Gen
7
2019

CAHIER DE DANSE – ROBERTO CARLOTTI – Rox Records, 2017

di Tiziano Menduto

Ogni buon musicista prima o poi sogna di fare un album interamente da solo. Non solo comporlo, arrangiarlo e produrlo, ma anche suonare ogni strumento evitando di discutere scelte musicali, pianificare prove e trovare compromessi.
Ma ci vuole anche un gran bel coraggio. E questo è un ingrediente che non manca a Roberto Carlotti, fisarmonicista (e ormai polistrumentista) arrivato al suo terzo album Cahier de danse che, già dal titolo, non nasconde la sua passione per la musica da danza.

Quasi in antitesi con il primo disco Il Giardino di Sofia, ricco di collaborazioni, amici e musicisti, Cahier de danse è un solitario omaggio a danze di cui Roberto, esperto e appassionato suonatore di bal folk nostrani, apprezza la vivacità, l’originalità, l’immediatezza del messaggio, la sintesi espressiva, l’energia. Danze di cui coglie e sottolinea con piacere non solo la comunanza dei valori che rappresentano, ma anche le ambivalenze melodiche, le strutture sghembe e le sorprese ritmiche.

Potremmo dire che questo sia un disco indicato per chi ama le danze popolari, che rappresenti dunque un lavoro ideale per amanti di scottish (ben quattro nel disco!), bourrée, mazurche, valzer e circoli circassiani. Ma Cahier de danse è in realtà molto di più.

Roberto Carlotti è un buon compositore e, malgrado la carenza del cosiddetto interplay che nasce nella relazione di più musicisti, le sue musiche sono, come sempre, piacevoli anche al solo ascolto. Specialmente se chi ascolta è alla ricerca di qualche novità: un po’ di swing, un pizzico di spezie, un tocco di musica latina (per ballare una danza portoghese) e l’accenno a piccole storie a tre tempi.

Gli strumenti suonati da Roberto? Oltre alla fisarmonica e alle percussioni nel disco si cimenta con un mare di corde: chitarre, bassi, bouzouki e mandolini. E questo rende le mazurke e valzer ancora più dolci, come nel caso della bellissima Mazurka a Sa Ruxi dedicato a un suo amore immaginario.

E a chi si lamenta che le mazurke siano troppo piene di pause e sospensioni, Roberto risponde, come avrebbe fatto in passato John Cage a proposito dei suoi silenzi, che in fondo tra una nota e l’altra, se guardi bene, c’è un bel pezzo di mondo da scoprire.

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