Feb
15
2011

Alle Radici della Musica Afroamericana – 3 (nuova serie) – a cura di Fabrizio Poggi

Ernesto De Pascale
13 febbraio 1958
13 febbraio 2011

La scomparsa di Ernesto ha aperto un vuoto enorme nell’anima del popolo del blues, che poi siamo tutti noi.

Noi che come Ernesto con la parola blues non intendiamo solo la musica afroamericana per eccellenza, ma tutta quella musica che riesce ad emozionarci, a toccare il nostro cuore.

La scomparsa di Ernesto ci ha reso tutti più poveri.

Più poveri , ma anche più consapevoli che il percorso indicato da Ernesto non deve ricoprirsi di rovi intricati. Ernesto, ne sono sicuro, vorrebbe che ci dessimo da fare e che, seppure con infinito dolore, riprendessimo il filo di un discorso che la sua morte ha bruscamente interrotto. Abbiamo perso un amico, un fratello, un compagno di viaggio, uno che come molti di noi ha dato la sua vita per qualcosa che credeva avrebbe reso il mondo migliore: la musica.

Dobbiamo tanto a Ernesto, ognuno di noi a suo modo.

Più di quanto noi stessi pensiamo.

Sono sicuro che lui sia felice dove si trova adesso. Abbiamo un angelo in più in Paradiso a proteggerci e ad illuminare le nostre ore più buie.

Adesso dobbiamo solo rimboccarci le maniche e farlo sentire orgoglioso di noi.

Lui lo avrebbe fatto per noi.

Ciao Ernie, sarai per sempre con me ovunque io sarò. We are one!

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In questo terzo appuntamento troverete le recensioni di tre grandi dischi. Non è solo una mia opinione visto che tutti e tre i cd si sono ben piazzati ai Grammy Awards 2010: Il disco di Mavis Staples ha vinto nella categoria “Americana”; e quelli di James Cotton e Charlie Musselwhite si sono guadagnati rispettivamente il secondo e il quarto posto nella categoria “Best Contemporary Blues Album”. Inoltre sempre in questo numero potete leggere un’interessantissima intervista a Billy Gibson, un bravissimo armonicista che farà presto parlare di sé anche nel nostro paese.

JAMES COTTON – Giant

Alligator ALCD 4940, 2010

Un gigante. Di nome e di fatto. Mai titolo di cd è stato così appropriato. Il fatto che poi James Cotton sia anche il mio maestro, il mio armonicista preferito, e che entrambi siamo nati il primo luglio non conta. Giant è un album di eccezionale caratura. E’ un disco che non fa altro se non confermare la straordinaria vitalità artistica ed umana di questo mitico armonicista dall’ inconfondibile sound graffiante e profondo. Un sound che affonda le radici nel profondo Mississippi là dove Cotton è cresciuto sotto le ali protettive di un altro gigante: Sonny Boy Williamson 2. Un inconfondibile fraseggio armonicistico che per dodici anni a partire dal 1955 ha caratterizzato il sound del grande Muddy Waters. James Cotton era al suo fianco quanto Muddy scrivendo la storia del Chicago blues ha inciso dischi ormai storici come “Muddy Waters at Newport” e “´The Real Folk Blues”. Fu Cotton a proporre a Waters una delle sue canzoni più famose “Got my mojo working”. Alla fine degli anni sessanta Cotton intraprese una fortunata e lunghissima carriera solista incidendo per la Capitol e per la Buddah Records. Nel 1984 firma con l’Alligator di Chicago per la quale incide tre ottimi dischi come l’eccellente“High Compression”, il superbo live “Mr Superharp Himself” datato 1986 e quattro anni dopo “Harp Attack” un disco registrato in compagnia di tre altri grandi armonicisti: come Junior Wells, Carey Bell e Billy Branch. Nell’agosto 1995 Cotton registra quello che é probabilmente il suo capolavoro, ovvero il toccante e sincero “Deep in The Blues” commovente omaggio alle proprie radici. Dopo quattro album usciti per l’etichetta Telarc, James Cotton (classe 1935!!!) torna nel 2010 a casa, ovvero torna a sfornare un album per l’Alligator di Bruce Iglauer. E lo ha fatto registrando ad Austin Texas, dove ormai vive da anni, un grande album in compagnia di un’ottima band formata dai chitarristi e cantanti Slam Allen e Tom Holland e da una poderosa sezione ritmica costituita da Noel Neal al basso e Kenny Neal Jr alla batteria. L’ album ha un suono classico, potente e misurato allo stesso tempo. Il repertorio è estremamente variegato pur ruotando intorno a tutte le sfumature del Chicago blues. Si va quindi dall’iniziale ´Buried Alive in the Blues´ di Nick Gravenites (splendida – da sola vale l’acquisto dell’intero cd) a tre riuscitissimi omaggi a Muddy Waters con “Find Yourself Another Fool”, ”Sad Sad Day” e “Going Down Main Street” passando per “That’s Alright” celebre brano del mitico Jimmy Rogers. Cotton ci regala anche un paio di ottimi brani originali composti con il chitarrista Slam Allen. La maestria di Cotton alle venti ance non solo attraversa tutto il lavoro ma trova il suo naturale compimento quando Mr. Superharp Himself affida alle nostre orecchie e ai nostri cuori un nuovo travolgente strumentale dal titolo “With The Quickness”. Chiude il tutto il commovente “Blues for Koko”, dedicato a Koko Taylor, la regina del blues scomparsa nel 2009. Un disco che ha la forza, l’onestà e l’immediatezza di un live. Un uomo che a settantacinque anni suonati soffia ancora nella sua armonica con la grinta e la passione di un ragazzino. Un uomo così non può essere che un grande. O meglio, a giant, un gigante!

