Giu
13
2012

Alle Radici della Musica Afroamericana – 20 (nuova serie) – a cura di Fabrizio Poggi

In questo numero recensioni di Phantom Blues Band, Carolina Chocolate Drops, Gary Primich, Brad Hatfield, R.J. Mischo, Tweed Funk, Leblanc, The Mannish Boys, del cd + dvd “We juke up in here!”; e del libro “Blues! Afroamericani da schiavi a emarginati” di Mariano De Simone.

PHANTOM BLUES BAND
INSIDE OUT
VIZZTONE, 2011

La Phantom Blues Band è un gruppo composto da alcuni tra migliori session men in circolazione sulla scena blues. Il loro sound è assolutamente perfetto e variegato. Celebri per essere la back band di Taj Mahal, a volte la band sembra risentire della mancanza di un “regista” autorevole che tiri le fila dei loro progetti che, come nel caso di questo disco, pur proponendo ottima musica, ben suonata, cantata e registrata ha il difetto di risultare  talvolta un po’ sfuocato e privo di mordente (di ciò insomma che nel mondo del blues chiamiamo “anima”). L’esperienza e il mestiere di certo sopperiscono ad alcune mancanze, ma troppo spesso il sound appare un tantino routinario e risaputo. Non mancano certo episodi di gran pregio: i primi quattro brani sono uno scoppiettante bignami sulla storia del blues e includono Chicago old school style, errebì, soul e persino gospel. Ci sono inoltre una bellissima versione di “Death Letter” il grande classico di Son House, e una convincente resa di “Shame, shame” dell’indimenticabile Jimmy McCracklin.  Il resto dell’album è invece troppo raffinato e perfettino per poter soddisfare coloro che in un album cercano ancora “sangue, sudore e lacrime”. Attenzione, non fraintendetemi: non si tratta di un brutto disco. E’ solo che in questi tempi di crisi gli acquisiti devono essere il più oculati possibili. Come si scriveva nelle recensioni di una volta: “un disco interessante, ma non certo indispensabile”.


CAROLINA CHOCOLATE DROPS
LEAVING EDEN
NONESUCH , 2012

In un momento in cui la musica acustica delle radici sembra aver ritrovato attenzione  e rispetto, anche da parte delle generazioni più giovani, ecco giungere il nuovo lavoro dei Carolina Chocolate Drops. Il cd è prodotto da Buddy Miller che, colpito più dalle loro performance dal vivo che dai loro precedenti lavori , ha voluto registrare l’ ormai celebre string band “live” in studio senza sovraincisioni  e soprattutto senza l’ausilio di altre diavolerie tecnologiche. “Leaving Eden” è il terzo album della formazione che presenta una line up parzialmente rinnovata: esce Justin Robinson ed entrano Hubby Jenkins (chitarra, mandolino e banjo) Adam Matta (percussioni) e Leyla McCalla (violoncello), che si affiancano ai due membri originari rimasti, Dom Flemons e Rhiannon Giddens. La ricetta è sempre la stessa e ben collaudata: ricreare ciò che il loro mentore Joe Thompson ha insegnato loro; ovvero il sound delle black string band di fine Ottocento e primi del Nocevento, uniti a brani di old time music afroamericana e a canzoni tratte dal repertorio delle jug band. E’ quasi una lezione di storia quella dei Chocolate Drops che riproducono alla perfezione ciò che suonavano i neri nel sud degli States prima che i bianchi si impossessassero della loro musica. Il loro viaggio alle radici della musica nera con tanto di banjo, violino e quills, inizia intorno al 1830 per arrivare  alla metà del secolo scorso. Nel disco c’è spazio anche per  il rag-time, lo scat  e per antichi traditional provenienti dai vecchi minstrel show. Non mancano neanche accenni di country e di gospel (due generi peraltro nati dalla stessa matrice) con brani che arrivano  direttamente da ciò che le donne cantavano durante il loro duro lavoro nei campi di cotone. Un disco colto e divertente allo stesso tempo. Un disco fresco e antico per chi vuole esplorare un volto arcaicamente nuovo della musica afroamericana.


