Gli strumenti del freddo nord
La
nyckelharpa (4°puntata)
Siamo
arrivati alla fine di un lungo percorso di approfondimento
sulle qualità, sulla storia, sul passato e sul presente
della nyckelharpa; uno strumento musicale fascinoso, a
volte apparentemente magico, capace di strappare non solo
ai neofiti, ma anche a chi è abituato alle stranezze e alle
magie dello smisurato strumentario del mondo della musica
tradizionale, esclamazioni di meraviglia per i suoni, per
la struttura così apparentemente arcaica dello strumento.
Siamo arrivati alla conclusione passando attraverso
frammenti storici e organologici, attraverso gli aneddoti
magici, attraverso le interviste agli interpreti.
A
questo punto non rimane che raccontare qualcosa su uno dei
protagonisti di questa storia. Eric Sahlström (1912-1986)
ha dedicato una buona parte della sua vita a suonare e a
costruire nyckelharpe, a sperimentare e a inventare modelli
nuovi che sono diventati punti di riferimento per gli altri
liutai, a tramandare le tecniche esecutive e quelle
costruttive. E’ grazie a lui che si può affermare
oggi, con certezza, che la nyckelharpa è uscita
dall’elenco degli strumenti musicali destinati
all’estinzione.
E
con chi discuterne, se non con un etnomusicologo svedese e
un rappresentante dell’Istituto Nazionale di musica
popolare svedese “Eric Sahlström
Institutet”?
L’istituto
è stato fondato nel 1997 a Tobo, in Svezia, con la finalità
di sostenere la musica, la danza e la canzone popolare
svedese. E Tobo non è un paese a caso. L'istituto,
all’interno di uno stabile della fine del XIX secolo,
è proprio vicino al villaggio in cui visse Eric
Sahlström…
L’occasione
per questa breve chiacchierata con Esbjörn Hogmark
(musicista, liutaio, fondatore e membro del comitato
scientifico dell’“Eric Sahlström
Institutet”) e Per-Ulf Allmo (etnomusicologo e
ricercatore dell’Università di Stoccolma) è una
conferenza sulla nyckelharpa che si è tenuta a Forlimpopoli
grazie alla locale Scuola di Musica
popolare.
Intervista a cura di Tiziano Menduto
Traduzione a cura di Marco Ambrosini
Diamo per scontato che i nostri lettori sappiano già
cos’è una nyckelharpa e cominciamo a parlare di Eric
Sahlström…
Quella
di Eric Sahlström è una tradizione familiare. Sia il padre
che il nonno erano già suonatori di nyckelharpa. Lui è nato
proprio in una famiglia di nyckelharpisti. Ma in fondo, a
quel tempo, non era inusuale suonare la nyckelharpa.
La
famiglia viveva in una piccola casa, in una zona di
estrazione e di lavorazione del metallo. Suo padre era un
contadino, aveva una piccola casa, aveva un
cavallo,…Vivevano in parte dei prodotti della loro
terra, ma per sopravvivere e far sopravvivere la famiglia
il padre era obbligato, due o tre giorni alla settimana, a
lavorare anche nell’industria metallurgica. Allora
questo tipo di industria funzionava molto bene e, anche
negli anni della recessione, permetteva un tenore di vita
abbastanza agiato, una situazione tranquilla e non di
povertà.
Torniamo
alla famiglia. La famiglia di Eric era formata da tre
fratelli. Il più vecchio era violinista e il più giovane
era nyckelharpista. Eric era il fratello di mezzo. E’
stata un infanzia felice: il padre amava veramente i figli.
Non li ha mai picchiati, avevano una libertà assoluta,
potevano fare tutto quello che volevano.
Il primo
strumento che Eric ha iniziato a suonare era il violino;
praticamente ha preso il violino del fratello del padre e,
mentre questo era fuori a lavorare nei campi, ha iniziato a
suonare per conto suo. Poi ha cominciato a suonare anche
l’organetto diatonico. Si è dedicato a questi due
strumenti per molti anni: si racconta che ogni minuto
libero che aveva lo passava a suonare. Era fissato con la
musica. Ad un certo punto ha cominciato a metter le mani
sulla nyckelharpa di suo nonno: una silverbasharpa.
Insomma
ha iniziato a suonare la nyckelharpa all’età di 17
anni e dopo i venticinque anni ha già cominciato a
costruire e a sperimentare nuovi tipi di nyckelharpe e a
pensare a quella cromatica.
Ma non
ha mai dimenticato la silverbasharpa.