Cliccando qui potete ascoltare “Sad sad day” una delle tante belle canzoni contenute nell’album

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Per saperne di più e ascoltare altri brani:

www.jamescottonsuperharp.com

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CHARLIE MUSSELWHITE – The Well

Alligator, ALCD4939

Sicuramente il disco più personale di Charlie Musselwhite. Conosco profondamente e da anni Charlie, e vi assicuro che mai nella sua carriera si è raccontato in maniera così intima. O perlomeno non l’aveva mai fatto in questo modo attraverso le sue canzoni. Il titolo dell’album (che tradotto vuol dire il pozzo, inteso anche come quel “buco nero” in cui a volte si cade nella vita), la dice lunga sugli argomenti trattati da Charlie in questo disco. E dalla profondità di un buco nero, di un pozzo senza fondo, Charlie è spesso ritornato. La lunga dipendenza dall’alcol e varie sventure che hanno contrassegnato la sua esistenza lo hanno reso più forte. E’ il racconto sommesso del suo trionfo sulle avversità della vita. Di come abbia imparato a trovare forza nel dolore più cupo e di molto altro ancora parla Charlie in “The Well” il disco in cui forse Musselwhite ha maggiormente curato i testi, i contenuti, le storie. L’album è intriso dei ricordi musicali di Charlie, ricordi che partendo dal natio Mississippi e passando per Memphis dove è cresciuto, arrivano a Chicago la città in cui il grande armonicista ha imparato a suonare il blues. Il blues che Musselwhite ci offre qui ha tutte le sfumature che la musica afro-americana per eccellenza sa regalare: si va dal country blues, al blues urbano con nuances rockabilly e gospel; insomma la musica che da sempre ispira il suo inconfondibile sound. La voce di Charlie sempre più vicina, almeno come sensazione, a quella di Johnny Cash e la sua sempre emozionante armonica fanno il resto nel sottolineare un percorso a ritroso in cui l’artista quasi in maniera taumaturgica si libera dal proprio passato intraprendendo la via della guarigione fisica e spirituale. ”Dig The Pain” e “The Well” ci portano lungo la strada della sua lunga dipendenza dall’alcol. Due canzoni che raccontano a cuore aperto il percorso che lo ha portato ad uscire da una dipendenza che lo avrebbe prima o poi stroncato per sempre. Charlie ci racconta che tutto ciò successe a causa di un pozzo (questa volta vero e proprio e non metaforico) in cui una bimba di diciotto mesi di nome Baby Jessica McClure cadde e rimase intrappolata. Un fatto accaduto in Texas nel 1987. Una vicenda che tenne l’America con il fiato sospeso. Tutti i mezzi di comunicazione seguivano con trepidazione le sorti di questa bimba di pochi mesi che il 14 ottobre 1987 nel piccolo paesino di Midland in Texas, sfuggendo alle attenzioni di una zia s’infilò di soppiatto in un buco della recinzione della casa finendo poi per cadere dentro a un vecchio pozzo evidentemente mal richiuso, la cui apertura non superava i venti centimetri. Per questo ci vollero qualcosa come cinquantotto ore per liberare la piccola, che verrà estratta viva seppur con diverse ferite. Charlie stava andando ad un concerto quando sentì la notizia alla radio. Rimase molto colpito e giurò su quanto aveva di più caro che se la bimba si fosse salvata non avrebbe più bevuto un drink in vita sua. Mantenne la promessa. Quel pozzo sperduto nel nord est del Texas in quel lontano giorno d’ottobre restituì due vite: quella di una bimba di pochi mesi e quella di uno dei più grandi armonicisti di tutti i tempi. Secondo chi scrive la canzone più bella e toccante del disco è sicuramente “Sad And Beautiful World”, cantata in duetto con l’amica di sempre, la grandissima Mavis Staples. Il brano struggente sino al midollo è un’accorata lettera dell’artista alla madre tragicamente uccisa nel 2005 a 93 anni nel corso di una rapina in casa (la stessa in cui Charlie è cresciuto ). Un lettera in cui Charlie scrive cose che avrebbe volute sempre dire all’amata genitrice senza mai averne avuto l’occasione. La canzone non a caso è candidata ai Blues Awards come canzone blues dell’anno.