GARY PRIMICH
JUST A LITTLE BIT MORE … WITH OMAR DYKES
OLD PAL, 2012

Fortemente voluto dal padre Jack, questo doppio cd raccoglie il meglio di Gary Primich, straordinario armonicista mancato davvero troppo presto nel 2007 a soli 49 anni. I due cd raccolgono brani già usciti precedentemente tra il 1994 e il 2006 accanto a sette canzoni inedite eseguite in compagnia dell’amico Omar Dykes, stimato leader degli Howlers. Originario dell’Indiana, Primich si trasferì dapprima a Chicago dove ebbe modo di frequentare i grandi del Chicago blues, per poi stabilirsi a metà degli anni ottanta a Austin in Texas. Musicista di grande talento Gary è stato uno di quegli strumentisti in grado di coniugare perfettamente tecnica e anima. Dotato di uno stile inconfondibilmente unico, Primich era in grado di affrontare i vari stili blues con un approccio sempre convincente e a tratti davvero sorprendente. La sua armonica poteva passare dal blues più tradizionale al jazz con estrema naturalezza e con un gusto e un’ abilità davvero non comuni. Amatissimo nell’ambiente musicale per il suo carattere umile, dolce e ironico, Gary con la sua scomparsa ha lasciato un vuoto che pesa ancora oggi nella scena blues contemporanea. Mai scontati e sempre innovativi i suoi assoli all’armonica, autentici gioiellini sonori che  riuscivano sempre ad arrivare, insieme alla sua voce, dritti al cuore dell’ascoltatore. Un disco consigliato a tutti coloro che vogliono ascoltare uno dei più grandi  armonicisti mai apparsi su questa terra, ai neofiti così come agli appassionati più navigati. Un modo per rendere omaggio ad un artista davvero unico e inimitabile degno di essere collocato nell’olimpo blues di tutti i tempi.


BRAD HATFIELD
UPHILL FROM ANYWHERE
AUTOPRODUZIONE , 2012

Sicuramente uno dei migliori dischi autoprodotti degli ultimi anni. Anzi per conto mio questo disco dovrebbe essere uscito per un’ etichetta importante ed è quantomeno curioso che non lo sia. Brad Hatfield, cantante e armonicista ben conosciuto e apprezzato nella zona intorno a Cincinnati, Ohio dove risiede si prepara con questo bel lavoro ad essere stimato dagli appassionati di blues in ogni parte del mondo. Nonostante un destino crudele lo abbia relegato su una sedia a rotelle sedici anni fa togliendogli l’uso delle gambe e parzialmente delle mani, Brad è riuscito grazie alla forza della sua musica e al suo grande talento a superare barriere in apparenza insormontabili. Circondato da una schiera di valenti musicisti in cui spicca la figura di suo padre Bernie, straordinario all’organo e al piano, Hatfield mette in fila undici brani in cui mostra tutti gli aspetti del suo sound. Un sound corposo e compatto in cui confluiscono il migliore rock blues (o blues rock) di stampo sudista con Allman e Lynyrd in testa, un po’ di southern soul che sembra uscito dai leggendari Muscle Shoals Studios e il Delta blues di Son House. Brad ha una voce molto bella, quasi nera, che a tratti (e non esagero) mi ha ricordato quella di Ray Charles e Otis Redding. Il disco è ben prodotto da Jon Justice e vanta ospiti di tutto rispetto tra cui spiccano Dennis Gruenling all’armonica e Dave Gross alla chitarra. Perla di rara bellezza del disco quella posta in chiusura dello stesso. Si tratta di una versione per sola voce e “chain gang” dell’antico spiritual “John The Revelator”. Da brividi. Cercate l’album su CDbaby oppure su www.BHatfieldBluesBand.com.
Ne vale davvero la pena!


R.J. MISCHO
MAKE IT GOOD
DELTA GROOVE MUSIC , 2012

R.J. Mischo è un ottimo cantante e armonicista di scuola westcoastiana ben conosciuto anche dalle nostre parti. Questo è il decimo album dell’artista originario di Minneapolis e il suo primo per la Delta Groove. Il disco è stato registrato tra St. Paul Minnesota e Austin in Texas e si compone di 13 composizioni tutte uscite dalla penna di R.J. Tutti di grande caratura gli artisti che suonano nel convincente lavoro di Mischo: Johnny Moeller, Nick Curran e Jeremy Johnson alle chitarre, Ronnie James Weber al basso e contrabbasso, Nick Connolly alle tastiere, Wes Starr e Richard Medek alla batteria. La musica proposta da R.J. è ben uniformata al sound dell’etichetta e comprende west coast shuffle strumentali, rock‘n’roll in stile primi T-Birds, classic blues alla Sonny Boy Williamson II e persino una rumba waitsiana in cui spicca l’armonica cromatica di Mischo. Inappuntabile e preciso come sempre il lavoro alla blues harp acustica ed elettrica e alla low harp. Un disco onesto e genuino che piacerà a tutti gli amanti del genere.

