Apr
29
2011

Alle Radici della Musica Afroamericana – 6 (nuova serie) – a cura di Fabrizio Poggi

Questo numero è dedicato a una persona che conosce il blues molto bene. L’ho incontrata al Lucerna Blues Festival 2010 e quello che segue è il resoconto di un’interessantissima chiacchierata.

ART TPALDI – STORIA DI UNA PASSIONE
Art Tipaldi ha insegnato letteratura e scrittura creativa ai ragazzi di un liceo di Boston per trentacinque anni. In tutti quegli anni Art ha nascosto un segreto. Un segreto, quasi inconfessabile, che solo i suoi tanti alunni, la sua adorata moglie Bonnie e forse pochi altri conoscevano. Solamente loro sapevano una sconcertante verità e cioè che dietro a quell’eccellente professore di lettere si nascondeva uno dei più grandi e autorevoli esperti di blues di tutto il mondo. Una persona che ancora oggi trasmette la sua passione per questa musica a chiunque abbia la fortuna di venire a contatto con lui. Art, o meglio Arturo, come ama farsi chiamare dai suoi amici italiani, è una persona estremamente contagiosa. Il suo virus è inarrestabile, e io ho avuto il privilegio di provarlo personalmente. Quando Art racconta una storia, parla di un artista o scrive una recensione, ti cattura. Subito. In lui non c’è la spocchia dello studioso di blues tutto teoria e niente pratica. In lui c’è la voglia di mietere più vittime possibili sulla strada del blues. E non solo perché è il direttore di Blues Revue,  la più celebre rivista del settore. Nei suoi occhi, quando Art parla del blues, c’è la luce che vedi soltanto negli occhi degli innamorati. E Dio solo sa quanto amore ha Art Tipaldi per il blues. Un amore che è durato tutta la vita. Un amore a cui ha dedicato tutta la vita. Un amore che si chiama musica. Un amore che si definisce con una sola parola: blues.

Come è nata Arturo la tua passione per il blues? Quale è stato il tuo primo incontro con questa musica?
Ho sempre amato la musica. Sin da bambino. Mio padre suonava spesso dischi di swing, soprattutto Count  Basie, e di soul music. Negli anni Sessanta come tanti anch’io ho cominciato ad ascoltare i Beach Boys, Chuck Berry e cose di quel genere. Poi arrivarono i Beatles e i Rolling Stones e subito dopo Jimi Hendrix e Eric Clapton con i Cream e la loro versione di Crossroad che mi colpì molto. Fu così che cominciai a chiedermi chi fosse quel Robert Johnson che aveva scritto la canzone. Guardai attentamente la copertina del disco dei Cream che conteneva quella canzone ma non trovai il suo nome da nessuna parte. Di una cosa ero sicuro: non faceva parte della band e nemmeno era il loro produttore. Sempre sui dischi dei Cream vedevo altri nomi che mi incuriosivano: Chester Burnett, McKinley Morganfield, Skip James.
Nel frattempo però erano arrivati gli anni Settanta. Fu allora che cominciai ad apprezzare anche la musica jazz. Mi piaceva molto il free jazz. C’era un’etichetta tedesca che si chiamava ECM per cui incidevano ottimi artisti come Keith Jarrett  e Jack Dejohnette. Per alcuni anni mi dimenticai del blues. Agli inizi degli anni Ottanta, un amico mi prestò una cassetta di Robert Cray. Era il suo primo album. Quando misi il nastro nel lettore ebbi come una folgorazione. Mi dissi: Ma questa è la musica che ho sempre amato! L’avevo persa di vista ma ora l’avevo ritrovata. Il giorno dopo chiamai il mio amico per raccontargli l’effetto che quella cassetta aveva avuto su di me. Lui possedeva un’enorme collezione di dischi e mi prestò i Fabulous Thunderbirds e Muddy Waters. Negli anni seguenti diversi amici mi diedero in prestito altri dischi e piano piano tornai al mio vecchio amore per il blues che tanto mi aveva colpito negli anni Sessanta. Come canta Eric Bibb ero al posto giusto al momento giusto solo che in quegli anni non me ne rendevo conto. Non mi rendevo conto che la musica che più mi colpiva altro non era se non il blues. Negli anni Settanta in Massachusetts, dove vivevo, c’era una grande scena blues. Mi ricordo di che in quegli anni vennero a  suonare dalle mie parti Buddy Guy e Junior Wells, Muddy Waters e Johnny Copeland. Mi sarebbe piaciuto andare ai loro concerti ma non potevo permettermelo. All’epoca avevo due bambini piccoli che mantenevo con il mio modesto salario di insegnante e mia moglie non aveva ancora trovato lavoro. Si pagavano cinque dollari per andare a vedere Buddy e Junior e per me erano troppi. Fu solo nel 1992, con i figli ormai cresciuti e con mia moglie che lavorava regolarmente, che ricominciai ad uscire la sera per andare a sentire i concerti. C’erano tantissimi club nella zona e ben presto diventai inarrestabile. E da allora non mi sono più perso un solo concerto..