Ogni traccia di “The Well” è un capitolo della vita di Charlie con le sue gioie ma soprattutto i suoi dolori.

Ma non c’è solo tristezza e redenzione in questo disco. C’è anche l’ironia che da sempre aiuta Charlie a vivere le sue giornate. Anche quelle più amare. Come quelle passate in galera dietro le sbarre della famigerata Cook County Jail di Chicago. Ed è una storia vera. D’altronde Musselwhite non è tipo da scrivere canzoni di fantasia o su personaggi inventati di sana pianta. Le sue sono storie vere. Vissute in prima persona.
Musicalmente parlando l’iniziale “Rambler ‘ s Blues” è forse il brano di punta dell’intero disco con l’armonica di Musselwhite che gira a mille sulla solida base fornitagli da Dave Gonzalez (Paladins, Hacienda Brothers) alla chitarra, John Bazz (Blasters) al basso e Stephen Hodges (Tom Waits, Mavis Staples) alla batteria. La sua armonica fa bella mostra di sé anche in due strumentali. Il primo è “Clarksdale Getaway” che si apre con un riff che farebbe felici Muddy Waters e Jimmy Rogers e la blues harp di Musselwhite, che sembra registrata in una piccola stanza sulla Michigan Avenue di Chicago sessantanni anni fa. Il secondo è “Sonny Payne Special” dedicato al leggendario dj che ancora oggi conduce la più antica trasmissione radio di blues di tutti gli States. Sunshine Sonny Payne è un amico di lunga data di Charlie che non poteva prima o poi non dedicargli un tributo. Sonny è uno che ha fatto tanto per il blues E Charlie questo lo sa.

Il malinconico fascino delle strade americane permea “Where Hwy 61 runs” tutta dedicata alla mitica strada che unisce Chicago a New Orleans passando per la terra in cui sia il blues che Charlie sono nati: il Mississippi. E quando si parla di strada Musselwhite ha ben pochi rivali essendo uno che da parecchi decenni si fa duecentocinquanta concerti all’anno. “The well” è un disco profondo e pieno di emozione. Un disco che ben rappresenta la modestia e la regalità che risiedono nel musicista che l’ha concepito. E’ suono semplice e maestoso quello che esce dal brano finale “Sorcerer’s dream”, il sogno del mago. Un brano così affascinante che ascolteresti all’infinito. Ma d’altronde la musica non è magia? E allora lasciamoci incantare da Charlie Musselwhite

La magia può iniziare cliccando qui :

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MAVIS STAPLES – You Are Not Alone