 

TWEED FUNK
LOVE IS
AUTOPRODUZIONE , 2012

I Tweed Funk da Milwaukee, Wisconsin sono una di quelle band che ti può capitare di ascoltare una sera qualsiasi in locale sperduto da qualche parte in uno dei tanti bar della provincia americana. Ti siedi, ordini qualcosa da bere, e  a poco a poco il suono di quei musicisti, a te sconosciuti,  che stanno suonando in un angolo del locale ti prende inesorabilmente e comincia a farti battere il piede in maniera quasi automatica. Questo, secondo me, è quello che succede ad una tipica esibizione dei Tweed Funk insieme da soli diciotto mesi ma già con due dischi alle spalle. Il genere che suonano è già insito nel loro nome: blues, soul ma soprattutto funky. C’è posto anche per un po’ di rock che a tratti mi ha fatto venire in mente qualcosa di Santana. Il cd prodotto da Greg Koch contiene sette brani originali e altri tre brani tra i quali spicca una super funky versione (ma poteva essere altrimenti?) di “Sex Machine” di James Brown. I Tweed Funk sono: Smokey (e basta) alla voce, JD Optckar alla chitarra, Marcus Gibbons alla batteria e ai loop e Donnie Mac al basso, voce e tastiere a cui si aggiungono il già citato Koch alla chitarra, Jimmy Voegely all’organo, Jon Lovas e Scott Summers al sax, Kevin Klemme alla tromba e i cori di Chrissy Dzioba e Sara Mollanen. Per saperne di più www.tweedfunk.com.


AA. VV.
WE JUKE UP IN HERE:
MISSISSIPPI’S JUKE JOINT CULTURE AT THE CROSSROADS (CD + DVD)
CATHEAD/BROKE & HUNGRY RECORDS, 2012

Raw and superb! Grezzo e superbo! Mai due aggettivi apparentemente così lontani si sono trovati d’accordo per descrivere questo preziosissimo lavoro ideato dallo stesso team che ha prodotto “M for Mississippi” ovvero Roger Stolle (ma quanto gli dobbiamo noi appassionati di blues?), Jeff Konkel, Daniel Blaylock, Bill Abel a cui si è aggiunto il fotografo Lou Bopp. Spesso la gente  mi chiede: ci sono ancora i juke joint in Mississippi? E se sì, cosa si suona lì? E com’è l’atmosfera che si respira? Ebbene in questa splendida confezione che comprende un cd e un dvd potrete trovare tutte le risposte a quelle domande. Il leggendario Red Paden anima del “Red’s Lounge” di Clarksdale, proprietario di juke joint da oltre trent’anni, ci guida come un moderno Virgilio alla (ri)scoperta dei luoghi in cui il blues è nato, è cresciuto e si è sviluppato. Red è un personaggio davvero mitico e sono sicuro che vi colpirà con la sua filosofia spicciola e con i suoi modi rudi, affabili e sinceri allo stesso tempo. Una volta che lo avrete conosciuto (anche se solo in dvd, per ora) non lo scorderete mai più. E’ una musica genuina “ senza conservanti né coloranti” quella contenuta in questo lavoro. Non solo blues: ma anche rock ‘n’ roll e un pizzico di country, segno che in Mississippi barriere e steccati tra i generi musicali non hanno alcun senso. Oggi come ieri. Fatevi quindi trasportare in un viaggio senza tempo alle radici del blues: al cross road dove le chitarre acustiche sono state sostituite da quelle elettriche; e dove il blues partito dal Mississippi per cercare fortuna al nord  sembra essere nuovamente tornato a casa. Tutto questo e altro ancora quello che troverete in questo per me imperdibile compendio. Encomiabile la produzione in partnership con l’Associazione Roots‘n’Blues di Parma, Il Rootsway Roots ‘n’ Blues festival e la rivista Il Blues. Indispensabili e ottimi come sempre i sottotitoli curati da Seba Pezzani.


MARIANO DE SIMONE
BLUES! AFROAMERICANI DA SCHIAVI A EMARGINATI
ARCANA, 2012

Può il maggior esperto di country italiano scrivere un buon libro sul blues? La risposta è: assolutissimamente si! Mariano De Simone banjoista e polistrumentista mette insieme un volume interessante e per certi versi sorprendente. Un libro che come scrive Roberto Caselli nella sua prefazione può essere “una lettura sicuramente proficua per i neofiti, ma certamente utile per chi si picca di saperne già abbastanza”. Un saggio stimolante che, partendo dalla storia del popolo afroamericano, analizza con precisione e autorevolezza il lungo viaggio della musica nera dalla schiavitù ai giorni nostri. Il compendio si concentra soprattutto sulle straordinarie componenti che hanno contribuito a creare uno stile capace di influenzare tutta la musica del Novecento. Grande spazio è quindi rivolto ad esplorare le radici africane del blues. De Simone inoltre propone una serrata indagine sui primi strumenti del blues e sul rapporto incestuoso tra musica bianca e musica nera svelando, tra i primi nel nostro paese, quanto la musica degli schiavi sia stata fondamentale nello sviluppo di quella dei padroni bianchi. Con cenni storici scrupolosi e ben documentati, De Simone racconta la storia di un popolo oppresso ed emarginato ma capace di rialzarsi ogni volta grazie all’espressione musicale autentica e primitiva insita nel blues. Ma il libro va addirittura oltre gettando uno sguardo anche sulle musiche che gravitavano intorno al blues al momento della sua creazione: ragtime, jazz, e spiritual arrivando a discutere persino di argomenti troppo spesso trascurati o trattati dagli studiosi con troppa leggerezza come l’epopea delle black string band e quella delle jug band. Un’attenzione particolare è rivolta infine allo studio della storia del banjo nella musica nera e alla sua fondamentale influenza sulla musica old time dell’America bianca. Un libro che certamente mancava nella vasta bibliografia intorno all’argomento e che consiglio a chiunque voglia accostarsi al blues con curiosità e passione.


