Ciao, Alberto!
Alcuni anni fa il nostro direttore, Roberto Sacchi, ebbe
una lungo coloquio con Alberto Cesa, parte del quale
diventò un’intervista che fu pubblicata su FB, che
qui riportiamo
a
cura di Roberto G. Sacchi
Che cosa
rappresentava per te la musica quando hai cominciato e che
cosa rappresenta oggi, a distanza di quasi trent'anni?
Innanzitutto,
toccandomi... posso dire di avere un gran culo a essere
ancora in pista! Parlando seriamente ti rispondo: "la
stessa cosa!". Il piacere di cantare e suonare la musica
popolare, di dividerla con altri e di "comunicarla al
mondo" è ugualmente grande, oggi come allora. Il mio
approccio nei suoi confronti corrisponde al mio approccio
alla vita, non ho mai fatto distinzioni. La musica per me è
sempre stato tutt'uno col vivere, col respirare, col
mangiare, col pensare, non dico col bere perché... sarebbe
troppo facile!
Anche se dal punto di vista professionale, del linguaggio
soprattutto, molte cose sono cambiate (dovrei preoccuparmi
se non fosse così), resta il fatto che le motivazioni di
fondo sono rimaste le stesse. Oggi come allora, per
esempio, non riesco a pensare alla musica in chiave di
semplice divertimento (per quanto lo consideri
fondamentale!). Per stare nel mio campo, quello del mondo
popolare, questo significa che non potrei non evidenziare,
insieme alle mille allegrie che gli appartengono,
le"miserie", le sofferenze, la capacità intrinseca e
naturale di raccontare le ingiustizie... quelle che tanti
anni fa, quando ho cominciato, mi facevano incazzare e che
oggi mi fanno incazzare ancor di più, perché sono sempre le
stesse, spesso peggiorate (Genova docet!). Per spiegarmi
meglio, non riesco a pensare che questo strumento
formidabile di comunicazione che mi ritrovo per le mani io
non lo utilizzi per solleticare, svegliare, incontrare
coscienze e sentimenti attorno a una comune e non banale
"visione del mondo". Diceva Berthold Brecht, il famoso
terzino sinistro del Werder Brema... che "parlare di alberi
in tempo di guerra è un delitto"...
D -
Qualcuno potrebbe pensare a una forzatura mettere insieme
musica e politica a tutti i costi. Non puoi separare le due
cose?
R - Potrei, se
non facessi la musica che rappresenta la gente estromessa
da mille secoli dai giochi del Potere, talvolta oppressa e
calpestata, sempre relegata ai margini della vita
sociale...
Per chi
come me conosce te e Cantovivo da tanti anni, può venire
spontaneo, dopo quello che hai detto, chiedere che fine
hanno fatto le ballate piemontesi e provenzali che,
soprattutto nel periodo con Donata Pinti sono state,
insieme al canto corale, un vostro segno distintivo, una
specie di marchio di fabbrica. Sono state soltanto una fase
del tuo percorso?
Schematizzando
molto, ma proprio molto, posso dirti che i miei Anni '70
sono stati più politici, gli '80 più folk, i '90 di ritorno
al politico con più esperienza folk alle spalle. Anche se
c'é un filo rosso che lega per esempio il mio primo disco
cantoviviano "Canti antifascisti spagnoli" del '76 (hola!)
a "Fogli Volanti", o, se vuoi, "Leva la gamba" del '79 (il
disco di "folk puro" che ci ha aperto le porte dell'Europa
con il Grand Prix di Montreux) a "Contro-Canto Popolare"
del '96 che "il manifesto" ha pubblicato per festeggiare il
cinquantennale della Liberazione in chiave folk, in
parallelo al "Materiale Resistente" dei gruppi rock. Come
sintesi unificante di questo percorso, oggi mi piace usare
il termine "combat-folk" (che quasi certamente, proprio con
"Contro-Canto Popolare" siamo stati i primi ad usare in
Italia). Trovo che ci rappresenti bene. Ci tengo comunque a
precisare due cose. La prima, che il repertorio "combat" di
Cantovivo non comprende soltanto canzoni di denuncia e di
opposizione, ma tutte le forme più importanti della cultura
popolare (la ballata in primo luogo, poi la danza ecc. ecc.
), la seconda, che sul versante politico abbiamo sempre
escluso le canzoni "a slogan" per far posto a quelle con
taglio riflessivo, soprattutto di stampo narrativo.
Questo vuol
dire che le ballate di cui sopra, le danze ecc. le fate
soltanto più in un quadro di rappresentazione politica?