ANTI 87076-2, 2010

Contributo fotografico di DONOVAN ALLEN

L’ho già scritto ma è un concetto che trovo giusto ribadire. Quando un disco è bello ci sono ben poche cose da aggiungere. Per me questo è il miglior disco del 2010. Quando a novembre ho incontrato Mavis Staples a Lucerna non ho potuto fare a meno di dirglielo. Così come non ho potuto fare ameno di farlo girare continuamente nel mio lettore cd scoprendo ad ogni ascolto nuove emozioni e nuove sensazioni che davano nutrimento al mio bisogno di spiritualità. “You’re not alone” è un disco prodotto magistralmente da Jeff Tweedy dei Wilco e destinato, sono sicuro, a diventare una pietra miliare nella storia della musica afroamericana. Questa non è né una vera e propria recensione e neanche una vera e propria intervista. Potremmo definire questo mio scritto il riassunto di un’oretta di confidenze di cui la grande cantante di gospel mi ha fatto partecipe di tutte le emozionanti avventure musicali che si celano dietro a un grande disco. Per la carità nulla di segreto o misterioso, ma è stato bello sentirla parlare con l’entusiasmo di una ragazzina del suo splendido album di cui, e si vede dalle espressioni del suo viso quando ne parla, Mavis va molto fiera. Mi ha detto che secondo lei (e anche secondo me) Jeff Tweedy ha fatto un lavoro magnifico. Molte persone le chiedevano che cosa avrebbe fatto dopo il successo del cd con Ry Cooder. La risposta era che Mavis non ne aveva la più pallida idea fino al giorno in cui Tweedy non l’ ha chiamata dicendole di avere dei brani da proporle, brani che la Staples avrebbe potuto inserire in un prossimo cd. I due si incontrarono e dopo che il leader dei Wilco le aveva fatto ascoltare le prime canzoni, Mavis piuttosto stupita chiese a Tweedy dove le avesse recuperate. Si trattava di pezzi molto antichi, quasi dimenticati come “Wonderful Savior” e “Creep Along Moses” incisi dai Golden Gate Jubilee Singers nei primi anni Trenta. Il padre di Mavis, il leggendario Pops era solito suonare quelle canzoni ai suoi figli quando erano ragazzi. Canzoni che a loro piacevano molto. La Staples aggiunge che mai e poi mai avrebbe pensato di cantarle un giorno o di addirittura inserirle in un suo disco. Ma ormai il contatto era stabilito e Mavis e Jeff hanno cominciato a lavorarci sopra di buona lena. “Wonderful Savior” l’hanno subito pensata a cappella come nella versione originale. Quando ho detto a Mavis di aver colto un non so che di intimo e famigliare in quel disco la grande cantante mi ha confidato che le sessioni di registrazione sono state straordinarie. C’era nell’aria un clima di festa bellissimo. Sembrava davvero una riunione di famiglia. Tutti i componenti dei Wilco hanno portato con sè i loro figli, bambini e bambine. Una di loro, dolcissima, sembrava il ritratto di Shirley Temple e non smetteva mai di parlare. Sembrava di essere a casa e non in una sala di registrazione. C’era molto calore. Nello studio c’erano una cucina, un bel soggiorno con la televisione e un divano e proprio lì accanto c’era il luogo in cui registravano. E a proposito di “Wonderful Savior” una delle canzone più toccanti dell’intero disco Mavis mi ha raccontato un dietro le quinte piuttosto divertente. Nel momento in cui dovevano registrare il brano in questione Tweedy disse a tutti i musicisti e ai tecnici che sarebbe stato meglio inciderla fuori, davanti a casa. Secondo lui il brano, registrato all’aperto, avrebbe avuto un suono migliore. Mavis disse subito a Tweedy che mai e poi mai sarei uscita a cantare con quel freddo. C’erano parecchi gradi sotto zero. Erano anni che a Chicago non faceva così freddo. Allora Tweedy chiese a qualcuno di portare a Mavis una cuffia, una sciarpa e il cappotto e la costrinse quasi con la forza ad uscire. La Staples gli disse, scherzando ovviamente ma non troppo, che solo per quella volta, e quella volta soltanto, gli avrebbe permesso di essere il suo boss e di trattarla in quel modo. Alla fine comunque uscirono tutti all’aperto posizionandosi in cerchio intorno a un solo microfono. Mavis ricorda che faceva così freddo che ogni volta che aprivano bocca usciva il vapore. Rientrati in casa hanno subito ascoltato la canzone. Era riuscita davvero bene. Quasi terrorizzata all’idea di dover tornare fuori Mavis chiese a Tweedy se avesse voluto uscire per rifarne un’altra versione. Lui le rispose che era già perfetta così, facendole tirare un lungo sospiro di sollievo. La Staples sembra davvero galvanizzata da questa esperienza con Jeff Tweedy e i Wilco perché mi ha ripetuto più volte e con convinzione che registrare “You’re not alone” è stata un’esperienza bellissima. E’ un disco in cui secondo la grande cantante è racchiusa in qualche modo tutta la sua esistenza musicale. E non solo. Per dimostrarmelo mi ha raccontato un aneddoto che ben rappresenta tutto questo. Mi ha detto che una sera Tweedy è arrivato in studio chiedendole: “Sai cosa sto ascoltando Mavis?”. Lei gli rispose : “No, non ne ho idea”. E allora lui gli dice: “Nel mio iPod ho tutti i dischi degli Staples Singers degli anni Cinquanta e Sessanta. Ed è ciò che sto ascoltando ora”. Mavis sorrise e gli disse: “Quella per me è la miglior musica che io abbia mai prodotto nella mia vita. Forse Jeff non te ne sei reso conto ma prima mi hai fatto rivivere la mia infanzia facendomi ascoltare i Golden Gate Jubilee, e ora mi riporti alla mia adolescenza. Ricordo ancora perfettamente quando seduti tutti intorno a mio padre Pops cantavamo “Don’t Knock”. E mentre continua nel suo racconto Mavis fa una pausa per cantarmi l’inizio di “Don’t Knock” che guarda caso apre proprio l’intero album. Al termine di quella privatissima ed emozionante esibizione Mavis aggiunge che quella sera disse a Tweedy che le sarebbe piaciuto cantare ancora una volta quelle canzoni e così decisero di inserire anche altre canzoni del repertorio classico degli Staples Singers come “Creep along Moses” e “Too close to Heaven”, che sono, sia detto per inciso, diventate due perle di rara bellezza all’interno di un lavoro colmo di preziosissime gemme musicali. Cantare di nuovo quei brani ha in qualche modo riportato Mavis indietro nel tempo. Tutte quelle vecchie canzoni e i nuovi splendidi brani scritti da Tweedy l’hanno resa orgogliosa di un lavoro che lei considera tra i migliori mai incisi. Conoscevo la bravura di Jeff Tweedy ma onestamente non pensavo che un giorno potesse scrivere una delle più belle canzoni spirituali di sempre. Quindi tanto di cappello perchè il brano “You’re not alone” è una canzone stupenda. Ho chiesto a Mavis come fosse nata quella canzone.