LEBLANC
GABBIANO JONATHAN PRODUCTIONS , 2012

Ty Leblanc è una formidabile cantante texana con radici nella Louisiana più profonda. Cresciuta in una famiglia di musicisti Ty è stata profondamente influenzata da blues e gospel da parte del padre e dal suono Motown da parte della madre, grande fan delle Supremes di Diana Ross e di Sam Cooke. Tutto ciò è presente in queste disco estremamente variegato in  cui Ty spazia con grande disinvoltura tra soul, errebì, jazz, rock e blues. Ad accompagnarla in questo lavoro, sicuramente intrigante, quattro musicisti di grande esperienza: il sempre bravo Pippo Guarnera alle tastiere, la “macchina del ritmo” Vince Vallicelli alla batteria, un navigato chitarrista come Nick Beccattini e il basso esperto di Leon Price (alias Carmelo Leotta). La voce suadente e carica di intensità di Leblanc si trova perfettamente a proprio agio sia nei brani originali (scritti con la collaborazione di Guarnera, Beccattini e Vallicelli), sia nelle canzoni tratte dal repertorio di B.B. King, Etta James, Stevie Wonder, James Brown e Robert Lee Burnside. Il fine di questo progetto come si evince dalle esaustive note che lo accompagnano è quella “di regalare un’intensa gamma di colori ed emozioni grazie alla spontaneità dei grandi talenti musicali che firmano il progetto”. Di gran pregio l’apporto di alcuni importanti ospiti: Andrea Innesto (sassofonista di Vasco Rossi), i P- Funking Horns, sezione fiati della P-Funking Band (Matteo Ciancaleoni tromba, Sauro Truffini sax tenore, Andrea Angeloni trombone magistralmente arrangiati da Lorenzo Cannelli); e Gallo George alla voce. Una menzione particolare va attribuita a Matteo Burico estremamente efficace nel catturare questo evento sonoro con nuances moderne e convincenti e all’oculata produzione della Gabbiano Jonathan sempre pronta a cogliere le proposte più interessanti sia in campo nazionale che internazionale.
Per maggiori informazioni www.leblancproject.com.


THE MANNISH BOYS
DOUBLE DYNAMITE
DELTA GROOVE MUSIC , 2012

Lo scopo dei Mannish Boys è quello di rendere omaggio al blues del passato e contemporaneamente di fare musica con un sound attuale e contemporaneo, e questo doppio cd ne è la testimonianza più diretta. Settimo lavoro per il super gruppo californiano, “Double Dynamite” è davvero un disco esplosivo. Pur essendo stato registrato in studio, il doppio album ha un non so che di “live” che lo fa assomigliare più a un festival del migliore west coast sound che non a un prodotto discografico. Sarà per la presenza di quasi tutti i grandi che incidono per la Delta Groove ma questo album sembra davvero essere lo showcase più convincente di ciò che succede sulla costa occidentale degli States. Il compendio segna l’ingresso di un nuovo (bravissimo) vocalist Sugaray Crawford e tra gli ospiti “vocali” ci sono veterani del calibro di James Harman, Mike Finnigan (che tra le mille cose che ha fatto ha anche suonato le tastiere in “Electric Ladyland” di Hendrix), Jackie Payne e naturalmente Finis Tasby. Le chitarre sono saldamente nelle mani di due validissimi chitarristi: Kirk Fletcher e Frank Goldwasser mentre all’armonica c’è come sempre il bravo Randy Chortkoff. Tra gli ospiti (davvero tanti, impossibile nominarli tutti) Mud Morganfield (il figlio più anziano di Muddy Waters), davvero impressionante nell’evocare lo stile e  la voce  del padre, gli assi dell’armonica Rod Piazza, Jason Ricci e Bob Corritore (oltre al già citato Harman); e quattro grandi chitarristi: Elvin Bishop, Junior Watson, Nathan James e Kid Ramos. Il tutto sostenuto da una sezione ritmica coi fiocchi formata da Jimi Bott alla batteria e Willie C. Campbell al basso. Ventisei canzoni tra originali e classici del blues, del soul e dell’errebì per un lavoro che sicuramente farà la gioia degli appassionati del genere.

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