Ott
20
2017

DAI MODI ANTICHI AL DODEKACHORDON, MA SENZA FARLO SAPERE AL CRITICO

di J.d.M.

 

Ormai sapete che il Vostro si diletta di navigare nelle perigliose acque del web a caccia talvolta d’interessanti squisitezze, talvolta di piacevoli facezie, imbattendosi però sempre più spesso in improbabili cavolate. Recentemente, alla ricerca di qualche notizia sulle uscite discografiche di Miles Davis in terra italica, ecco che il Vostro s’imbatte in una eccellente perla, l’ennesima, di un grande (re)censore musicale di un celebre quotidiano romano. Una meraviglia di un po’ di tempo fa, che allora m’era sfuggita, ma merita una rilettura, per la profondità del pensiero e della conoscenza di ciò che si sta trattando, tipico purtroppo di molti cosiddetti grandi nomi della critica italiana. Dovremmo primo o poi scrivere una trattatello del non sapere di questi signori!

 

Dunque, si parla del divino Miles (non il povero italico Robert, recentemente scomparso, ovviamente, ma Davis!):
Miles Davis, così nacque il più bel disco jazz della storia. Un cofanetto con dvd e inediti celebra i 50 anni dell’album Kind of blue. E’ il disco più venduto del genere con oltre dieci milioni di copie – di Ernesto Assante …
Il disco ruota attorno alla tecnica modale, praticata nella musica extra-occidentale (muoversi non seguendo sequenze di accordi ma su una tonalità principale), ma mai affrontata nella popular music. Il jazz, grazie alle radici africane, in qualche modo già conteneva in sé la modalità, ma per Davis la scelta doveva essere più radicale, più determinante.

Chissà… secondo voi dobbiamo ricordarlo a questo trombone, che nella musica della Grecia antica (culla della civiltà occidentale, fino a prova contraria) i modi prendevano il nome di armonìai, armonie; si trattava di otto scale discendenti alle quali veniva attribuita una denominazione etnica: armonia dorica, frigia, ecc. La teoria musicale greca prevedeva che esse fossero costituite da due tetracordi discendenti formati da quattro note per grado congiunto. I tetracordi in questione dovevano essere omologhi, cioè dovevano presentare la stessa serie di toni e semitoni.

Anche se molti pensano che i modi ecclesiastici, vale a dire i modi della musica europea medievale, discendano direttamente da questa nozione di modalità, la loro nascita è diversa perché direttamente connessa con il repertorio liturgico della chiesa cristiana, in alcuni casi alessandrina. Le terminologie teoriche furono però ricavate dalla teoria musicale greca, compresi i termini etnici connessi ai modi, con la differenza che furono applicati quelli utilizzati per definire le trasposizioni tonali dei modi (detti tropi) ai diversi modi musicali, ottenendo uno sfasamento ravvisabile ancora oggi (il modo di Mi, infatti, che in grecia era il modo dorico, per i teorici latini divenne il modo frigio; analogo sfasamento per tutti gli altri modi).
Nel XVI secolo, il teorico svizzero Glareano pubblicò il Dodekachordon, nel quale solidifica il concetto dei modi ecclesiastici, aggiungendone altri quattro: l’eolio, l’ipoeolio, lo ionico e l’ipoionico; questi ultimi modi non sono altro che la prima apparizione teorica dei modi maggiore e minore.
La musica antica ha fatto grande uso dei modi ecclesiastici, che non si limitavano alle diverse scale musicali utilizzate. Come spiega la musicologa Liane Curtis (1988), nella musica medievale e rinascimentale non bisogna pensare i modi equivalenti alle scale; i principi dell’organizzazione melodica, il posizionamento delle cadenze, e l’emotività indotta sono parti essenziali del contenuto modale.
In seguito, però, i modi sono stati organizzati basandosi sulla loro relazione rispetto alle successioni di intervalli relativi alla scala maggiore. La concezione moderna delle scale modali descrive un sistema dove ogni modo ha la scala diatonica usuale, ma inizia da una nota diversa. I modi sono tornati in auge all’inizio del secolo scorso, nello sviluppo del jazz e nella musica contemporanea. Ma non erano mai passati di moda nel folk: nella musica tradizionale irlandese compaiono i modi ionico, dorico, eolio e misolidio, in ordine più o meno decrescente di frequenza; con l’evoluzione del modo eolio, in cui si alza la settima di un semitono, formando la scala minore armonica, costituisce la base di tutti i brani del genere flamenco. Per non parlare dell’Italia: dalla musica per le launeddas alle melodie per violino Resiane dell’estremo Nord-Est, fino alle ballate antiche.
Grande Giornalista Assente, dove sei? Ops… avete notato che fa rima con …ante?

Lascia un commento

Ho letto ed acconsento alla Privacy Policy

Contatti redazione

www.folkbulletin.com
Testata giornalistica registrata,
tribunale di Pordenone nr. 497
del 10/6/2003.
Copyright © EditEventi
P.IVA 03881480101

Direttore responsabile Nicola Cossar
Redazione: direttore@folkbulletin.com

Utilizzando gli indirizzi email per comunicazioni, autorizzi al trattamento dei dati personali ex L. 196/2003 dopo aver letto e compreso la privacy policy

Privacy e Cookies