmissione e
interpretazione dei segni, ndr): essa doveva far avanzare
la ricerca e spiegare tutto. Questo modo di procedere non
ha portato a niente ed è già passato di moda. Attualmente
ho l’impressione che si ritorni alla storia.
Ma chi lavora veramente sulla danza tradizionale? Ci sono
dei validi ricercatori (i fratelli Champion, J.F. Miniot,
M. Chevrier, in Italia Stefano Valla e sicuramente altri
che io non conosco), ma i loro collectage
(lavori
di ricerca sul campo, ndr) raramente sfociano in lavori di
sintesi.
Noi abbiamo dell’etnografia senza etnologia; e
pochissime conoscenze storiche: gli storici si vedono
lavorare piuttosto su fonti storiche. In effetti i
risultati dei collectage
attualmente
danno luogo più a delle pratiche che a dei lavori di
ricerca.
Nel
libro hai parlato molto della ricerca e dei suoi limiti. Ma
se, come tu dici, oggi è troppo tardi per osservare
alcunché del mondo della tradizione, la ricerca oggi ha
ancora un senso? E quale?
Si, io
penso che la ricerca conservi un senso, a condizione che
sappia adattare la sua curiosità alla realtà che incontra.
La ricerca sul campo non ci chiarisce più di tanto delle
società tradizionali, ma pone la questione della
sopravvivenza dei repertori in seno ad una società che non
ha più nulla di tradizionale. Anche se resta popolare.
E’ questo che è appassionante studiare: come sono
sopravissuti fino a noi questi repertori, dopo la
sparizione degli ambienti che li avevano prodotti?
Altri tipi di studio sono ugualmente possibili. Per
esempio, sulle forme: quelle delle bourrée
a tre
tempi non sono quelle delle bourrée
a due
tempi. Quale ruolo ha potuto giocare la controdanza in
questa differenza? L’evoluzione dei
branle?
La presenza e l’importanza delle terme a Vichy? Dei
contesti di pratica diversi? L’irruzione delle
melodie parigine alla fine del diciannovesimo secolo?
L’istituzione dei gruppi folkloristici? E’
possibile lavorare su tutto questo, ma diventa un lavoro
d’archivio. La ricerca sul territorio tutt’al
più può ancora informarci sui “balli
clandestini” nelle campagne nel 1942. E’ una
ricerca appassionante, ma io constato che nessuno ci si
dedica.
L’evoluzione delle forme della danza nel tempo, come
tu la descrivi, non credo valga solo per la Francia. Quali
aspetti del tuo libro sono applicabili anche per i vostri
cugini italiani? Hai contatti con il mondo della ricerca in
Italia?
In
Italia non ho avuto che scambi con ricercatori che lavorano
sul ‘400, dunque degli storici o dei musicologi. Non
degli etnologi. Ma ho molto apprezzato le serate passate da
me con Stefano Valla e Annalisa Scarsellini. Noi ci siamo
mostrati i nostri film e ho constato che Stefano era capace
di vedere le cose che la gente normalmente non vede.
Abbiamo confrontato le nostre esperienze. E’ stato
interessante perché Stefano reputava che la pratica
tradizionale fosse ancora viva in Italia, ma io dicevo che
in Francia non lo era più. Ci siamo accorti che in realtà
pensavamo la stessa cosa, ma che la formulavamo in maniera
diversa. Mi dispiace che questi scambi siano così
rari.
A priori
tendo a pensare che la danza popolare, in ambito
“ricreativo”, ha conosciuto delle tappe
comparabili a quello che si osserva in Francia, ma la mia
ignoranza sulla realtà italiana, o sui suoi condizionamenti
storici particolari, mi vieta di prendere la parola su
questo tema.
Ad
un certo punto del libro dici che non sei abbastanza
distaccato per interpretare l’attualità. Ti fermi al
fenomeno della danza di coppia e non arrivi a quella
individuale…Dal cerchio all’individuo
l’evoluzione sembra però completarsi, quali forme
potrebbe esprimere la nostra società in futuro?
Quello
che tu dici è vero. Ma io non sono capace di analizzarlo
seriamente. Per un sacco di ragioni, di cui una è quella
che la nostra società non è solamente quella dell’hip
hop e dei Rave parties, ma anche quella dei revivalismi e
delle trasversalità: i balli di sala, il
“liscio” (in italiano, ndr), il tip tap
americano, la danza africana, il jazz, le danze dei
Balcani, il repertorio del Rinascimento, il
bal
folk,
le Fest
Noz. Tutto
questo fa parte della pratica attuale, con in più tutti i
“métissage”
che ciò
implica. Questo rende molto complicato uno studio
sociologico che si sottragga alla mia
curiosità.
Nel
tuo libro sembri più interessato a sollevare domande che a
dare certezze. Tra le domande che sollevi quale secondo te
avrebbe più urgenza di trovare una risposta?
Non so.
Mi piacerebbe trovare delle risposte a tutte le domande che
io mi pongo, ma non ho modo. Ho una curiosità ignorante.
Per vedere una carola del tredicesimo secolo, io darei
dieci anni della mia vita (o piuttosto della vita di
qualcun altro!).
Yvon
Guilcher (a sinistra) con Loeiz Ropars, uno dei principali
artefici della riscoperta del kan ha diskan bretone
(particolare di una foto di Ph.-E.
Raviart)
Che
senso ha ballare oggi una danza tradizionale se non
riusciremo mai a recuperarne interamente lo stile e lo
spirito? Tu spesso hai parlato di piacere? Qual è il
piacere della danza tradizionale oggi?