Come hai cominciato a scrivere di blues, recensendo dischi e intervistando artisti?
E’ una storia piuttosto curiosa. Io insegnavo scrittura e letteratura al liceo, eppure non avevo mai scritto nulla. Ovviamente però leggevo tantissimo. Soprattutto ciò che scrivevano i miei studenti che erano davvero bravi. E poi naturalmente i classici della letteratura americana: Steinbeck, Faulkner, Hemingway e così via. Mia moglie dice spesso che i migliori scrittori sono anche ottimi lettori. E  ha ragione. Un bel giorno del 1992 cominciai a far conoscere ai miei studenti il blues come un modo per comprendere meglio la letteratura afroamericana.  Nella letteratura dei neri d’America  ci sono infatti tantissimi riferimenti al blues. Un personaggio di cui parlavo spesso era un tipo che cantava Ho i mastini dell’inferno alle mie calcagna: Robert Johnson. E i ragazzi mi chiedevano incuriositi informazioni su di lui. Quando io gli raccontavo chi era stato, loro cominciavano a dire: Hey doveva essere un tipo davvero tosto quel Johnson se ha venduto l’anima al diavolo e se aveva i mastini dell’inferno che lo inseguivano. A  quel punto decisi di far ascoltare ai miei alunni anche la sua musica. All’inizio feci tutto in gran segreto. L’unica persona con cui mi confidai fu mia moglie, insegnante anche lei. Le dissi anche che avevo deciso di insegnare il blues ai miei alunni senza chiedere il permesso a nessuno, tantomeno al preside. Rischiavo grosso ma sapevo di essere nel giusto. Solo qualche tempo dopo con i temi dei ragazzi nelle mani andai dal direttore della scuola e gli dissi: Ho insegnato ai ragazzi il blues e a loro è piaciuto tantissimo. Legga questi temi. I ragazzi scrivono di cultura afroamericana, di campi di cotone e di contadini neri come da anni non mi capitava di leggere in un componimento scolastico. Li legga e mi dica se ho sbagliato a fare ciò che ho fatto. Il preside non solo non mi rimproverò  ma da quel giorno divenne il mio più prezioso alleato. Nel frattempo avevo anche scritto a numerose etichette discografiche e alle riviste chiedendo loro di mandarmi materiale promozionale per le mie lezioni sul blues. Se mi avessero spedito dei dischi li avrei fatti ascoltare ai miei ragazzi. Erano sessanta nuovi ascoltatori che un giorno avrebbero potuto cambiare il canale della loro radio e sintonizzarla su un programma di blues. Dopo qualche tempo mi chiamò Bob Vorel lo storico fondatore di Blues Revue che mi mise in contatto con un musicista di nome T J Wheeler che abitava a due ore da me in New Hampshire e che venne a suonare dal vivo per la mia classe.  Nel frattempo Cary Wolfson l’editore  di Blues Access, mi chiese di scrivere un articolo a  proposito delle lezioni sul blues che facevo ai miei ragazzi. Ero piuttosto emozionato. Non avevo mai scritto nulla per giornali o cose del genere. In ogni caso scrissi l’articolo raccontando di come i ragazzi rispondevano in modo straordinario a quella musica. Tutto ciò accadeva in anni in cui le e-mail non esistevano ancora. Per inviare l’articolo dovetti andare in un posto pubblico dove c’erano computer abilitati a quello scopo. Passò parecchio tempo senza ricevere notizie da Blues Access. Pensai: Probabilmente l’articolo non gli è  piaciuto. O forse ho scritto qualche cavolata e loro l’hanno gettato nel cestino. Qualche tempo dopo stavo facendo lezione seduto alla cattedra della mia classe quando qualcuno mi dice che mi cercano al telefono. Chiesi chi fosse ma mi dissero che non avevano capito bene. L’unica cosa che avevano capito è che la chiamata proveniva da Chicago. Andai al telefono e dall’altro capo qualcuno mi chiese: Sei tu Art Tipaldi quello che insegna il blues ai ragazzi? Io risposi: Si, sono proprio io. E la voce replicò: Quello che stai facendo è semplicemente fantastico. L’ho appena letto su Blues Access. Io gli chiesi: Ma come? Vuol dire che sono sulla rivista? Ero molto felice. Chiamai Cary per ringraziarlo e lui mi disse che ciò che avevo scritto era bellissimo. Da lì in poi proprio grazie a quell’articolo, furono in tanti coloro che  mi inviavano cd chiedendomi di recensirli. Nello stesso periodo Dick Waterman (celebre fotografo e blues promoter n.d.r.) che non avevo mai incontrato personalmente, decise di votarmi per entrare nel collegio direttivo della Blues Foundation come esperto in formazione. Non conoscevo nessuno dei miei colleghi. Tra loro c’era naturalmente anche Bob Vorel di Blues Revue che mi chiese subito di scrivere per loro. Ecco come tutto è cominciato.