Mi detto che un giorno Tweedy le disse che da qualche tempo aveva una canzone che gli girava nella testa. Non c’era ancora nulla di scritto. Né le parole né la musica. Solo il titolo: “You are not alone”. Tweedy le raccontò di ciò di cui voleva parlare nel brano e Mavis lo incoraggiò ad andare avanti nella stesura della canzone. Avevano già quasi finito di registrare tutto il disco quando Tweedy venne fuori con questa bellissima idea. Il giorno successivo a quello in cui ne parlò portò a Mavis un cd su cui aveva inciso una bozza della canzone. Le disse che non era ancora la versione definitiva ma che avrebbe comunque potuto darle un’idea di ciò sarebbe stata la canzone una volta terminata. Dopo averla ascoltata Mavis disse a Tweedy che aveva scritto un autentico capolavoro. Le era venuta la pelle d’oca. Quella era la più bella canzone che avesse mai cantato. Lo disse a Tweedy che quasi commosso le rispose: “Sai Mavis la gente pensa di essere sola, ma c’è molta altra gente che soffre la solitudine allo stesso modo. Ma quello a cui dobbiamo pensare è che non siamo soli. Non lo siamo mai”. A questo punto Mavis mi canta la prima strofa della canzone. Solo per me. Pensate che emozione!

Mentre la cantava ho visto gli occhi di Mavis diventare lucidi e con delicatezza le ho chiesto il perché e lei con tutta la dolcezza del mondo mi ha confessato che le parole di “You are not alone” la toccano molto da vicino. Quando suo padre Pops morì lei cadde in una profonda depressione. Si sentivo sola. Persa. E poi Mavis ha aggiunto di poter comprendere bene il significato di quella canzone, perché è un brano che parla di un’esperienza dalla quale purtroppo anche lei è passata. E quasi sottovoce mi ha detto: “Le persone oggigiorno si sentono spesso demoralizzate. Viviamo tempi difficili. La gente sta perdendo la propria casa, il proprio lavoro. E non sa a chi chiedere aiuto, a chi rivolgersi. Canzoni come questa ti danno conforto e ti ricordano che non sei solo, perché io sono con te”.

A questo punto invitarvi a procurarvi una copia di “You are not alone” mi sembra sin superfluo. Se lo farete sarete grati a voi stessi per tutta la vita. Non saremo mai soli finché al mondo ci saranno persone straordinarie come Mavis Staples. Di questo ne sono sicuro.

Ecco le versioni live di due perle del disco


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INTERVISTA A BILLY GIBSON

Lucerna Blues Festival 2010

Contributo fotografico di AIGARS LAPSA

INTERVISTA A BILLY GIBSON
Lucerna Blues Festival 2010

Billy Gibson deve avere una mamma un po’ speciale. E se continuerete a leggere questa intervista capirete anche perché. Forse è anche per merito suo se Billy è diventato un grandissimo armonicista, uno dei più bravi al mondo, riuscendo a mantenere l’attitudine e il carattere del bravo ragazzo di campagna affabile simpatico, generoso e alla mano. Ci sono musicisti che se avessero ricevuto come è successo a Billy il Blues Award come miglior armonicista dell’anno guarderebbero tutti dall’alto al basso. Non Billy. Billy è fatto di tutt’altra pasta. E tutto ciò naturalmente si riflette nella sua musica. Cercate i suoi dischi, non ve ne pentirete. Il suono blues della sua armonica arriva direttamente dal cuore. E a proposito di cuore ecco cosa è venuto fuori dal mio incontro con Billy Gibson un armonicista con un cuore grande così.