A
Uppsala era molto conosciuto per le sue qualità di
esecutore: era un grandissimo musicista, come si può
sentire ancora oggi attraverso le registrazioni. In fondo,
a parte lavorare nei campi, lui non ha mai fatto altro
nella vita che suonare. Dedicavo allo strumento ogni
momento.
Ma ad un
certo punto ha costruito una nyckelharpa nuova, uno
strumento che ha conservato per tutto il resto della sua
vita. Era uno strumento di così grande qualità che avrebbe
ben figurato in qualsiasi concorso di liuteria. Ci sono
addirittura degli articoli degli anni quaranta che
arrivavano a dire che forse era il suono, il timbro della
sua nyckelharpa a muovere le masse, non le sue abilità
tecniche. Ma in realtà sulla sua bravura non ci sono dubbi.
In Svezia c’erano diversi concorsi per musicisti e
una volta ho chiesto a Eric, poco prima che morisse:
“Hai mai preso parte ad un concorso dove non hai
vinto?”. Ed Eric mi ha risposto: “No,
no!”. Li aveva vinti tutti.

Lo strumento che lui ha costruito è uno strumento che ha
fatto da modello per molti musicisti e liutai. Quale era il
suo segreto, la sua principale qualità come liutaio?
Eric ha
cambiato la concezione dello strumento. Venendo dal violino
e dall’organetto diatonico, due strumenti tipicamente
melodici, quando ha preso in mano la nyckelharpa ha cercato
di trasporre la sua idea musicale melodica su uno strumento
che fino a quel momento veniva suonato quasi solo
ritmicamente. Perché la vecchia silverbasharpa era uno
strumento a bordone che veniva più che altro utilizzato
come strumento ritmico, ad esempio nel ballo. Lui ha
cambiato la concezione dello strumento, lo ha creato quasi
ex novo pensandolo come uno strumento di melodia. E’
stato il primo.
Durante la conferenza si diceva che un buon costruttore di
nyckelharpe, deve essere anche un buon musicista. Questa è
una cosa molto diffusa in Svezia?
Non
tutti i liutai suonano. Ma quasi tutti i migliori liutai
sono tuttavia anche musicisti. E la cosa vale anche per il
violino.
Non sempre tra i liutai c’è il desiderio di
condividere la propria arte e le proprie conoscenze con
altri. In certi casi questa difficoltà è alla base della
fine di uno strumento. Perché questa difficoltà non sembra
essere presente in Svezia?
Il fatto
che questi liutai siano disposti a condividere le loro
conoscenze dipende dall’eredità che ha lasciato Eric.
Lui era una persona che divideva tutto quello che aveva,
che si trattasse del cibo o della musica. Lasciava sempre
un posto libero vicino a sé.
Comunque
questo atteggiamento da noi è abbastanza normale: se un
musicista dovesse fare come certi liutai che tengono tutto
per sé, non andrebbe mai su un palco a farsi ascoltare. Di
cosa vivrebbe allora?
Parliamo ora dell’Istituto Nazionale di musica
popolare svedese “Eric Sahlström Institutet”,
che si trova a Tobo in Svezia… Quando è nato e come
si è sviluppato nel tempo?
Il
folklore comprende diverse attività, dalla musica alla
danza, alla costruzione di strumenti, il cantare, il fare
costumi. Sono tutte cose legate alla tradizione popolare.
E ci
sono diverse organizzazioni che si occupano dei vari
aspetti della cultura popolare. Un’organizzazione
nazionale per i costruttori di violino, per chi fa costumi,
per i danzatori. Tutte queste associazioni fino a un
po’ di tempo fa erano separate e concorrenti nel
raggranellare quei pochi soldi che arrivano dal ministero
in Svezia. Noi pensavamo che se si fossero unite, avrebbero
avuto la possibilità di fare molto di più. Quindi si è
chiesto alle diverse organizzazioni di unirsi e questo è
successo in un momento in cui il Ministro della Cultura
aveva appena mandato fuori un questionario in cui si
chiedeva alla popolazione come preferissero spendere i
soldi dedicati alla cultura. Un questionario che era
arrivato a tutti, alle scuole, alle istituzioni, alle
persone: si chiedeva che cosa si volesse ascoltare e
vedere.
A questo
punto noi abbiamo creato una lista di idee, di punti che
riunissero tutti gli aspetti della cultura popolare
artistica sotto un unico tetto. Abbiamo parlato con i
politici. Abbiamo fatto delle proposte e i politici hanno
fatto proposte al governo. E’ stato un lavoro di
lobby, nel questionario molti volevano proporre le proprie
idee. Ma noi abbiamo cercato di portare tutti i
finanziamenti sotto uno stesso tetto: l’”Eric
Sahlström Institutet”. Ed è stata una scelta
vincente.