No,
assolutamente! Se ci chiamano in un contesto adeguato,
siamo ben felici di proporre un concerto esclusivamente
folk. Siamo attrezzati per farlo!
Allora
perché, se è vero che questo repertorio più tradizionale
ancora vi appartiene, tu e Cantovivo, che siete stati tra i
fondatori del folk revival italiano, che avete girato
l'Europa dei folk festival, che avete inciso quintali di
dischi, da qualche tempo vi siete defilati dal circuito più
specifico del folk italiano?
Diciamo che la
"svolta rifondarola" del '91 / '92 ci ha risucchiati a tal
punto che abbiamo preso a girare come dei matti lungo tutti
gli spazi e le situazioni più attrezzate e disponibili" al
combat-folk di quanto, per ragioni anche un po' misteriose,
non fosse il circuito del folk vero e proprio. Le nostre
piazze sono state prevalentemente le Feste in rosso e di
Liberazione, le manifestazioni, i centri sociali e così
via. Non siamo emigrati! Neanche dal folk! Tanto è vero che
in questo periodo, insieme alle produzioni realizzate col
"manifesto", alle partecipazioni a compilation con Gang, E
Zezi, Sepe e altri "colleghi" di questa portata, siamo
stati inseriti in alcune raccolte folk non di secondo
piano, come quelle della Curcio nel '90, della Fabbri nel
'94, e dell'inglese Network nel 2000. E soprattutto, ci
tengo a ricordarlo per ragioni anche affettive (vedi la
dedica sul libro dei miei Fogli Volanti), nel '97 abbiamo
collaborato con il leggendario Giancarlo Cesaroni, che
sotto il prezioso marchio del suo Folkstudio romano, ci ha
scelti per rappresentare il Piemonte (col cd Collage) nella
collana di musica folk distribuita nelle edicole da
Avvenimenti.
Detto questo, in tutta sincerità, sappi che i folk festival
"classici", le feste-folk un po' mi mancano... ma vorrei
che ci si venisse incontro reciprocamente... Per esempio mi
piacerebbe ritornarci, tra un bal folk e l'altro, proprio
per presentare i miei Fogli volanti.

Tu pensi
che il linguaggio della tradizione, su cui tu stesso hai
costruito gran parte del tuo lavoro, sia diventato
inattuale?
Niente affatto!
Si possono, in parte credo si debbano anche, cercare nuove
soluzioni, ma si può anche mantenere intatto il repertorio
tradizionale più radicato, purché venga collegato in
qualche modo al contesto sociale attuale. L'Arcadia è
finita da un pezzo... Proviamo a partire dal massimo
dell'attualità: Genova e il G8. Prendiamo ad esempio Bové,
l'agricoltore, il paysan chauviniste cultore della
tradizione locale (cultura e coltura hanno non casualmente
la stessa radice etimologica). Ebbene, Bové difende le
proprie radici, ma contemporaneamente va a braccetto per
Porto Alegre con i rappresentanti dell'Mst brasiliano, con
gli zapatisti del Messico, con il Farc colombiano... e va a
prendersi le botte a Genova con i cattolici e i marxisti
internazionalisti... E' un esempio vivente del grande salto
storico che la realtà, specialmente in questi ultimi mesi
(e giorni!) ha messo in moto. Bisogna "non voler vedere"
per non vederlo! Dopo Genova niente è più come prima. Ho
tirato in ballo Bové non come nuovo riferimento politico da
seguire, ma come esempio attualissimo della possibilità
(per me del dovere!) di coniugare l'identità e le radici
con l'"apertura al mondo". La musica folk ha in questa
prospettiva una potenza di fuoco enorme. Ci sarà un motivo
se nei passaggi più violenti della storia è stato proprio
questo linguaggio a segnarne meglio i dettagli. Penso ai
contadini mandati al macello sul Carso, ai partigiani. Non
hanno forse raccontato le loro avventure, scritto le loro
storie sopra le "vecchie" note dei canti popolari? Anche
l'odioso sfruttamento in atto, da parte degli strateghi del
consumo, dei suoi linguaggi è, se vuoi, un segno della sua
attualissima energia... Certo è che unire memoria storica e
attualità non è proprio facilissimo. Da un lato perché la
memoria storica (oggi universalmente gettata nel cesso,
salvo che dagli amici di Fini, Gasparri e Storace...) se
non contestualizzata diventa un esercizio superficiale,
retorico, conservatore e talvolta reazionario (appunto!),
dall'altro perché il nuovo è un punto di riferimento assai
"mobile".... in continua evoluzione. Per chiudere il
ragionamento credo che anche i più distratti debbano
rifletterci un po' su. Chi oggi pratica il folk, chi entra
nella sua cultura di riferimento, per qualsiasi porta
passi, non può più non decidere da che parte stare. E per
farlo non è necessario, come ho già detto, che cambi
repertorio: ci sono forme, modi, tempi, spazi diversi per
fare una scelta di campo senza necessariamente dover
cantare "Contessa" , o altre simili "boutades" d'antàn...
che oggi farebbero anche un po' ridere...
