Gen
31
2015

La buona e la cattiva – EDITORIALE di ROBERTO G. SACCHI

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(tratto da Wikipedia)

Le circa centocinquanta definizioni che avete appena finito di leggere dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) racchiudere tutti i generi e i sottogeneri musicali esistenti. Ma siccome nel tempo che avete utilizzato per leggerli in qualche cantina del Texas, in qualche periferia di Shanghai o in qualche studio di registrazione dello Zimbabwe qualcuno si è messo a suonare qualcosa di insolito c’è la concreta possibilità che un nuovo genere musicale sia nato, e potrebbe chiamarsi Texas Garage, Chinese Technopop, Elektro’Mbira o in uno qualsiasi degli infiniti nomi possibili che la casualità può suggerire. Stante la precarietà dell’elenco che avete appena fatto vostro e la sua aleatorietà, se ne esalta la inutilità e si invita chiunque a non tenerne debito conto. Sì, perché se c’è qualcosa di cui la musica non ha bisogno è una definizione, e ancora meno di due: figuriamoci centocinquanta. Eppure, nonostante ciò, gli sforzi di tutti gli addetti ai lavori (artisti, giornalisti, agenti, organizzatori di eventi) sembrano sempre più orientati a inscatolare la musica in definizioni più o meno pertinenti.

Però anche questo sito, obietterete voi, reca in testata quel “folk” sulla cui legittimità molti possono aver a che ridire. Vero. Però, permettetemi, qui entrano in gioco l’anzianità e la gloria di Folk Bulletin: quando il nostro indimenticato fondatore Paolo Nuti scelse in che modo battezzare il neonato “fogliaccio” (come amava chiamarlo per modestia). Quando, dicevamo, Folk Bulletin vide la luce il lemma “folk” era portatore di significati ben più ampi che non una stretta abbreviazione di “folklore” e nel termine si stemperavano almeno una dozzina di definizioni. Una tale abbondanza semantica convinse Paolo ad adottare “folk” in ognuna delle filiazioni che intorno a lui presero vita: Folk Studio Group, Folkitalia e, soprattutto, Folk Bulletin che delle due entità precedenti era organo di stampa e di collegamento. Tutto ciò ci autorizza, quindi, ad utilizzare il termine “folk” attribuendogli un significato metastorico nel quale si riconoscono Bob Dylan e le mondariso vercellesi, Elena Ledda e Edoardo De Angelis, Bedrich Smetana e Peppe Barra, Vincenzo Zitello e i Blind Boys of Alabama, Fabrizio Poggi e i Calicanto, il canto a tenores e una villotta friulana, Salsa Celtica, gli Inti-Illimani e Manu Dibango, buona parte di Paul Simon, Peter Gabriel, Mark Knopfler e Van Morrison ecc. ecc. ecc.

Ma resta il fatto che cercare di inscatolare con asettico eccesso di zelo ogni forma di espressione musicale dovrebbe essere considerato un reato morale, una violazione dell’etica e dell’intelligenza punibile con l’inibizione all’ascolto di altro che non fosse il silenzio.

E pensare che sarebbe così semplice, immediato, naturale dividere la musica fra due categorie, rigide e impenetrabili fra loro: la buona e la cattiva. Con l’impegno solenne, che sottoscriviamo con rinnovato entusiasmo, di proseguire a ignorare la seconda a tutto vantaggio della prima.

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