Quando ti sei innamorato dell’armonica e del blues?
Mia madre ancora oggi racconta che quando avevo sei o sette anni andai da lei e le dissi: Mamma vorrei comprarmi un’armonica! Non le spiegai perché e lei non me lo chiese. Era una mamma fantastica. Mi portò all’emporio che c’era vicino a casa, a Clinton, Mississippi, un paesino vicino a Jackson, in cui sono cresciuto. Quando entrammo nel negozio ci rendemmo conto di non sapere nulla di musica e di armoniche in particolare. Le persone al negozio ne sapevano, se possibile, ancora meno di noi. C’era però una vetrinetta vicino alla cassa dove erano esposte alcune armoniche. Ne ho scelta una che mi piaceva per come era fatta la scatola. Era una Marine Band. Mia madre ce l’ha ancora e la custodisce gelosamente. Naturalmente non c’era nessuno dalle mie parti che potesse spiegarmi come suonarla. Non c’erano insegnanti di armonica dove abitavo io. In ogni caso cercai di arrangiarmi provando a tirare fuori qualche suono dallo strumento. Qualche tempo dopo riuscii anche a suonare qualche canzone per bambini come Oh! Susanna e When the Saints go marchin’ in. Insomma mi divertivo parecchio con la mia armonica. Quando avevo circa quindici o sedici anni, andai a Jackson, Mississippi a vedere un concerto di un grande bluesman: Sam Myers . Forse non tutti lo sanno ma Sam Myers ha suonato per parecchio tempo con Anson Funderburgh & The Rockets facendo la fortuna di quel gruppo. Sam Myers era un armonicista incredibile, non avevo mai sentito nessuno suonare l’armonica come lui. Aveva un modo di suonare completamente diverso da quello che io usavo abitualmente. Quell’esperienza mi aprii completamente la mente. Cominciai quindi a seguire Sam ovunque lui andasse. O meglio, data la mia giovane età cercavo di farmi scarrozzare da mia madre ovunque lui suonasse. Altre volte riuscivo a convincere alcuni amici che avevano la macchina ad andare ai suoi concerti. C’era anche un altro armonicista che si chiamava Greg Fingers Taylor (per anni nella band di Jimmy Buffett n.d.r.). Lo incontravo sempre a tutti i concerti di Sam. All’epoca non ci avevo pensato, ma oggi so che anche Greg, che era già un valente armonicista, seguiva Sam Myers per ascoltare quello che faceva ed imparare da lui. Proprio come facevo io. Quando entrambi suonavano insieme era fantastico. Il solo vederli mi metteva il fuoco addosso. Una cosa avevo ben chiara: volevo suonare l’armonica come loro.

Hai mai chiesto qualche consiglio a Sam Myers?
No, ero troppo timido. E poi parlare con un bluesman di quel livello per me era una cosa assolutamente impensabile. Mi limitavo ad andare lì e ad osservarlo, o meglio ad ascoltarlo. In fondo, se ci pensi. quello era il modo in cui tutti i vecchi armonicisti blues hanno imparato a suonare.

Quindi si potrebbe affermare che Sam Myers e Greg Fingers Taylor in quegli anni erano i tuoi eroi?
Assolutamente si. Ho una storia piuttosto divertente da raccontarti a proposito di questo. Qualche tempo fa sono stato invitato a suonare a un festival dell’armonica a Jackson in Mississippi chiamato Harp & Juke. E’ un blues festival concentrato soprattutto sull’armonica. Avevo uno special guest quella sera e indovina un po’ chi era? Greg Fingers Taylor. Puoi immaginare la mia emozione. Pur avendo assistito a decine di concerti di Greg, non avevo mai suonato con lui. E’ stato un momento indimenticabile.

Ma torniamo ai tuoi inizi. Quando e come sei entrato ancora di più nel mondo del blues?
C’era un negozio di dischi a Jackson che si chiamava BeBop Records. Il gestore del negozio che sapeva del mio folle amore per la musica di Sam e Greg un giorno con mia grande gioia me li presentò. Inoltre il proprietario dello store mi dava ottimi consigli a proposito degli ellepì da comprare. Mi diceva: Beh, se ti piace come suona Sam, allora ti dovrebbero piacere anche Sonny Boy Williamson e Doctor Ross. Da lì il passo ad ascoltare tutti i grandi armonicisti del passato è stato breve. Sai benissimo come vanno queste cose. Un disco ti porta a scoprirne un altro e così via. Quindi presto sono arrivato a Muddy Waters e Howlin’ Wolf. Mi piacevano anche altri armonicisti non propriamente blues come Charlie McCoy e Mickey Raphael, musicisti che mi aiutavano ad espandere la mia conoscenza dello strumento. D’altronde a me piaceva l’armonica al di là dei generi e degli stili in cui era suonata.

Quanto ha influito il fatto di essere nato e cresciuto in Mississippi sulla scelta di suonare il blues?
Tantissimo, d’altronde il luogo da cui provengo era la casa di tanti grandi bluesmen. E nell’aria c’era sempre della grande musica: il blues.