Quindi si potrebbe dire che tu sei uno degli iniziatori del programma Blues in the school che si proponeva di portare il blues nelle scuole?
No, assolutamente. I veri propulsori di quell’encomiabile iniziativa furono persone come T J Wheeler, Billy Branch, Fruteland Jackson e Hawkeye Herman, che già negli anni Ottanta operavano in nome e per conto del blues. Quindi molto tempo prima di me. Io cominciai solo nei primi anni Novanta.
La cosa interessante è che dopo aver portato il blues ai miei studenti, il preside mi chiese se ero disposto ad insegnare il blues in maniera continuativa e organica anche ad altre classi. Così nel 1997 cominciai un corso chiamato blues e letteratura. Di una cosa sono orgoglioso che quello è stato per anni l’unico corso del genere negli Stati Uniti ideato appositamente per gli studenti delle scuole superiori. Mentre in altre scuole l’insegnamento del blues era qualcosa di sporadico, nella scuola in cui ho insegnato per tanto tempo quel corso era qualcosa che si ripeteva ad ogni anno scolastico. Ho fatto conoscere il blues a circa novanta classi  per un totale di centottanta giorni di lezione. Tu non ci crederai, ma forse tutto era già stato scritto se consideri che il preside del mio liceo si chiamava Robert Johnson. Quando dei musicisti venivano a trovarmi per suonare in classe mi dicevano scherzando ma non troppo: Devo assolutamente fare una foto con il preside. Non ci sono molte foto di Robert Johnson e quindi non voglio perdermi quest’occasione. Come ho già detto il direttore della mia scuola mi ha sempre dato un grande supporto ma un grosso aiuto mi veniva anche offerto da tanti musicisti che in tour dalle mie parti venivano a trovarmi a scuola suonando per i miei studenti: Keb’ Mo’ è venuto tre volte e Shemekia Copeland un paio. E poi da lì sono passati Guy Davis, Kelly Joe Phelps, Paul Rishell e Annie Raines e Spencer Bohren. Ronnie Baker Brooks  e Coco Montoya  arrivarono addirittura con tutta la band. Nel dicembre del 1999 è venuto persino B.B. King che ha suonato in esclusiva non per tutta la scuola ma solamente per i miei studenti. Quindi per un pubblico formato da ottanta ragazzi. Arrivò anche lui con l’intera band. Suonarono per circa un’ora e poi B. B. si intrattenne con i ragazzi rispondendo alle loro domande e firmando autografi.
Quando chiesi ai miei alunni quali fossero gli artisti che li avevano maggiormente colpiti loro mi dissero sicuramente B. B. King e poi Guy Davis che venne da noi l’aprile successivo regalandoci una performance strepitosa.