I tuoi
fogli volanti esprimono le cose che mi hai appena detto?
I miei fogli
portano dentro il linguaggio folk perché è il mio da sempre
e, in più, contengono l'idea del cantastorie, che è
assolutamente popolare (con buona pace dei menestrelli più
o meno "etnici" dell'area commerciale!), contengono cioè
l'idea antichissima del racconto... non necessariamente per
denunciare, spesso soltanto per comunicare le emozioni che
l'esperienza musicale mi ha regalato.
Parliamo
allora meglio di questi Fogli Volanti
Per quei due o
tre lettori (stranieri...) di FB che non sappiano cosa sono
i fogli volanti, ricordo che sono, o meglio, erano quei
foglietti con i testi delle canzoni che i cantastorie
vendevano nelle piazze, da un lato per guadagnarsi la
sopravvivenza, dall'altro per far circolare la propria
musica. E' da questi esempi di stampa poverissima che ho
preso lo spunto per questo progetto che contiene tutta la
mia passione per la tradizione (l'ha notato anche il
recensore del cd della rivista non propriamente
"folkettara" Jam) e contemporaneamente dà sbocco concreto
alla mia vena più esplorativa e creativa.
Non mi sento un cantautore, anche se da più parti questo
mio lavoro è stato letto in questa chiave. Un cantautore
comincia a scrivere a diciott'anni, non attorno ai
cinquanta! Semplicemente ho sentito forte l'impulso di
raccontare...
Perché il
racconto è importante?
Io credo che da
Omero, passando per Bob Dylan per arrivare ad... Alberto
Cesa (scherzo, ovviamente!) i cantastorie siano sempre
stati gli unici in grado di strappare brandelli di verità a
una storia ufficiale sempre (mal) raccontata dal Potere. L'
ho sempre pensato. Ancor di più da quando ho avuto il
piacere di apprezzare personalmente gente come Nuto
Revelli, Fabrizio De André... Pensa che qualche giorno fa a
"darmi ragione" ci ha pensato niente meno che Jorge Amado,
in un'intervista televisiva registrata poco tempo prima di
morire (purtroppo non ho avuto il piacere di conoscerlo di
persona!), nella quale diceva semplicemente, da vecchio
comunista libero, indomito e non pentito (fantastico!) che
la forza politica del suo pensiero si era moltiplicata di
efficacia da quando aveva cominciato a togliere dai suoi
romanzi qualunque forma di indicazione ideologica sul "che
dire", "che fare", "che pensare"... lasciando tutto al
racconto nudo e crudo.
Qual'è il
tuo pubblico abituale?
Quello più
politicizzato ovviamente, ma non solo. Molti dell'area del
folk mi hanno seguito negli ultimi passaggi, perfino alcuni
ballerini... Ma la cosa più bella è stata vedere sotto il
palco in prima fila, fianco a fianco, partigiani novantenni
e bambini di dieci anni.... Più o meno quattro generazioni
unite dalla nostra musica.

Credi
che i più giovani ti capiscano?
Ne ho le prove!
Mi scrivono e-mail, comprano i miei dischi. E non soltanto
quelli dei centri sociali, o i rifondaroli, o i "red
bloks"... ma molti ragazzi "normali", semplicemente curiosi
o attratti dalla mia musica, bontà loro! D'altra parte non
mi sono mai sentito generazionale. Ho avuto la fortuna di
riuscire a vivere da protagonista tutti i passaggi più
importanti degli ultimi decenni della nostra storia, ma non
mi sono mai sognato di appenderci su il cappello. E questo
i giovani lo capiscono e lo apprezzano.
Qual'è la
poetica di Alberto Cesa?
Bella domanda!
Provo a risponderti così: io avrò sicuramente milioni di
difetti, ma credo che il trucco della mia sopravvivenza e
del mio piccolo successo artistico, stia nella mia
sincerità, oltre che nella voglia immutata nel tempo di
guardare, attraversare, affrontare, raccontare le cose del
mondo senza perdere mai la capacità di
emozionarmi.