Nov
23
2016

GUCCINI SI RACCONTA AI FRIULANI

Lavariano. Interno frasca. Fuori diluvia (“terra arida, il vostro Friuli”…). Mentre è in corso un accurato warm up enogastronomico (“superba, questa coppa!”), nella stanza accanto un gruppo di ragazzi prende la chitarra e intona Canzone per un’amica, seguita, of course, dalla mitica La locomotiva. Il Maestro ascolta, chiude un attimo gli occhi e prosegue nell’impegnativa e comunque rilassante degustazione, ma questo omaggio – ne siamo sicuri – lo colpisce. E colpisce anche noi, perché quei ragazzi quaranta e passa anni fa va neanche erano nati! Magia dei Grandi, capaci di fare cose più forti dell’umano scorrere del tempo.
Ecco da dove cominciare il racconto della bella serata trascorsa in compagnia di due bottiglie d’acqua minerale (aaargh!!!!), due di vino bianco (ak, ok!)… e di Francesco Guccini. Un Guccini da raccontare e non cantare, come impone la nuova, bella ed esaltante stagione scrittoria..
Al tavolo di questa singolare e affollata osteria di fuori porta, oltre al Nostro, siedono il vostro direttore e il musicofilo Angelo Tomasin, che ha caparbiamente voluto Francesco nel cartellone di Parole & Musica, organizzato a Mortegliano con il Comune e la Pro loco. Palazzetto dall’acustica pessima (il Nostro faticava a sentire le domande), ma pieno del calore di centinaia di persone, metà elle quali giovanissimi. Ecco il motivo conduttore vero, il fil rouge che lega storie e parole, filmati e audio.

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Più che sottoporsi a un “a domanda-risponde”, Guccini ha aperto lo scrigno dei ricordi del cuore, per affascinare ancora una volta tutti. Sfilano aneddoti e immagini sempre vivide, dagli Hurricanes del rock’n’roll da balera, gruppo dal quale sarebbe ben presto nata l’Equipe 84, all’incontro da… Incubo numero 4 (“brutta canzone”) con Caterina Caselli che lo porta in tv e per la quale scrivere un pezzo (“per fortuna bocciato”) che doveva andare a Sanremo. Passano i ricordi dei Nomadi e di Dio è morto (dalla censura alle chiese), Noi non ci saremo, Per fare un uomo, Canzone per un’amica, la stessa Auschwitz (interpretata prima dall’Equipe) e i tempi della Bologna da bere. Poi, arriva una carrambata con il superiore di Francesco ai tempi in cui era militare in Friuli-Venezia Giulia: baci e abbracci con l’amico Forcieri e via con gli amarcord di Banne, all’Antisociale che raggelò il circolo ufficiali di Gorizia e le goliardate triestine di un tempo lontano, ma mai andato.
E poi si parla del Nobel a Dylan (che ispirava, ma non troppo, gli inizi di tutti i cantautori, poi virati verso l’esistenzialismo francese), della recente esperienza ad Auschwitz-Birkenau (“là dove finiscono le parole”) assieme agli studenti, infortunio al braccio e ricovero ospedaliero compresi. Flash anche sulla politica, dalle “trumpate” all’Italia della destra e della sinistra e del referendum (“non dico per chi voterò nemmeno sotto tortura!”), della sacralità delle radici (un viatico per le nuove generazioni, imprescindibile, come per lui fu e sarà con Pàvana-Macondo), dei preti, con i quali c’è un rapporto di fredda cordialità (“ma questo Papa non mi dispiace, basta che gli permettano di lavorare a lungo….”).

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Come era giusto, la parola passa al pubblico. E ancora una volta ci stupiscono e ci carezzano il cuore la conoscenza e l’amore dei giovanissimi per Guccini e la sua opera. E lui accetta, di buon grado, di rispondere a curiosità e a quesiti più profondi. Fino al messaggio finale. Che parte da una citazione del profeta Isaia che Francesco ha messo nella canzone Shomér, ma mi-Llailah? del 1996. “I profeti -dice il maestro – lanciano quasi sempre anatemi e maledizioni, ma qui è diverso: Isaia è persino amorevole nel dialogo con la sentinella e quando le chiede a che punto è la notte. E aggiunge “Ma l’alba non è ancora arrivata. Tornate, domandate, insistete”. Ecco il seme che Guccini mette nelle mani dei ragazzi: la dignità e l’orgoglio della domanda e della ricerca, il dovere di non farsi omologare, di non arrendersi mai. Solo così si comincia a cambiare il mondo. Anche con gli umili versi di una canzone. Come quelli che mani senza nome scrissero su un muro di Sarajevo e su quello di Berlino, firmandola “Francesco Guccini, poeta italiano”. Un poeta per amico.

Nicholas Kelly

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