In questi ultimi anni hai avuto la possibilità di condividere il palco con tanti tuoi eroi. Ora che sei diventato tu stesso uno straordinario armonicista conosciuto in tutto il mondo, cosa è rimasto in te di quel bambino che, accompagnato dalla mamma tanti anni fa in un emporio di Clinton Mississippi, scelse quell’armonica con la scatola scritta in rosso?
La gioia di sapere apprezzare tutte le esperienze che la vita ha da offrire. Ho imparato e continuo a farlo da tutti i musicisti che ho l’opportunità di incontrare. Quando dopo un po’ di anni mi sono trasferito a Memphis, ho suonato per quasi dieci anni in Beale Street. Ho avuto persino il privilegio di suonare con James Cotton. Ogni tanto me lo trovavo davanti nei locali dove suonavo. E naturalmente la cosa non mi faceva stare tranquillo. Lui era sempre piuttosto gentile con me. Ogni tanto mi dava persino qualche consiglio. Quando faceva l’ospite con la mia band, era sempre una grande emozione. Poterlo vedere e sentire da vicino. Wow! Era una cosa che mi emozionava parecchio. In quegli anni ero sempre alla ricerca di qualche nuovo amplificatore o di qualche nuovo microfono per migliorare il mio sound. Facevo degli esperimenti, ma non ero mai davvero soddisfatto della mia strumentazione. Un giorno andai in un negozio di strumenti e mi comprai persino un riverbero digitale pensando che ciò potesse portare qualche miglioramento. Quella stessa sera stavo suonando al Rum Boogie Cafe in Beale Street quando vedo entrare nel locale James Cotton. Si sedette in un angolo e stette lì a guardarmi per un po’. Durante una pausa andai a chiedergli se gli facesse piacere salire sul palco con noi. Ebbene quando James salì e si mise a suonare usando la mia amplificazione, beh quello che veniva fuori dal mio amplificatore era il suono di armonica più incredibile che avessi mai ascoltato. Fu così che imparai che il suono migliore non viene mai dalla strumentazione ma dal musicista stesso.

Quindi di conseguenza che consigli daresti a un giovane armonicista blues che magari è curioso di sapere quali sono le tue armoniche preferite e che tipo di strumentazione usi, eccetera?
Ultimamente uso quasi esclusivamente le Golden Melody della Hohner. Mi piace il loro suono aperto e cristallino. Ma in passato ho usato anche le Special 20 e le Marine Band (sempre della Hohner n.d.r.). Per quanto riguarda l’amplificazione a me piacciono soprattutto gli amplificatori di piccole dimensioni perché si gestiscono meglio. Ma come ho detto prima il suono di uno strumento è sempre quello che il musicista ha dentro di sé. Ti faccio un esempio: ogni anno B. B. King torna nel Delta del Mississippi per festeggiare il suo compleanno. Per l’occasione e suona in località molto piccole, come Indianola e Hattiesburg. E a proposito di quest’ultima, una volta suonavamo al Hi-Hat Club lì a Hattiesburg. Avevano organizzato in onore di B.B. King una specie di festival con un sacco di musicisti. Un evento che iniziava al mattino per finire a notte inoltrata. C’erano tantissimi chitarristi. Sul palco a disposizione dei chitarristi c’era un vecchio amplificatore della Peavey. Per tutto il giorno avevo visto chitarristi di ogni tipo dannarsi l’anima per cercare di tirar fuori un suono decente da quell’amplificatore senza mai riuscirci davvero. Era sera inoltrata quando B. B. King fece la sua comparsa sul palco. Il locale era stipato di gente fino all’inverosimile. B. B. mise il jack della sua chitarra dentro a quello scassatissimo amplificatore, toccò velocemente un paio di manopole, e quando la prima nota vibrò nell’aria tutti restarono a bocca aperta. Wow! Quello che tutti stavano ascoltando era l’inconfondibile suono della chitarra di B. B. King. Un suono che usciva da un amplificatore che nessuno dei chitarristi presenti al festival era riuscito a far funzionare a dovere. Incredibile. Quella sera per i chitarristi fu un po’ come per me quando, come ho raccontato, James Cotton salì sul palco del Rum Boogie Cafe a Memphis. Tanti grandi che ho ascoltato e amato in gioventù come Charlie Musselwhite, Frank Frost e Willie Foster spesso suonavano attraverso l’ impianto di amplificazione senza usare né uno specifico microfono né altro e il loro suono era sempre assolutamente fantastico. Sono cose che non si possono spiegare a parole. Cose che si imparano solamente guardando e ascoltando quei grandi musicisti suonare. Almeno secondo me.

