Apr
29
2013

La Figliata

massimo e ciro“…Era nato un bimbo che poi è un’idea che forse non ha  carne ma sicuramente ha  cuore e speranze Un bimbo dagli occhi grandi  e  spalancati sul mondo, dove la meraviglia prende il posto del grigiume e dei bigotti vestiti di nero, immobili  come corvi appollaiati su alberi senza foglie….” 

La voce narrante aveva un accento marcato, da quel poco che potevo vedere dietro la tenda scura aveva lo sguardo perso sui fogli. Aveva un tremolio nella voce che raccontava quanto fosse emozionata, quanta vita ci fosse in quello scritto che leggeva e teneva stretto tra le mani. Aveva i capelli raccolti e un vestito sgualcito. C’era un via vai di pantofole strusciate, di gambe senza calze sotto vestiti scoloriti dal sole e dall’usura . C’era un letto con le lenzuola bianche, c’erano candele e quadri di madonne e di sante alle pareti e sui mobili impolverati. C’erano anche delle sedie ma non servivano, tutte erano in piedi, tutte correvano in quei pochi metri, in quello spazio piccolo che era un mondo. La voce raccontava di un matrimonio, di confetti di velo bianco e di invitati; con l’accento marcato poi ha raccontato anche di vergogne che vergogne non sono, di paure e di confessioni. Ha detto di figli che stavano per nascere e di parenti che presto sarebbero stati nonni e zie. Il racconto è finito e sono iniziate le doglie. Proprio così, non era più racconto ma era scena vissuta su un letto con le lenzuola bianche, con i cuscini addossati l’uno all’altro, dietro la tenda trasparente che poi tanto trasparente non lo era. Si sentivano i passi veloci delle comari e della levatrice, si sentiva lo strusciare delle scarpe infilate di fretta, strusciavano sul pavimento come se quel rumore  fosse la condizione necessaria dello spostarsi. Si sono accese le candele a sant’Anna, c’era odore di zolfo, i fiammiferi passavano da una mano all’altra. Lei era lì, grande con la sua pancia enorme, con i capelli in un tupè di stoffa bianca, con le ciocche che andavano ognuna per i fatti propri, ognuna in cerca di uno spazio libero

 Continuava a sentirsi più che a vedersi la levatrila levatricece che ascoltava il battito, la donna nel letto  gridava che: “ basta, nu no vogli fa chiù”.  La mamma di lei altera e irremovibile le era seduta al fianco, con dignità con voglia, con speranza. E più il battito si sentiva e più la gente rideva, un pubblico fitto e attento, un pubblico che aspettava che il dolore finisse e che la vita, quella nuova, iniziasse.  Il cicaleccio continuava e  copriva quasi le urla di dolore, la donna si contorceva nel  letto e afferrava le lenzuola e le teneva strette e guardava la luce spenta e  le candele accese; c’ era un’altra luce proprio alle sue spalle, era accesa serviva, conduceva, indicava la via.   Lei urlava e il marito con un pigiama largo e con la coppola in testa si passava le mani sul viso sulla barba rada, sui pensieri accavallati.  Le amiche e le parenti, con i capelli scompigliati e i vestiti arrangiati perchè tutto era veloce, tutto improvviso come le doglie, come la vita che arriva e non avverte; donne che ancora erano con i pensieri a pomeriggi sedute al sole su sedie di paglia con le mani accavallate sulla pancia a guardare  il mondo che passa e non si ferma ma poi torna e si fa raccontare. Non avevano avuto il tempo le comari  eppure erano pronte, con la bacinella e con l’acqua calda, con le pezze in mano e con un fazzoletto sulla fronte per asciugare il sudore della donna sul letto che continuava ad urlare di dolore e le urla che  salivano da quel letto erano il dolore di una donna che era tutte le donne, erano il dolore del sacrificio e quello della rinuncia, erano la voce della speranza e quella della rivalsa. Era l’urlo da cui tutto sarebbe nato, che tutto avrebbe generato, non era solo dolore non era solo attesa. La levatrice premeva sulla pancia immensa nella sua rotondità e il pubblico guardava e tutti avrebbero voluto vedere meglio e di più le gambe aperte, le mani strette, il ventre in aria fatto non di aria e non di cose ma di mozioni e di battiti di cuore. Il pudore ha vinto ancora e le lenzuola si sono alzate ancora di più ed ad un tratto le urla sono diventate risa,   tutto era finito, o no stava per incominciare. La levatrice ha fatto il suo lavoro, lavoro fatto bene nonostante le parole e gli impropri, nonostante le risa qualcuno e qualcosa erano nati, era nato un bimbo che poi è un’idea che forse non ha  carne ma sicuramente ha  cuore e speranze.  La tenda si è abbassata e il pubblico finalmente ha potuto vedere, ha visto quello che prima sentiva e immaginava, ha visto i visi e gli occhi lucidi che quasi mai sono una recita che quasi sempre raccontano la verità. E tutti hanno voluto accarezzarlo questo bambino che si prospetta fecondo che potrebbe essere un giorno nuovo, tutti hanno fotografato, ogpartorientenuno ha voluto sentirsi testimone. Era nato il figlio del sorriso. Un bimbo dagli occhi grandi e spalancati sul mondo, dove la meraviglia prende il posto del grigiume e dei bigotti vestiti di nero, immobili  come corvi appollaiati su alberi senza foglie.  Poi il Battesimo, poi il prete con la stola  e la carrozzina con le copertine.  I vestiti discinti si sono trasformati in abiti di seta, in stole di pelliccia e capelli annodati e collane preziose. I volti truccati e i corpi imperfetti, altri sinuosi, e il padrino e la madrina e il nome da scegliere che poi era il più semplice il più vero che potesse essere scelto e poi le pastarelle, e poi il vermut. E gli invitati che ballano e vivevano lo spazio piccolo ma compatto nell’ abbraccio. Alcuni parlavano altri fumavano, altri ancora ridevano e osservavano come da una finestra il mondo che si compone. Alcuni erano fuori ad ascoltare la pioggia a bagnarsi le spalle. Ragazzi che suonavano tamburi, altri che cantavano l’amore e la passione lì dove l’amore e la passione hanno generato questa giornata. E poi madri e zie hanno ballato con le castagnette strette  e i piedi scalzi e amici e amiche le hanno accompagnate mentre i vassoi continuavano a girare e a dire che  tutto, il mondo era tutto lì a Pagani in via Barbazzano, era il dieci di marzo e ancora una volta Ciro e Gerardo e Massimo e Salvatore e Oscar e Bruno erano il mondo che  si apriva al mondo.

Luciana Cerreta

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  • Sono la sorella della partoriente……..Cosa dire !!! Come al solito siamo stati unici , e unico e stato questo grande evento con la presenza di chi ci supporta sempre . E sono sempre loro …gli amici di sempre che tanto si amano , m,a anche di amici nuovi che impareranno ad amare noi e il nostro essere semplici nelle cose che si fanno.

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