Tu sei stato tra i primi a riconoscere il fatto che  il blues sia ormai diventato un linguaggio internazionale. Perché e come è avvenuto tutto ciò secondo te?
Il blues è una musica che arriva direttamente dal cuore. E’ una musica che dal cuore di una persona  cerca di comunicare con il cuore di un’altra persona. Quando si crea quella connessione nessuno può ignorarla. Non ti puoi nascondere. La comunità internazionale lo ha capito molto bene. La musica leggera è una musica che dura un solo giorno. Come insegno spesso ai miei studenti il blues è una musica che ha sostanza. Ecco perché  è una musica che non scomparirà mai. Prendi un vecchio spiritual come John the Revelator o High water everywhere di Charlie Patton: quelle sono canzoni che mettono in relazione le persone tra loro. E sarà sempre così. Pensa alla disco music degli anni Ottanta. E’ sparita. Il blues invece con quel particolare feeling che arriva direttamente dal cuore ci sarà sempre. Come spiego spesso a scuola il blues è una musica intimamente americana nata in un paese che è davvero un mix di diverse culture. Il blues è una delle musiche folk dell’America. Credo che la comunità internazionale sia attratta dalla musica folk statunitense almeno quanto noi americani siamo attratti dalle musiche tradizionali degli altri paesi. Non so perché ma il blues e il jazz che sono parenti prossimi, più di altre musiche folk, hanno sempre affascinato il pubblico internazionale. Se pensi ad un festival blues come quello di Lucerna che in un mese come novembre attrae qualcosa come diecimila spettatori nel cuore della Svizzera non puoi non arrivare alla conclusione che tutto ciò sia  assolutamente straordinario! Gli artisti blues americani sono felicissimi di quanto la loro musica sia rispettata ed apprezzata in Europa. I musicisti mi raccontano spesso di quanto percepiscano l’affetto delle persone che incontrano in giro per il mondo. E questo in qualche modo ci fa ritornare a ciò che ti ho detto prima e cioè di come il blues sia davvero una musica che comunica da cuore a cuore.

Inoltre, se pensiamo che specialmente nel sud d’Europa e particolarmente in Italia, la gente sovente non comprende le parole delle canzoni, questo è davvero straordinario. Le persone riescono a percepire le vibrazioni che la musica trasmette. Sei d’accordo?
A volte la musica riesce a trasmettere emozioni che le parole non riescono a comunicare. Hai ragione. Talvolta ci sono persone che non comprendono appieno il testo di una canzone, ma quando un chitarrista piega una determinata nota o un armonicista come te soffia nel suo strumento chi ascolta può percepire l’emozione che sta dietro quel gesto.

Sei d’accordo con chi afferma che la musica, e il blues in particolare,  può rendere il mondo migliore?
Si. Come dico spesso il blues è una musica fatta di buoni sentimenti che non tollera odio e rancore. Il blues è una musica che guarisce. Molta musica che i ragazzi sentono oggi per radio parla di rabbia e violenza. Il blues non è così. Il blues è tutta un’altra musica. E’ una musica fatta per unire le persone, per trasmettere emozioni. A volte felici a volte tristi. Solomon Burke se ne è andato per sempre e questo ci rende tristi ma nulla nella sua musica trasmette tristezza. E ogni volta che ascolto una sua canzone o guardo una delle foto che ci sono sulle copertine dei suoi dischi il sentimento che provo non ha nulla a che vedere con la tristezza. Una cosa ho imparato Fabrizio nella mia esperienza con i ragazzi, e cioè che una volta che le persone ascoltano il blues, poi lo amano per sempre. Dicevo spesso ai miei alunni: Ora siete degli adolescenti e preso andrete all’università. Ecco, vi accorgerete che il blues non sarà una musica cool , una musica di moda. Ma quando arriverete verso i trentacinque anni, un giorno metterete disco di Robert Cray nel vostro lettore e direte: Wow! Questa è la musica che mi piaceva quand’ero un teenager. E il blues sarà sempre lieto di accogliervi di nuovo fra le sue braccia.
Oppure sempre intorno ai trent’anni un giorno direte a vostra moglie: ho saputo che qui vicino c’è un blues festival. Sai cara io ho sempre amato quella musica. E la inviterete ad andarci insieme. E’ successo a me ragazzi miei e sono sicuro che succederà anche a voi.