E’
una domanda fondamentale. Prima bisognerebbe porla ad
altri. Perché c’è molta gente che apprezza la
Fest
Noz quando
chi ci danza non ha alcun rapporto con la tradizione
bretone? Che cosa ci trovano queste persone? Quale senso
danno alle bourrée
del
Berry a due tempi disposte su due linee, quando questa è
l’unica forma che non sia stata attestata in Berry
per queste bourrée?
Io credo che la nostra pratica attuale ci guadagnerebbe a
essere influenzata dall’etnografia: una
dañs
tro nel
kan-ha-diskan
(forma
tradizionale di canto a ballo in Bretagna, ndr), per me,
deve essere un cerchio chiuso nel quale tutti comprendono
le parole. Se si rinuncia a questo, si perde qualcosa di
essenziale. Detto questo sono d’accordo che noi non
possiamo recuperare interamente lo stile e lo spirito della
danza tradizionale. Cosa resta allora? Intanto
un’unione melodia-movimento che non si trova in altri
repertori; poi vari dispositivi che sono il modo di
sperimentare diversi maniere di relazionarsi con gli altri.
Una bourrée
del
Berry a quattro, ugualmente non fedele
all’etnografia, comunque rimane una danza riuscita,
finita, soddisfacente, che ci porta qualcosa che non si
trova altrove.
Nel
libro mostri la falsità della teoria della continuità e
della sopravvivenza della tradizione. Questa mancanza di
continuità ha delle eccezioni? Ci può essere continuità in
un mondo socialmente mutato?
Mi
servirebbe molto tempo per rispondere a questa domanda.
Intanto io non escludo che possano sussistere delle isole
di continuità tradizionale, al di fuori della Francia.
Inoltre ci sono dei casi dove la rottura della continuità
ha concesso alla danza una seconda vita. E’ il caso
delle bourrée
a tre
tempi che hanno saputo adeguarsi al bal
(ballo,
inteso come gli incontri a ballo che si diffondono alla
fine dell’800, ndr) e la cui diffusione è spesso
attribuibile al ballo stesso. Mentre in Bretagna o in
Guascogna il ballo ha ucciso la danza tradizionale.
Generalmente il ballo ha ucciso tutto quello che aveva a
che fare con il branle
(dañs
tro,
rondeaux,…).
Ma non la bourrée
che si è
ridiffusa nelle campagne del Centro Francia a partire
dal bal
musette parigino.
Ed è in Berry, grazie ai “parquets
de bal” (spazi
adibiti al ballo, ndr), che si vedono le
bourrée a tre
tempi raggiungere, verso il 1900, il Nord-Ovest del
Bas-Berry.
Non so
se si può parlare ancora di tradizione, ma in tutti i casi
c’è una pratica popolare vivente. E questo ballo non
lo si può mettere sullo stesso piano del
bal folk.
Nel
libro hai parlato di metodologia di insegnamento nei corsi
revivalistici. Puoi brevemente riassumere quelli che
ritieni i consigli più importanti per ogni insegnante?
La prima
domanda è sapere perché si vuole insegnare la danza. Vuoi
insegnare delle danze alle persone o vuoi insegnare loro a
danzare? Vuoi diffondere dei repertori o vuoi preparare dei
buoni danzatori? Personalmente ho scelto la seconda
alternativa. Ciò suppone un lavoro su tempi lunghi con la
suddivisione degli allievi in livelli omogenei, seguiti da
un livello all’altro e facendo ricorso a repertori
differenti scelti in funzione delle tappe successive. La
posta in gioco è permettere all’allievo di riuscire
perfettamente in ciò che gli si propone, che è molto
semplice all’inizio ma sul quale si costruirà, poco a
poco, qualcosa di più complicato. All’inizio è
necessario che l’allievo si confronti non con dei
semplici esercizi, ma con delle danze che abbiano una vera
e propria qualità di danza e che riescano a garantirgli un
vero piacere nel danzare. L’insuccesso di un allievo
è sempre un insuccesso dell’insegnante. Io penso che
bisogna proporre a tutti la qualità, ma che per farlo sia
necessario dare a ciascuno i mezzi per raggiungerla. Questo
non si può fare in un week-end. Per questo servono più
stage lunghi successivi.
Uno
dei meriti del tuo libro, come già dicevo nella mia
recensione del testo francese, è il linguaggio che adotti.
Non accademico ma documentato, semplice ma profondo. Non
credi che una parte delle difficoltà comunicative tra mondo
del revival e mondo della ricerca sia dipesa dalla mancanza
di un linguaggio adatto?
Si,
senza dubbio. Ma non c’è solo il linguaggio. Ci sono
anche delle aspettative differenti. Il revivalismo non
s’interessa necessariamente alle domande che si
pongono i ricercatori. E’ impaziente di danzare, il
revivalismo, e se ne infischia completamente che le
“danze alsaziane” siano inventate di sana
pianta. Generalmente quando si spiega ai danzatori
revivalisti i problemi che pone la ricerca,le persone sono
interessate. Ma la loro motivazione primaria è di
condividere la danza con la gente di oggi: è questo che li
avvicina, a Gennetines, a Vialfrè, nelle
Fest Noz. Salvo
qualcuno che è più curioso e più esigente. In alcuni casi
bisogna rispondere anche a questa curiosità e a questa
esigenza. O almeno provarci.