Qualcuno non considera Memphis una città blues. Forse per via del fatto che qui sono fiorite etichette come la Stax e la Sun Records che rispettivamente hanno dato vita all’errebi e al rock ‘n’ roll (dimenticando però che proprio per la Sun Records incisero grandi bluesmen come Howlin’ Wolf , Junior Parker e James Cotton). Il fatto poi che Memphis sia legata indissolubilmente a Elvis Presley certo non aiuta. Per me invece Memphis è una città assolutamente blues. Ho letto da qualche parte che qualcuno la chiama addirittura la capitale del Mississippi (pur trovandosi in Tennessee).
Tu cosa ne pensi?
Qualcuno ha detto che il Delta del Mississippi finisce nella reception del Peabody Hotel (celebre hotel situato nel centro di Memphis n.d.r. ). A parte gli scherzi Memphis è il posto in cui si incontrano da sempre le persone che vengono dall’Arkansas, dal Missouri, dal Tennessee e naturalmente dal Mississippi.
Una specie di cross road insomma . Prima di arrivare a Memphis mi sono fermato qualche tempo a Clarksdale, Mississippi. Clarksdale a quel tempo per me era il posto più lontano in cui fossi mai stato. E mi sembrava lontanissima dal mio paesello natio. A Clarksdale ho suonato con un grande bluesman come Johnny Billington e con Bobby Little celebre batterista di Earl Hooker. Il giorno che lasciai la città per Memphis mi sembrava che tra le due località ci fossero centinaia di miglia. Ne ero assolutamente certo. Immaginatevi la mia faccia stupita quando invece scoprii che le due città erano a un tiro di schioppo. Per me che ero un ragazzo di campagna, Memphis era davvero una città enorme. Per me country boy del Mississippi andare a Memphis era come attraversare l’Oceano Atlantico. Fu Bobby Little a portarmi a Memphis. Mi disse che mi avrebbe portato a sentire dell’ottima musica. E quella fu davvero un’esperienza fantastica. Quando arrivammo a Beale Street mi presentò a tutti i musicisti che conosceva. Fu una cosa magica. Finalmente compresi cosa avevano provato tanti bluesmen che partiti dal Mississippi molti anni prima, avevano vissuto, seppur a modo loro, la mia stessa esperienza.
A Memphis la musica è davvero dappertutto e come in Mississippi, la puoi sentire nell’aria. Lì puoi trovare tutto: blues, jazz, rock ‘n’ roll, gospel. O fare incontri straordinari. Una sera ero nel pub vicino a dove abito. Stavo chiacchierando del più e del meno con uno sconosciuto. Dopo un po’ gli offro una birra e mi presento. A quel punto lui mi dà la mano e mi dice: Piacere, io mi chiamo James Carr. Wow! Non riuscivo a crederci. Uno dei più grandi cantanti di rhythm ‘n’ blues di sempre era lì nel bar sotto casa a chiedermi di pagargli da bere! Nulla di strano tuttavia, perché ho imparato che tutto può succedere a Memphis. E’ una città musicale come ce ne sono poche. Lì ti può capitare di trovarti sullo stesso palco con persone che hanno suonato con B. B. King e Rufus Thomas. All’inizio degli anni Novanta, nel primo pomeriggio quando la giornata era bella, andavo spesso a passeggiare all’Handy Park (il parco cittadino n.d.r.). Un giorno vidi un signore sulla panchina intento a fumare tranquillamente la sua pipa. Era Albert King!!! Come ho già detto tutto può succedere in quella città. Ho viaggiato abbastanza da capire che Memphis è un posto davvero speciale. Lì si è fatta gran parte della storia del blues. Tutti i musicisti del Mississippi prima o poi si trasferivano a Memphis. L’hanno fatto James Cotton, Charlie Musselwhite e tanti altri. E tutti i più grandi bluesmen sono passati da Memphis sulla strada per Chicago.

So che ami molto anche la musica spiritual e gospel. Ho letto da qualche parte che sei stato recentemente ad ascoltare Al Green e che l’esperienza ti ha profondamente toccato. Puoi raccontarmi qualcosa di più?
Prima di tutto Fabrizio devi sapere che prima ancora di essere un musicista io sono un grandissimo appassionato di musica. Ascolto di tutto e quando posso vado a sentire i concerti degli altri. Certo è quasi inimmaginabile trovarsi in una piccola chiesa di Memphis e scoprire che il predicatore è nientepopodimeno che Al Green e che la sua band, formata da ragazzi che abitano nei dintorni, è semplicemente una delle migliori formazioni che ti possa capitare di sentire nella tua vita. Se me lo avessero raccontato, non ci avrei creduto.
E’ difficile spiegare a parole quelle emozioni, ma tutta quella spiritualità non può che commuoverti. E lì mi sono accorto di quanto blues e spiritual siano connessi.

E’ una domanda che faccio sovente, E quindi la faccio anche a te. Perché a tuo parere il blues è diventato un linguaggio internazionale?
Ho sentito Art Tipaldi (direttore di Blues Revue n.d.r.) affermare in un seminario che il blues è una cultura senza confini e io sono assolutamente d’accordo con lui. E’ vero, il blues sta diventando una lingua usata in tutto il mondo. E’questa è una cosa assolutamente affascinante. Se si pensa che come abbiamo detto poc’anzi che tutto è cominciato a Memphis tanti anni fa, quello che sta succedendo è davvero incredibile. Ho viaggiato in tutto il mondo e ho trovato ottimi musicisti ovunque sono stato. La stessa passione, le stesse emozioni che hanno colpito me la prima volta che ho sentito Sam Myers, hanno colpito te e tanti altri musicisti in tutto il mondo. Questa è la magia del blues!
Per saperne di più visitate:
www.billygibson.com

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