Pensando a quello che hai appena detto (che peraltro è bellissimo), allora come vedi da un punto di vista privilegiato come il tuo, il futuro del blues? Prevedi un futuro roseo? Ci sono giovani musicisti in grado di portare avanti questa musica con convinzione e passione?
Penso che il futuro sia ottimo. Penso che il blues resterà ancora con noi per molto, molto tempo. Certo sarà sempre una musica per pochi. Non credo diventerà mai come la pop music. Ma credo che come ha sempre fatto, il blues toccherà sempre le persone giuste. E quella sarà la cosa che lo terrà in vita. Ci sono decine di performers là fuori che stanno già sperimentando nuove forme e nuovi linguaggi per il blues. Persone che vogliono mantenere viva la tradizione del blues ma anche rendere questa musica assolutamente contemporanea. E sono sicuro che così facendo cattureranno nuovi appassionati. Un nome che mi viene in mente è quello di Robert Randolph, straordinario suonatore di lap steel. Io trovo la sua musica davvero eccitante. Suona antichissimi spiritual con uno stile contemporaneo. I miei studenti lo adorano. E lo stesso fanno con Ben Harper. Ho fatto ascoltare loro alcune interviste in cui Ben confessa di aver cominciato a suonare il blues ascoltando Mississippi John Hurt. Quando i miei ragazzi, che conoscono da anni la musica di Mississippi John Hurt  l’hanno saputo si sono esaltati. Di quello c’è bisogno. La Blues Foundation fa un ottimo lavoro in quella direzione, organizzando annualmente l’IBC, l’International Blues Challenge, un concorso in cui si sfidano più di duecentocinquanta band, per lo più giovani, provenienti da tutto il mondo. Le formazioni si esibiscono per venticinque minuti nei locali di Beale Street a Memphis. Quest’anno almeno trenta o quaranta gruppi avevano elementi sotto i diciotto anni. Vedere questi giovani ragazzi atteggiarsi a maturi bluesmen era una gioia per gli occhi. Vedere come si muovevano e il loro modo di abbigliarsi non poteva non colpire il cuore di un vecchio appassionato di blues come me.
Come dice Jay Sieleman (presidente della Blues Foundation n.d.r. ) probabilmente quei ragazzi nella città dove vivono non sono molto considerati proprio perché suonano il blues che è tutto fuorché una musica di moda tra i giovani. Però quando arrivano qui a Memphis e vedono altri ragazzi che come loro suonano il blues non si sentono più soli e incompresi. Puoi vederlo dalla felicità che si stampa sui loro volti. Tutti questi giovani musicisti  naturalmente fanno subito amicizia scambiandosi informazioni e materiale attraverso Internet, FaceBook, e altre diavolerie moderne. Per coloro che vincono la manifestazione, o che comunque si fanno notare da una platea più vasta, come ad esempio Eden Brent e gli Homemade Jamz, spesso è come passare da un campionato minore alla serie A.
Blues Revue tutti gli anni pubblica una guida ai festival blues. E quest’anno ce ne sono stati più di trecentocinquanta. E non erano nemmeno tutti. E ce n’è almeno uno in ogni weekend  in ogni stato d’America e intorno al mondo.