Noi
oggi viviamo da una parte di finanziamenti statali e
dall’altra parte di quanto portano i partecipanti ai
corsi. Quest’anno è stato il primo anno che non
abbiamo avuto un numero sufficiente di partecipanti per il
corso di lunga durata: gente che vive lì per nove mesi
senza fare altro che non seguire i corsi. Abbiamo tre
diversi tipi di corsi: gli stage estivi, i corsi a lunga
distanza con gente che studia in tutto il mondo e viene lì
per brevi corsi e i corsi residenziali. Abbiamo dovuto
anche ridurre del 60% l’organico dell’Istituto
proprio per questi corsi che non sono partiti.
Come sono ripartiti i finanziamenti?
I soldi
spesi per l’istituto sono, intanto, spese fisse per
conservare, far funzionare l’edificio. Poi ci sono le
spese relative alle attività culturali, alle ricerche. Noi
abbiamo un finanziamento ogni anno per queste cose, ma non
possiamo utilizzarlo per la manutenzione. Poi ci sono i
soldi per pagare lo staff, gli insegnanti, ma se non
abbiamo il corso annuale non abbiamo i soldi dello Stato
(Ministero dell’Educazione) e non possiamo
pagarli.
Il
problema è che le persone che lavorano nei progetti pagati
dal Ministero della Cultura non sono interni
all’Istituto. Interni sono i docenti che però, ora,
sarà difficile pagare. E tra l’altro una buona parte
dei progetti pagati sono progetti esterni che vedono la
nostra collaborazione, ma niente di più. A volte si pensa
che sia l’Istituto a fare tutto, ma in realtà spesso
siamo noi a tenere le fila di tutto quanto accade, ma non
ne siamo sempre i protagonisti.
Il festival di Falun non c’è più. Mi pare che la
crisi relativa ai finanziamenti abbia dunque toccato anche
la Svezia… Pensate che l’Istituto stia
rischiando di scomparire se le cose non cambieranno…
Noi non
ci aspettiamo che il governo cambi le sue decisioni. Non
abbiamo problemi di esistenza. Quando abbiamo iniziato,
abbiamo avuto una grande finanziamento privato prima
dell’arrivo dei finanziamenti statali che ci ha
permesso di comprare gli edifici dell’Istituto e mi
minimizzare il più possibile i costi di esercizio
dell’Istituto. Pensiamo di riuscire a sopravvivere
anche se le cose non cambieranno.
In
un’intervista fatta in passato a dei rappresentanti
della radio svedese, si diceva che in Svezia le persone
possono anche non conoscere la tradizione, ma sono disposti
a pagare affinchè qualcuno la conservi e la studi…
Sì, è
vero. Vale per la Svezia e, ad esempio, anche per la
Finlandia. Tuttavia riguardo a quello che dicevi di Falun,
il problema è che loro hanno esagerato: hanno bruciato più
di 300.000 euro annuali invitando gruppi dalla Russia di
40, di 50 persone dove solo le spese di viaggio consumavano
il budget complessivo. Un conto è usarli i soldi, un conto
è bruciarli. Ad un certo punto gli sponsor si sono tirati
indietro.
Come secondo voi è possibile salvare un festival quando ci
sono problemi di fondi, di budget?
Un modo
per salvare la tradizione dei festival c’è.
Ad
esempio vicino all’Istituto c’era un festival
che era un grande meeting di nyckelharpisti e lo
organizzava un associazione di danzatori. Ad un certo punto
per motivi vari hanno deciso di non organizzarlo più e lo
abbiamo preso in mano noi. Loro lo organizzavano
lavorandoci in 250 persone, noi lo abbiamo fatto in
quattro. Come abbiamo fatto? Abbiamo telefonato ai
musicisti, agli artisti. Abbiamo fatto capire che il
festival rischiava di non esserci più, che non
c’erano più i soldi. Abbiamo detto che noi ci saremmo
messi d’accordo con i politici locali, che avremmo
organizzato la logistica, loro dovevano venire qua e aut
organizzarsi. Autorganizzarsi nella vendita dei biglietti,
nella scelta delle date e dei posti in cui suonare. In
questo modo un festival può
sopravvivere…
Eric
Sahlström Institutet
Bruksgatan 3 S-748 50 Tobo Svezia
Direttore:
Michael Näslund
Indirizzo
web: www.esitobo.org