Parlando di sfide, che personalmente non amo, almeno in campo musicale, c’è un nuovo incarico che ti pone al centro dell’attenzione da parte del mondo del blues. Da qualche tempo sei diventato il direttore della più famosa rivista blues internazionale ovvero Blues Revue che quest’anno festeggia i 20 anni di attività.
Com’ è essere a capo di quella autorevole rivista?
E’ stato un grande onore per me il fatto che mi sia stato chiesto. E’ arrivato al momento giusto proprio quando ho lasciato la mia attività di insegnante per andare in pensione. Come fanno molti giovani musicisti, anche la nostra rivista vuole mantenere viva la tradizione ma anche dare spazio al blues contemporaneo. Vogliamo vedere che cosa succederà domani onorando ciò che è successo ieri e informando su ciò che succede oggi.
Ho apportato un paio di innovazioni nella rivista. La prima è quella di aprirci maggiormente ad un pubblico internazionale, anche perché come dicevamo il blues è davvero diventato un linguaggio globale. Dare voce a chi fa o segue il blues fuori dagli Stati Uniti. Anche perché molti nostri abbonati non abitano negli States ma sono sparsi un po’ ovunque nel mondo. In più vogliamo dare spazio alle Blues Society aiutandole a comunicare gli eventi da loro organizzati. Ad esempio c’è stata una tragedia mineraria in Virginia, e la locale Blues Society ha organizzato un concerto per raccogliere fondi a sostegno delle famiglie dei minatori. Con il nostro aiuto la notizia ha raggiunto molte più persone e di conseguenza hanno raccolto molto più denaro. Un’altra cosa che il giornale si prefigge di fare è quella di mettere in contatto tra loro chi organizza eventi blues al fine di scambiarsi idee, suggerimenti, spunti e quant’altro. Naturalmente accanto a tutto questo continuiamo a fornire il maggior numero di informazioni sul mondo del blues con interviste, recensioni e reportage dai concerti. Attraverso il nostro sito www.bluesrevue.com il magazine è diventato maggiormente interattivo. Inoltre abbiamo anche un sito gemello ovvero www.blueswax.com che per certi versi cerca di coprire ciò che per struttura un magazine cartaceo non può fare, ovvero occuparsi dell’attualità più stretta. Anche lì ci sono recensioni di cd e concerti. Ma tutto è più concentrato sulle ultime novità mentre sul magazine le notizie vengono approfondite maggiormente.
Su Blues Revue mi piace pubblicare le storie di artisti meno famosi come Zac Harmon o Thornetta  Davis, personaggi non ancora conosciutissimi ma che hanno bellissime storie da raccontare. D’altro canto mi piacerebbe anche dedicare un numero ai grandi del blues del passato. Sono naturalmente molto entusiasta della cosa. Come tu hai ben detto quest’anno festeggiamo i vent’anni di attività. Per questo vorrei che ogni numero fosse un po’ speciale. Ogni uscita avrà  in allegato un cd omaggio. Nel passato questa cosa avveniva saltuariamente mentre quest’anno vorremmo che accadesse ad ogni numero. Ti ripeto è un onore essere a capo di questa rivista. Ma è anche molto faticoso, anche perché, detto tra noi, tutti vorrebbero essere sulla copertina di Blues Revue !!!(e qui Tipaldi ride di gusto n.d.r.) A parte gli scherzi, l’aver insegnato per tanti anni mi ha in qualche modo preparato a questa esperienza. Il fatto di essere abituato a programmare le lezioni mi è di grande aiuto. Mentre preparo il numero attuale di Blues Revue sto già pensando al prossimo e così via. E’ un lavoro di grande responsabilità ma anche molto, molto appagante. E spero naturalmente che ai nostri lettori la rivista piaccia sempre di più.

Sei d’accordo che chi non ama il blues ha un buco nell’anima?
Solo in parte, perche io credo che chi non lo ama sia solo perché lo ha ancora incontrato. Ma prima o poi succederà. Magari sarà come sottofondo di un programma sportivo alla radio oppure durante una trasmissione televisiva. O in uno spot pubblicitario. Solo di recente ho scoperto che  ci sono un paio di spot che girano in America che hanno come musica rispettivamente un brano di Stevie Ray Vaughan e uno di Albert Collins. Prima o poi qualcuno ascolterà quelle canzoni e dirà: Wow, chi è quel tipo che sta suonando? E quello sarà il momento in cui incontreranno il blues sulla loro strada. Mi capita talvolta che alcune persone  mi dicano di non amare particolarmente il blues perché secondo loro è una musica triste. Quando qualcuno fa questa affermazione io solitamente rispondo chiedendo loro: Ma voi pensate davvero che diecimila persone vadano a un blues festival per piangere tutta la sera? Il fatto è che molte persone parlano di blues senza conoscerlo affatto. Ed è un peccato perché non sanno cosa si perdono.

1 Comment + Add Comment

  • bellissima, grazie Fabrizio
    a presto
    Mario

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